Insulin, Love and Care Summer Camp
… ovvero come il diabete non è solo una malattia e come il ‘doc’ non è solo un meccanico del corpo …
Quartu S. Elena (CA), dal 21 al 28 giugno 2003di Andrea Scaramuzza - Pediatra
Quartu S. Elena, dal 21 al 28 Giugno 2003
Clicca qui per ingrandire l'immagine“Non so spiegare perché io e Branwell siamo diventati amici. L’amicizia secondo me non ha un perché, e se cerco di pensare alle ragioni per cui io e lui dovremmo essere amici, me ne vengono in mente altrettante per cui in teoria non dovremmo esserlo. (…) L’amicizia si basa su incastri perfetti di tempo, luogo e stati d’animo”.
da ‘ L’alfabeto del silenzio’ di E.L. Konigsburg – Mondadori junior.Un campo scuola è fatto sicuramente da tante cose: dai ragazzi che vi partecipano, dai medici e dalle infermiere che li seguono, dagli educatori e dai tutor che si adoperano affinché tutto vada per il meglio, da glicemie, punture di insulina, schemi alimentari, alcune regole che a volte possono sembrare eccessivamente rigide. Ma non solo, il campo è fatto anche da emozioni, passioni profonde, sentimenti.
Ed è questo l’unico, vero motivo per cui ogni volta che un campo finisce si resta lì col magone, con un groppo in gola che non va né giù né su.
E’ questo il motivo per cui anche ora, nonostante l’elevato numero di partecipanti, il casino qualche volta addirittura insopportabile, gli scherzi (per lo più cretini), le ore passate ad aspettare un cameriere che ti portasse un piatto di pasta o una semplice bottiglia d’acqua, oppure le ore dedicate alle glicemie, ai giri notturni, è questo, dicevo, il motivo per cui adesso che sto scrivendo queste riflessioni mi mancate voi ragazzi/e, i vostri volti, i sorrisi, le arrabbiature, le incomprensioni, le chiacchierate fino a notte fonda.
E’ questo il motivo per cui ogni volta ci ricasco e per giorni mi ripassano davanti agli occhi le immagini più belle, i ricordi più teneri, le emozioni più profonde.
E’ questo, soprattutto, il motivo per cui ogni volta, finito un campo si parte subito per l’organizzazione del successivo, per offrirvi sempre qualcosa di nuovo e di diverso e per permettere che ogni volta si possa ricreare di nuovo la magia.
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Anche questo campo è finito e ormai è passato un mese da quel sabato pomeriggio in cui stanchi e accaldati, dopo quasi tre ore di ritardo, il nostro volo AirOne da Cagliari è atterrato all’aeroporto di Milano Linate. Ma ancora rivedo gli abbracci e le strette di mano fra di voi (e pensate che solo una settimana prima nemmeno vi conoscevate tutti) e rivedo le lacrime che scendevano più o meno furtive sul viso di molti.
Un paio di giorni dopo il nostro ritorno, mi ha scritto la mamma di Jacopo: ‘Caro doc, oggi alle 12 Jacopo è rientrato a Roma, dai suoi primi racconti sembrava di ritorno (forzato) dalle Mauritius. Mi è addirittura scappato un “Finalmente a casa!”, … può ben immaginare lo sguardo che mi ha rifilato. Caro doc, … con un esercito del genere credo sia stata davvero dura. Nel caos generale (questo è un eufemismo) ai suoi ragazzi è riuscito anche a far assaporare l’indimenticabile essenza dell’amicizia. Jacopo di questo è a dir poco entusiasta, mi ha raccontato che a Cremona si sono salutati tra abbracci, baci, ma soprattutto lacrime, quelle belle, quelle necessarie per diventare future donne e uomini per bene. Grazie, carissimo doc, i nostri figli gliene saranno grati per sempre’.
E’ questo (ne sono sicuro) il vero motivo per cui vale la pena di organizzare un campo, il resto sono solo chiacchiere.
E’ questo il motivo per cui mi ha fatto un immenso piacere ricevere lo stesso giorno del rientro, solo alcune ore più tardi, la mail di Laura, 17 anni, alla sua prima esperienza ai ‘nostri’ campi: ‘Buonasera doc, sono tornata a casa da poco, il tempo di fare una doccia, cenare e disfare la valigia e già ho sentito il bisogno di scriverle. Non so bene cosa, veramente, se non un grazie di cuore per tutto l’amore e la passione con cui ha vissuto con noi il campo, occasione d’amicizia e, perché no, di istruzione. La ringrazio perché il suo è stato un campo diverso dai soliti, senza nulla voler togliere alle mie precedenti esperienze: l’indipendenza che ci ha dato mi ha fatta sentire ‘normale’, anche se è brutto usare questa parola, lo spettacolo finale e soprattutto i pensierini scritti sono serviti a sentirci più uniti. Smetto di scriverle, doc, perché già una lacrima riappare sul mio viso, con la promessa, se non le dispiace, di farmi sentire ancora’.
