Marco Songini

...un diabetico e diabetologo


Mi chiamo Marco, sono nato nel 1953 e sono medico diabetologo e diabetico da quando avevo 17 anni.
Ho una moglie eccezionale e due adorabili bambini, un maschio e una femmina, quali eredi.
Quando, pochi anni dopo l’esordio del diabete, scelsi di iscrivermi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia forse il mio lavoro di medico non era considerato l’ideale per un diabetico in quanto certamente fonte di stress e che mal si adattava ai classici dettami di ordine e regolarità che allora si richiedevano a tutti i diabetici, ancor più se insulinodipendenti.

Era il 1971 e da un anno convivevo più o meno serenamente con la malattia che indubbiamente aveva cambiato la mia esistenza di adolescente.
Infatti la mia “anamnesi” diabetologica era originariamente iniziata nell’agosto del 1969 quando un grave incidente motociclistico mi aveva “tagliato” sia la gamba sinistra (con la necessità per le gravi fratture riportate di essere sottoposto ad intervento chirurgico ed a un lungo periodo di immobilità con apparecchio gessato) sia la mia precedente promettente carriera di nuotatore di pallanuoto.
Quale frustrazione poi, ad un solo anno di distanza, dover rientrare in ospedale con la diagnosi di diabete mellito!
Una ulteriore nuova esperienza negativa aveva bersagliato il mio itinere di adolescente mentre un nuovo scontro con una realtà medica fatta di rinunce e ostacoli si frapponeva al soddisfacimento di bisogni ed obiettivi che mi ero preposto in base alle mie personali capacità ed aspettative.
Il mio primo sogno di diventare ingegnere si poneva in dubbio in quanto già le mie prime esperienze con i “diabetologi” di allora mi avevano chiaramente illuminato sulla precarietà del rapporto medico-paziente.

Lunghe file, prelievi a tutte le ore del giorno e della notte - non erano ancora disponibili né strisce reattive né reflettometri domiciliari per la loro lettura e si usava ancora la “cara” vecchia siringa di vetro con enormi aghi da bollire ogni volta e ricordo ancora con spirito “jurassikiano” tutte le innumerevoli volte che di giorno e di notte mi recavo in ospedale per i prelievi venosi della famosa “glicemia quadrioraria” e che potevo analizzare col diabetologo solo dopo due-tre giorni con scarse ricadute sulla terapia e scarsa informazione e quindi incapacità a rendermi conto della variabilità della glicemia, del perché delle temibili ipoglicemie che subitamente si presentavano nel corso della mia quotidianeità - mi portarono rapidamente a mutare il mio rapporto con la malattia; capii infatti che era assolutamente necessario un maggior coinvolgimento del paziente nella gestione quotidiana e che solo una mia migliore informazione mi avrebbe permesso di non essere “schiacciato” dal diabete, ma di poter invece convivere serenamente con la “bestia”.

Mi aiutarono molto la mia curiosità innata ma soprattutto, di fronte alla cronicità della malattia e alle ripercussioni che i suoi mutevoli umori avevano sulla mia vita, l’amore per me stesso mi spinse ad una reazione mista di superiorità - sfida.
Come potevo risolvere la situazione? Come potevo trasformare l’“handicap”, la “differenza” con gli altri in una utile esperienza di crescita e di rafforzamento del mio carattere e del mio senso di disciplina?
Prima di tutto, ero sicuro di avere accettato completamente il mio diabete? L’accettazione non intesa come una questione di mera sopravvivenza, quindi fondamentalmente pervasa di significati negativi (quali p.e. quelli comunemente evocabili dal termine cronico), ma accettazione “solare”, attiva, positiva, vissuta con più immaginazione e meno paure.
Iniziai a rendermi conto che l’essere diabetico mi costringeva a sentire il mio organismo e a scoprirmi meglio.

La malattia divenne allora un terreno di lenta conquista del mio cervello sul mio organismo malato quale una sorta di formidabile molla per incredibili performances. Chi lo avrebbe mai pensato? L’ansia dei primi anni lasciò il posto ad un frenetico ritmo di attività le più svariate non finalizzate esclusivamente al raggiungimento del miglior grado di conoscenza e controllo sul diabete e al dimostrare che nulla, se avessi voluto, mi era precluso dal semplice fatto di essere diabetico.
Il raggiungere determinate mete nella vita e nel controllo del diabete migliorava la mia autostima ed anche gli altri tendevano ad averla di me.
Mi convinsi che certi malanni cronici possono anche “difendere” la nostra salute: si trattava di riempirli di colori con la nostra fantasia e di non vivere frigidamente il nostro rapporto con essi.

Il rivelare agli altri il mio stato di portatore di diabete, lungi dal rappresentare una sorta di “diminutio capitis” come all’inizio avevo temuto e che istintivamente mi consigliava di celare agli altri la mia malattia, rappresentava invece per quelli degli “altri” che veramente mi erano vicini una sorta di mia richiesta - da esaudire possibilmente - di nuove attenzioni, di nuovo dialogo e di nuovo miglioramento dei rapporti all’interno del gruppo adolescenziale e familiare.
Il lavoro di medico diabetologo mi permetteva inoltre di aiutare gli altri diabetici ad affrancarsi dalla loro condizione di dipendente dalla malattia e dai diabetologi.
Ma quale senso di impotenza derivanti dalla ineluttabilità di certe decisioni di pazienti che vedevo progredire verso complicanze o sottostare al loro irascibile diabete e che rifiutavano il mio consiglio e che ponevano in discussione, nei fatti, le mie capacità di medico guaritore. E quali soddisfazioni quando invece il numero dei “discepoli”, di quelli che accettavano e comprendevano “attivamente”, andava crescendo e con loro il loro senso di benessere e di qualità della vita!
Il mio rapporto con loro non assunse sin dall’inizio della mia pratica, e a dispetto del mio carattere forse talvolta “autoritario”, caratteri di mia deresponsabilizzazione con inconscia colpevolizzazione del paziente nei casi di insucesso terapeutico che inoltre avrebbero potuto pregiudicare il mio rapporto con loro.

La mia pratica quotidiana ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi una continua riflessione sulle mie risposte emotive pur conscio che non sempre sono in grado di evitare un distacco “difensivo” dal determinato paziente che non mi gratifica o perché invaso dalle pressanti richieste che non sempre posso soddisfare.
La continua ricerca di una quantificazione delle mie possibilità tecniche e della mia reale disponibilità psicologica, che forse potrebbe talvolta mascherare un mio desiderio inconscio di “onnipotenza” rimuovendo così dubbi e frustrazioni, mi impegnano e mi caricano ogni giorno senza, spero, necessariamente assumere atteggiamenti inadeguati quali il paternalismo o cedere alla suggestione del prestigio che deriva dal mio ruolo di diabetologo “affermato”.

Marco Songini
Department of Internal Medicine
Ospedale S.Michele
09134 Cagliari
Italy

Marco Songini, diabetologo
Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Cagliari, ha conseguito la specializzazione in Diabetologia all’Università di Torino, quella in Endocrinologia all’Università di Roma e quella in Dietologia presso l’Università di Cagliari. Ha ottenuto l’Idoneità primariale in Endocrinologia e in Diabetologia.
Da giugno 2000 è primario dell’Unità Operativa di Diabetologia presso l’Azienda Ospedaliera Brotzu di Cagliari.
Insegna Patologia generale sul diabete nella Facoltà di Medicina e Endocrinologia presso l’omonima scuola di specializzazione dell’Università degli Studi di Cagliari.
È vice presidente dell’Associazione per lo Studio e la Ricerca del Diabete in Sardegna (A.S.Ri.S.), componente del Comitato Tecnico-Consultivo della Presidenza ADIG (Associazione Diabete Infanto-Giovanile), consigliere nazionale per la Sardegna della FAND (Federazione Nazionale delle Associazioni Diabetici), membro eletto dell’Executive Committee Europeo di EURODIAB (che riunisce 6 membri dei vari Centri di Studio Europei aderenti ad Eurodiab ACE), componente della Commissione SID (Società Italiana di Diabetologia) sul Diabete Infanto-Giovanile.
Dal 1996 è membro permanente della Commissione Consultiva per l’attuazione del Piano Regionale di interventi contro il diabete di tipo I dell’Assessorato della Sanità della Regione Sardegna, mentre dal 2001 è coordinatore locale del progetto DIABFIN Predizione del diabete di tipo I e della celiachia, sostenuto dal Ministero della Sanità.
È autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste e collezioni e di comunicazioni a conferenze nazionali ed internazionali in materia di diabete, arterosclerosi, epidemiologia.


Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 6 Febbraio 2008 6:00.00
URL: http://www.progettodiabete.org/staff/m_songini.html

Maheva Sarzanini La redazione si presenta Natalia Ciani
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