Oppure Paolo, 15 anni, anche lui alla sua prima esperienza ai nostri campi, mentre eravamo in aeroporto ad aspettare che ci imbarcassero per Milano: ‘Caro doc, le sto scrivendo per dirle che la chiacchierata di ieri sera (dall’una alle tre di notte – n.d.r.) è la cosa che mi voglio portare a casa da questo campo, il perché non è facile spiegarlo. Forse è stata la prima volta che parlavo apertamente con un dottore non sentendomi escluso, perché di solito non riesco a spiegarmi con voi dottori, ma con lei è diverso, ci capisce e si mette dalla nostra parte coinvolgendoci nel discorso. Ed è per questo che voglio ringraziarla veramente, ecco, GRAZIE è la mia parola che le dono, ed è anche l’ultimo pensiero di questo mio primo campo con lei’.
O ancora Mauro, 14 anni, cui sono legato da una profonda amicizia (è lui il Mauro che mi ha aiutato a scrivere il nostro libricino “Una notte all’improvviso …”), che dopo un paio di settimane dal termine del campo mi scrive: ‘Ciao doc, tu mi hai chiesto qual’era la cosa che più mi era rimasta impressa di questo campo. Ebbene, la cosa che mi è rimasta più impressa di questo campo scuola, è l’amicizia; l’amicizia che c’è, si crea e si salda nel gruppo. Ancora adesso mi viene il magone a ripensare a quella settimana magica, dove ci si ritrova con gli amici dei vecchi campi e se ne conosce di nuovi con cui si instaura un rapporto lungo e duraturo nel tempo. Mi si è riempito il cuore di gioia, quando per la prima volta ho trovato dei veri compagni di cui ci si può fidare e con cui si ride e si scherza per tutto il tempo del campo. Nonostante molti dei ragazzi nuovi fossero molto simpatici nessuno potrà mai sostituire persone leali e sincere come Andrea, Flavio, Michela, Gianluca, Manuel, che pur comportandosi come qualsiasi altro ragazzo, hanno un cuore d’oro insostituibile. Del campo mi ricordo anche un’altra persona, la quale ha più esperienza di noi e ha grande coraggio a portarci e sopportarci per una settimana, tu doc; sappi che nonostante le frequenti battutine tue e nostre, tutti noi ti ammiriamo molto. Io credo che gli amici veri non si scordano mai; perché sono gli amici che ti danno forza e coraggio in ogni momento della giornata ed è sempre bello rivederli anche per il resto dell’anno. Io a loro (pur essendo di tifoserie e città in contrasto) sono molto legato nel bene e nel male. Non so come e quando i ragazzi e le ragazze del campo si siano ripresi, perché io ho fatto molta fatica e mi ci sono voluti cinque giorni per ritornare alla normale routine, perché non è facile lasciare una compagnia cosi numerosa e allegra dopo una settimana di convivenza. Una compagnia che non dimenticherò mai’.
Quest’anno, come al solito, vi ho chiesto di scrivere i vostri pensierini su tre argomenti (anzi quattro, ma il quarto essendo ‘Caro doc, ti scrivo …’ lo lascio esclusivamente a voi), e prima di riportare quelli più significativi, vorrei per una volta provare a scrivere anch’io i miei pensierini.
Il primo pensierino, ricordate, era una riflessione su: ‘Cosa farò da grande?’. Io ‘grande’ alla mia età dovrei esserlo già e a questa domanda dovrei avere risposto da tempo. Ma ve lo dico lo stesso. Mi piacerebbe fare il medico (e ho la fortuna di farlo), con la presunzione di non essere solo un ‘meccanico del corpo’. E spero di aver raggiunto anche questo obiettivo (ma non posso essere io a dirlo); di una cosa, però, sono convinto: che non ci si debba mai stancare di guardare avanti, per migliorare e per fare sempre meglio, e questo è il mio augurio per diventare ‘grande’ davvero. Di una cosa siate certi: se riesco a svolgere la mia professione di medico in maniera almeno decente questo lo devo a voi ragazzi/e. Per cui grazie, grazie davvero, dal profondo del cuore.
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Il secondo pensierino doveva essere un regalo che ciascuno di voi doveva fare a qualcuno del gruppo che rivestiva per lui/lei un ruolo speciale. Qui sono in imbarazzo; il mio regalo lo vorrei fare a ciascuno di voi, personalmente, perché ognuno di voi è in qualche modo importante per me e per ognuno è riservato un posticino nel mio cuore. Ma ho deciso che il regalo lo farò comunque e dovendo scegliere, ho deciso di farlo a lui, il Signor Diabete, losco figuro dall’oscuro passato e dall’incerto futuro (per un approfondimento vi rimando al libricino scritto con Mauro), senza il quale non avrei avuto la possibilità di conoscere molti di voi. Non avrei potuto scoprire che ragazzi/e speciali siete e quanto valga la pena starvi vicino per imparare ogni volta qualcosa di diverso e nuovo.
Il terzo pensierino era: ‘Dal campo mi porto a casa …?’. Io come ogni anno dal campo scuola mi porto a casa un sacco di cose:
A molti di voi potrà sembrare strano, ma fra ciò che mi porto a casa in cima alla lista c’è un ricordo che viene da molto lontano. Era il 1989, anno del mio primo campo scuola. Molti di voi non eravate ancora nati o eravate nati da poco. Eravamo a Macugnaga, casa per ferie gestita dalle suore, 5 ragazzi e 4 accompagnatori (che diversità rispetto al campo di quest’anno, dove si sono ritrovati ben 60 ragazzi). Di quel campo ricordo una gita in particolare, quella al rifugio Zamboni, adagiato ai piedi del massiccio del Monte Rosa, punto di partenza per tutti coloro che ne vogliono scalare il versante piemontese. Quella gita prevedeva un bivacco al rifugio, passando fuori la notte. Ricordo il profumo della polenta appena sfornata, la luce che se era andata via presto per non consumare troppa energia del generatore, le coperte ruvide su quei letti un po’ sconnessi, il piacere di andare a dormire presto e di svegliarci all’alba, il sapore fragrante della crostata di mirtilli a colazione e poi una passeggiata per raggiungere alcuni laghetti poco più su. E’ stato durante quella passeggiata che ho capito per la prima volta, ma per sempre, che il diabete era (poteva essere) qualcosa di più che una semplice malattia e che forse per questo valeva davvero la pena di impegnarsi e non essere solo un ‘meccanico del corpo’. E rivedo questa immagine vivida nella mia memoria, noi 9 che camminiamo in fila indiana, in silenzio, su una cresta battuta dal vento gelido del mattino, il rumore un po’ sinistro della massa di ghiaccio del ghiacciaio che si muove, e noi là come protesi verso l’infinito. Non c’è stato bisogno di parole, nessuno parlava, ma tutti lo abbiamo capito perfettamente. Lì, in quel suono terrificante del silenzio che avvolgeva ogni cosa stava la risposta per tutto. Bastava tendere l’orecchio e stare ad ascoltare. Io credo che in questo piccolo episodio si celi tutta la ragione del mio fare e se i nostri campi vi piacciono e li trovate interessanti, dovete ringraziare quella prima lontana esperienza, che mi ha aperto la testa e il cuore e mi ha spinto sulla strada che ancora oggi stiamo percorrendo insieme.
Mi porto a casa il saluto e l’augurio che ci ha fatto Johnny Ludvigsson, autore di un ‘piccolo’ lavoro intitolato: “Insulin, Love and Care” (da cui il titolo del nostro campo), primario pediatra in una cittadina svedese che si chiama Linkoping, che da sempre ha dedicato la sua vita ai bambini e agli adolescenti diabetici, e che da oggi sarà senz’altro uno dei nostri amici più cari: ‘Tanto tempo fa la parola “diabete” era per un bambino o un adolescente come una sentenza di morte. Adesso, per fortuna, sappiamo che avete parecchi (anzi parecchissimi) anni di vita serena davanti a voi, e vi è una buona speranza che alcuni di voi prima o poi nel futuro potranno essere definitivamente guariti dal diabete. Ma fino allora la vostra vita non potrà essere “normale”. Nessuno ha realmente una vita “normale”, ma la vostra vita non può essere in alcun modo definita normale. Non è normale farsi iniezioni di insulina parecchie volte al giorno, mangiare ad orari regolari, mangiare una quantità ben precisa di cibo che tra l’altro sia di una certa qualità (non zuccheri semplici ad esempio), misurarsi la glicemia, etc. No, la vostra vita non potrà essere normale, ma potrà essere emozionante, felice, lunga, fantastica, basta che voi impariate a convivere con il diabete (il Signor Diabete, aggiungo io).
Mi porto a casa la soddisfazione di aver lavorato con un’équipe fantastica, in cui ciascuno aveva un ruolo ben preciso da svolgere, e lo ha svolto con impegno e intelligenza. Parte di questa équipe erano anche il dr. Marco Songini e la dr.ssa Anna Casu dell’Ospedale ‘Brotzu’ di Cagliari, che con la loro disponibilità e professionalità hanno contribuito a farci sentire a casa e alla riuscita del campo; la dr.ssa Paola Zanotti della Pediatria dell’Ospedale di Cremona, sempre attenta e sollecita dove c’era bisogno di aiuto; Luisa, infermiera davvero ‘professionale’, sempre pronta a dare una mano a ciascuno di voi; Federica e Mario, educatori tuttofare; e infine Stefano e Alessandro, bimbi diabetici un po’ cresciuti (sulla trentina il primo, sulla ventina il secondo) che con bravura e spirito di sacrificio hanno rivestito il ruolo di tutor. Colgo questa occasione per ringraziare pubblicamente ciascuno di loro.
Mi porto a casa il viso, gli atteggiamenti, i sorrisi, le arrabbiature, le discussioni di qualcuno di voi (che positivamente o negativamente mi avete particolarmente impressionato).
Mi porto a casa un autentico miracolo della natura, che abbiamo avuto la fortuna di osservare durante la nostra visita alle grotte di Is Zuddas, le aragoniti eccentriche (sorta di piccolissime stalattiti o stalagmiti che crescono sfidando le leggi della gravità, dando l’idea alla fine di un soffice manto di neve che si è depositato sulla roccia come per incanto).
Mi porto a casa una bella esperienza, un campo fatto con tanti ragazzi (molti nuovi), qualche timore prima di partire (saremo in grado di gestirli tutti?), qualche problema in itinere (eravate tanti e come vi ho scritto nella lettera di fine campo questo ha avuto il suo peso), ma la consapevolezza che comunque è la ‘magia’ del campo che funziona e questo ancora una volta mi fa sperare bene per il futuro.
Mi porto a casa, infine, una lacrima (una sola) sfuggita da sotto un paio di occhiali da sole neri ad uno di voi. Non credo questa lacrima fosse destinata in particolare a me, ma mi piace pensarlo, anche perché a questa persona sono affezionato e l’idea che abbia sciolto anche solo per un istante la sua solida corazza di ghiaccio è stata per me un grande soddisfazione.
E adesso veniamo a voi ragazzi, ai vostri pensierini, che ancora una volta mi hanno stupito per la profondità, la lucidità, la serietà, la lealtà che vi avete riversato. Ho visto molti della ‘vecchia guardia’ fare notevoli passi in avanti in quanto a maturità e anche molti di voi ‘nuovi’ a questo campo e a queste esperienze che non si sono comunque tirati indietro.
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Iniziamo dai pensierini sul cosa farò da grande. E’ stato sorprendente vedere come molti abbiano immaginato un futuro per sé che prevede di impegnarsi nel sociale, a favore del prossimo, in particolare dei bambini e di chi soffre. Sorprendente, ma non imprevisto, a mio modo di vedere.
Fabio, 14 anni: ‘… mi piacerebbe fare il medico senza frontiere, e arrivare nelle zone più sperdute della terra, dove c’è bisogno di aiuto; … sono riuscito a capire ciò un giorno a scuola quando un mio amico era in calo di zuccheri, tipo una mia ipoglicemia, ma è stato quel semplice gesto di dargli un pacchetto di crackers, che mi ha fatto sentire grande, capire l’importanza di aiutare il prossimo …’.
Alessio, 13 anni: ‘Mi piacerebbe fare il calciatore perché guadagnerò molti soldi, che userò per persone povere e malate … e se non ci riuscirò cercherò comunque di aiutare le persone malate, anche perché io sono una di queste’.
Gianluca, 14 anni: ‘Il mio sogno più grande e che vorrei realizzare a tutti i costi è quello di diventare un bravo batterista, so che dovrò sudare molto per realizzarlo, ma io sto studiando molto e ne sono felice. Tutto è cominciato 3 anni fa ad un campo scuola quando sentii un mio amico che picchiettava sul tavolo con due biro; poi, pochi mesi dopo, mi invitò a casa sua così lo sentii suonare la batteria. Da allora la passione ha cominciato a crescere in me …’.
Mauro, 14 anni: ‘Mi piacerebbe fare il veterinario. Anche alle inutili richieste dei miei genitori di cambiare idea e di fare il medico, io rispondo di no perché a me piacciono gli animali’.
Matteo, 14 anni: ‘Non so con certezza che lavoro farò, ma fin da piccolo mi è sempre piaciuto molto leggere e studiare la storia. E’ affascinante e straordinario scoprire e documentarsi su un libro di storia, rendendo più ampie le nostre conoscenze’.
Andrea, 16 anni: ‘Da grande mi piacerebbe essere ricco e non fare niente dalla mattina alla sera, ma purtroppo non si può a meno che non vinca al Superenalotto ogni settimana. Quindi, dovendo scegliere, dico che mi piacerebbe fare l’ingegnere. Anche se sono stato bocciato a scuola e molte persone mi dicono che non riuscirò mai a fare l’università, proprio per questo mi voglio impegnare a fondo per diventare un bravo, anzi bravissimo ingegnere, così bravo che con poco lavoro riuscirò a vivere bene’.
Marco, 15 anni: ‘Se non fossi ignorante vorrei fare il medico per curare i bambini diabetici come me. Mi piacerebbe fare il mantenuto, ma dopo la glicemia si alza perché non farei niente tutto il giorno. Boh, quando crescerò deciderò’.
Stefano, 17 anni: ‘Ci sono tante cose che vorrei fare; il calciatore professionista, il vigile del fuoco, sentirmi importante salvando la vita delle persone, viaggiare, scoprire nuove civiltà, culture, luoghi e paesaggi diversi. Ma la mia vita è come se fosse già scritta: ho la fortuna di avere un lavoro assicurato grazie a papà e sono fiero di lui’.
Lorenzo, 10 anni: ‘Data la mia giovane età e l’intelligenza limitata io naturalmente non so cosa diventerò da grande; però ho un grande sogno ed è quello di diventare un giorno un giocatore di basket’.
Mauro, 18 anni: ‘La nostra è una brutta età, dove ci sono sempre mille problemi e difficoltà di cui si fatica a trovare la soluzione, e spesso ci si nasconde dietro un muro fatto di bugie fingendo che i problemi non esistono. Io spero che un giorno riuscirò a sistemare la mia vita nel migliore dei modi; vorrei avere una bella casa, una moglie che mi vuole bene, un lavoro che mi piaccia e dei figli. Spero anche che riescano a trovare una cura definitiva per il diabete; sono 8 anni che ci convivo e sono stufo’.
Sebastiano, 15 anni: ‘Ciò che vorrei fare da grande ancora non lo so, ma sono sicuro che sarà il destino a scegliere per me. Mi piacerebbe molto fare il pilota nel motomondiale, magari diventando il nuovo Valentino Rossi … Ai miei genitori farebbe piacere che io diventassi medico, magari specializzato in diabetologia, ma io non sono d’accordo, anche perché di cotoni imbevuti di disinfettante e di aghi ne ho fin sopra i capelli’.
Andrea, 15 anni: ‘Da grande mi piacerebbe fare lo psicologo. Ti chiederai perché sceglierò questa professione e la risposta sta nel conoscere il pensiero della psiche umana. Questo viaggio mi interessa molto e nello stesso tempo mi affascina …’.
Roberto, 16 anni: ‘… quindi carissimo dottore non so cosa farò da grande e non voglio nemmeno saperlo, perché se penso al mio futuro sogno, e i sogni a me fanno star male perché se inizio a sognare vuol dire iniziare a sperare ed io non voglio altre delusioni nella vita’.
Flavio, 18 anni: ‘Potrei guardare il tramonto abbracciato alla ragazza dei miei sogni, spiegandole che niente è più bello di lei e ritrovando la luce rossa del sole riflessa nei suoi occhi, potrei scaldarmi al fuoco di un camino dopo aver tolto il camice, sentendomi l’uomo più felice del mondo per essere riuscito a salvare una vita, un’altra vita, assaporando il calore del fuoco che entra nelle vene …’.
Alessandro, 15 anni: ‘ Io penso che ci siano centinaia di persone costrette a fare cose che non piacciono perché hanno bisogno dei soldi e pochi riescono a fare un lavoro che li soddisfi veramente e nello stesso tempo li faccia guadagnare. Io so che avendo il diabete alcuni sport (che potrebbero diventare un lavoro) sono sconsigliati. Non me ne faccio un problema e non so cosa farò. Voglio aspettare e veder cosa accadrà, non ho idea di cosa potrà succedere. Voglio la sorpresa! Spero però che il mio futuro mi piaccia’.
Il secondo pensierino, ricordate, doveva essere un regalo che ciascuno di voi doveva fare a qualcuno del gruppo che rivestiva per lui/lei un ruolo speciale. E non mi sembra corretto pubblicare le frasi, qualcuna un po’ stupida, la maggior parte, invece, tenere e piene di amore o di amicizia, che vi siete scambiati reciprocamente. Pertanto, come vi avevo anticipato, provvederò a recapitare a ciascuno i suoi regali.
Il terzo pensierino vi chiedeva di condensare in una frase o poco più quelli che erano il vostro pensiero e i vostri sentimenti nei confronti del doc (non necessariamente il sottoscritto). Mi scuso in anticipo con chi ci leggerà se quanto segue potrà sembrare una lode eccessiva nei miei confronti, ma visto che in fondo in fondo mi ha fatto un sacco di piacere, ecco qua.
Sabrina, 15 anni: ‘Caro doc, ti scrivo un grazie dal cuore per la tua comprensione e per l’opportunità che ci offri: partecipare al campo scuola’.
Simone, 16 anni: E’ il primo campo scuola che faccio con te e lo trovo educativo e divertente perché è ben organizzato. Spero di farne molti altri così. Complimenti’.
Enrico, 14 anni: ‘Cara dottoressa, la ringrazio per avermi convinto a venire al campo scuola, e ancora grazie per avermi fatto conoscere dei nuovi amici’.
Emanuele, 18 anni: ‘Caro doc, ogni volta che ci chiede di scrivere un pensierino sorge in me un sentimento di odio nei suoi confronti. Non si tratta di un odio cattivo, ma di un odio buono, un odio causato dalla paura di confrontarsi con se stessi, con una società frenetica che impedisce di fermarsi a riflettere. Così, scrivendo mi risulta impossibile negare a me stesso la realtà delle cose, i miei sentimenti e di scrivere in modo superficiale. Sarebbe orribile mentire a se stessi … Per questo motivo mentre penso a quello che devo scrivere, ma soprattutto a quello che sento dentro, quel sentimento di odio si tramuta in un sentito ringraziamento. Grazie. Sembra una banalità ma non lo è. Risulta sempre più difficile esprimere verso gli altri la gratitudine, in un mondo dove tutti sono pronti a giudicare tutto e tutti. Un grazie racchiude in sé tante cose …’.
Ilaria, 16 anni: ‘Caro doc, noi non abbiamo mai avuto un vero dialogo perché tu sei un adulto e io con gli adulti difficilmente riesco a parlare, li vedo come esseri coalizzati contro il mio modo di vivere. Per questo, la mia piuttosto che una dedica è un chiarimento sul perché io e te non abbiamo un gran rapporto’.
Andrea, 16 anni: ‘Caro doc, le scrivo per ringraziarla di avermi fatto conoscere questi amici, senza escluderne nessuno, perché non mi dimenticherò mai di nessuno. Poi la ringrazio per avermi aiutato nei momenti difficili, per avermi aiutato a convivere con il diabete divertendomi e soprattutto la ringrazio per considerarmi come un amico e non come un paziente’.
Elisa, 15 anni: ‘Caro doc, non so esattamente cosa scrivere, ma innanzitutto volevo ringraziarla per tutto quello che sta facendo per farci divertire a questo campo, per il modo in cui ci presenta il diabete, ossia noi e lui insieme’.
Mauro, 18 anni: ‘Caro doc, lei è stato colui che mi ha fatto vedere il diabete in modo diverso da come lo vedevo all’inizio; di questo la ringrazio e credo di doverle qualcosa di grande’.
Federica, 15 anni: ‘Grazie doc per aver organizzato questo campo stupendo. Anche se a volte fa un po’ il cattivo, con noi è strasimpatico’.
Gaia, 14 anni: ‘Caro doc, per me questo campo scuola è stato un salto nel buio, io non ho il diabete, ma sono cresciuta con una persona a me molto cara che ha questa malattia. Io sono molto timida e faccio fatica a socializzare, e mi sono trovata un po’ spaesata in mezzo a tutti questi ragazzi nuovi. Credevo di conoscere bene il diabete avendo condiviso con mio cugino molti momenti; in questo campo mi sono invece resa conto che non conosco il diabete fino in fondo. Devo ammetter che l’avevo sottovalutato perché mio cugino è un ragazzo molto forte, non è assolutamente uno che si piange addosso e io lo ammiro moltissimo’.
Beatrice, 14 anni: ‘Caro doc, ti scrivo per ringraziarti delle bellissime possibilità che mi hai dato per conoscere tanti ragazzi meravigliosi, provenienti da tutta Italia, tutti molto simpatici e fedeli, cosa che ho riscontrato in pochissime persone sia a scuola che nell’ambito familiare …’.
Federica, 14 anni: ‘Caro doc (Salvatoni), ti scrivo per dirti che in questi due anni mi hai aiutato a capire il mio problema che non accettavo aiutandomi a risolverlo e capirlo meglio’.
Fabio, 14 anni: ‘Caro doc, ti scrivo dalla Sardegna per dirti che sono ad un campo scuola; fino ad ora mi sono divertito da matto, tu non hai mai cercato di organizzare un campo scuola, tranne quella volta che ci siamo recati in un ristorante dove abbiamo solo pranzato’.
Lorenzo, 10 anni: ‘Caro doc, in questi giorni mi stai un po’ rompendo i cosiddetti perché ogni volta che alcuni rimangono in hotel, gli fai scrivere un tema o un pensierino’.
Francesca, 14 anni: ‘Caro doc, grazie di tutto. Grazie per il supporto che mi dai e che mi hai dato. Grazie per avermi fatto accettare bene il diabete. Grazie di cuore’.
Mauro, 14 anni: ‘Caro doc, ti scrivo per dirti grazie, grazie per tutto quello che hai fatto nei nostri confronti; ti ringrazio per la tua allegria e la tua voglia di fare che, nonostante alcune discussioni, ci porta sempre felicità e non ci intristisce mai. Grazie anche per averci riuniti, vecchi e nuovi amici. Ogni anno il mio cuore si riempie di più di gioia. Grazie doc, grazie di tutto ‘.
Enrico, 15 anni: ‘Caro doc, la sua onestà e serietà mi hanno aiutato molto in questa prima parte di campo scuola, per integrarmi con gli altri’.
Stefano, 17 anni: ‘Caro doc, voglio ringraziarti per la comprensione che hai avuto nei miei confronti e in quelli di tutti. Voglio ringraziarti per la felicità che mi hai dato portandomi con te tutti gli anni in questi fantastici campi, perché grazie a te ho conosciuto una miriade di nuovi amici, ma soprattutto Mauro. Col passare degli anni ho scoperto di volergli un bene dell’anima, ho scoperto che il voler bene non è solo rivolto alle ragazze, ma anche ad amici, che è la cosa più bella che mi sia capitata. Caro doc, ti ringrazio con tutto il mio cuore’.
Marco, 14 anni: ‘Caro doc, ti scrivo anche se queste parole non basteranno a ringraziarti, io voglio provarci ugualmente. Voglio ringraziarti perché tu mi hai accolto fin da quando avevo 7 anni, mi hai aiutato a crescere e a convivere nel migliore dei modi con la mia malattia. Infine, grazie anche per avermi fatto conoscere tante persone speciali (alcune sono ancora qui con me, ma altri purtroppo non ci sono più nel bellissimo gruppo del campo)’.
Erica, 16 anni: ‘Caro doc, ti scrivo dal campo scuola della Sardegna per dirti come sia diversa questa vacanza da quelle da te organizzate. Siamo più liberi, possiamo mangiare di tutto senza pensare agli zuccheri, ai grassi, insomma alla dieta; senza essere assillati dai continui controlli che tu ci obbligavi a fare ogni due ore, ed era solo qualcosa di angosciante più che utile. Non è che qui possiamo trascurare la nostra malattia per una settimana, anzi siamo molto seguiti, ma riusciamo a sentirci delle persone “normali” in questa comune vita “anormale”’.
Manuel, 15 anni: ‘Caro doc, volevo ringraziarti perché mi sei stato vicino nei momenti difficili e sono sicuro che potrò contare su di te anche in futuro’.
Matteo, 14 anni: ‘Caro doc, ti scrivo per dirti che sei la persona che ha fatto aprire i miei orizzonti verso confini più ampi e significativi. La tua pazienza mi fa credere sempre più in te, come un bambino crede a Babbo Natale’.
Rosy, 17 anni: ‘Caro doc, a volte mi fai incaz…, però grazie per quello che hai fatto, il tuo modo di agire mi ha aiutato molto’.
Gianluca, 14 anni: ‘Caro doc, volevo dirti che un rapporto bello come questo con un medico non mi era mai capitato, perché ho sempre considerato i dottori come nemici, ma con te ho scoperto che anche i dottori hanno un cuore’.
L’ultimo pensierino era una riflessione su quanto ciascuno si portava a casa da questo campo scuola e sul perché eventualmente sarebbe tornato al campo il prossimo anno. Anche in questo caso non avete mancato di stupirmi per la vostra serietà, intelligenza e, nello stesso tempo, serenità.
Jacopo, 16 anni: ‘Porterò a casa un nuovo pacchetto di emozioni ed esperienze, con il quale potrò affrontare meglio la fatica del diventare grandi’.
Marco, 14 anni: ‘Porterò a casa molte emozioni, felice di aver conosciuto persone nuove e con alcune aver stretto una buona amicizia. Infatti ogni anno la “famiglia” del campo aumenta, che in parte mi fa piacere e in parte un po’ meno. E a capo di questa bellissima famiglia c’è il doc, il grande doc!’.
Andrea, 16 anni: ‘Porterò a casa una grande paura, la paura di non rivedere più il mio regista preferito, che negli ultimi campi mi ha fatto diventare una persona speciale, e di questo lo voglio ringraziare. Sono però contento di portarmi a casa una grande amicizia che quest’anno ho approfondito con … (l’interessato lo sa); di questo lo ringrazio sperando che nei prossimi campi sarà di nuovo vicino a me per continuare a lasciare nuove impronte nella storia dei campi. L’anno prossimo tornerò di sicuro perché non penso di poter abbandonare tutto questo’.
Fabio, 15 anni: ‘Porterò a casa prima di tutto due salviettoni dell’albergo e poi l’amicizia delle persone che ho conosciuto e di te doc che riesci sempre a trovare un po’ di tempo per noi. L’anno prossimo torno perché non solo ho trovato degli amici, ma anche una “famiglia” e non ci si separa mai dalla propria famiglia’.
Mauro, 14 anni: ‘Porterò a casa una cosa importante, che tutti hanno contribuito ad accrescere: lo spirito di gruppo, che si è formato il primo giorno che ci siamo incontrati ed è accresciuto nel corso della settimana. L’anno prossimo tornerò di sicuro perché oltre ad essermi divertito come gli altri anni, quest’anno ho trovato quel qualcosa in più che mi spinge ancora di più a venire’.
Alberto, 15 anni: ‘Porterò a casa la consapevolezza che l’autogestione del diabete è una delle cose più importanti di questa malattia perché se sai controllarti potrai condurre una vita sana e normale. L’anno prossimo tornerò perché ci si diverte, si scherza con i compagni, si imparano molte cose e naturalmente per rivedere il mio più caro amico, il dottore. Grazie doc’.
Enrico, 15 anni: ‘Porterò a casa le amicizie, i momenti belli trascorsi, le lezioni che mi sono servite per migliorare il mio rapporto con la malattia. L’anno prossimo tornerò per riuscire a conoscere meglio tutti’.
Mavi, 11 anni: ‘Porterò a casa la speranza di poter incontrare un giorno un gruppo di ragazzi affiatati e inseparabili come questo e nuove amicizie che mi aiutino a crescere’.
Erica, 16 anni: ‘Porterò a casa la bella esperienza fatta. Mi è piaciuto in particolare da parte di tutti lo spirito di coinvolgere e divertirsi, di rassicurare e di vedere in positivo per il futuro. Dal campo scuola si ritorna a casa proprio con un altro modo di vedere le cose’.
Laura, 17 anni: ‘Porterò a casa, può sembrare banale, tutta la simpatia, l’affetto, l’amore che sembra impossibile ricevere in così poco tempo. Porto l’amicizia intensa che si vive, vicini per una settimana, ma che, ne sono sicura, continuerà a crescere. L’anno prossimo tornerò per i momenti di felicità che mi ha regalato, per gli amici che spero di rivedere, per le novità che ho trovato in particolare in questo campo, per la nostalgia che già sento’.
Elisa, 14 anni: ‘Porterò a casa una valigia piena di emozioni, sia positive che negative; d’altronde sono necessarie entrambe. Ma soprattutto porto a casa il valore che c’è in ognuno di noi, però non posso dirlo di tutte le persone perché purtroppo non ho avuto il tempo di conoscere tutti. E poi porto a casa sempre più la convinzione che un gruppo così è raro da trovare, ed è anche per questo che vivo bene con il Signor Diabete, perché mi ha fatto incontrare alcune persone veramente speciali’.
Sabrina, 15 anni: ‘Porterò a casa la convinzione che il diabete non è un problema, ma un amico con il quale condividere la vita. L’anno prossimo tornerò per conoscere altri amici e sentirmi veramente come in una grande famiglia di diabetici’.
Francesca, 14 anni: ‘Porterò a casa … tanti nuovi amici e amiche che, non so perché, sono riusciti quasi tutti a capirmi fin dall’inizio. L’anno prossimo tornerò perché le esperienze migliori bisogna sempre ripeterle fino a quando è possibile’.
Emilia, 15 anni: ‘Porterò a casa un sacco di cose: un gruppo meraviglioso di amici, molte informazioni sul diabete, alcune che già conosco, altre che mi saranno utili in futuro, e la conferma che con il diabete si può vivere benissimo e che è una malattia invisibile agli occhi degli altri’.
Emanuele, 18 anni: ‘Porterò a casa una valigia molto pesante, che riuscirò a chiudere con molta fatica. Innanzitutto un mucchio di vestiti da far lavare alla mamma, ma questo rappresenta solamente una percentuale nulla. Quello che è in eccesso, un eccesso che non si vorrebbe finisse mai, è l’amore, l’affetto e l’amicizia che ho ricevuto, la disponibilità e la complicità da parte di persone di cui fino a pochi giorni fa ignoravo l’esistenza e di cui ora sentirò la mancanza. Mi porto a casa ogni momento trascorso con voi, sia bello che brutto, attraverso i quali sono cresciuto interiormente, sia spiritualmente che emotivamente. Mi porto a casa i vostri sorrisi, i vostri volti tristi, le vostre lacrime. Porto a casa un entusiasmo, una voglia di vivere maggiore, più rafforzata rispetto a quella che avevo prima di partire. Per questo vi dico grazie, un grazie carico di affetto. Vorrei ringraziarvi uno per uno per quello che mi avete donato, ma non finirei più. Vi ringrazio dottori, infermiere, accompagnatori, ma soprattutto voi cari compagni, cari amici’.
Gianluca, 14 anni: ‘Porterò a casa una esperienza straordinaria. Mai a nessun campo mi ero legato così tanto ai miei amici, in particolare a Flavio e a Manuel. Ne abbiamo fatte di cose insieme, più cavolate che cose però. Di Flavio porterò a casa la sua cantilena quando parla e le sue prese in giro a Manuel, che ci casca sempre. Di Manuel porto a casa tutte le cavolate che ci siamo detti e la sua incredibile stupidità. Infine, li ringrazio per avermi donato la loro stupenda amicizia e ringrazio anche tutti gli altri per avermi donato almeno una volta uno sguardo ed un sorriso. Il prossimo anno tornerò perché il campo eè uno dei posti dove sono cresciuto e dove crescerò ancora, dove ho capito me stesso e gli altri. Non posso abbandonare i miei amici, sono troppo legato a loro’.
Roberto, 16 anni: ‘Il prossimo anno tornerò, non solo per rivedere i vecchi amici, ma soprattutto per rivedere il doc perché è raro che si incontrino persone così’.
Matteo, 14 anni: ‘Porterò a casa una collana di esperienze, amicizie profonde, le tante cose che ho imparato e che spero mi serviranno in futuro per diventare grande con serenità, e anche un po’ di tristezza’.
Manuel, 15 anni: ‘Porterò a casa la certezza di aver approfondito delle amicizie e di averne iniziate delle nuove. Una cosa che non sempre sono riuscito a fare (e questo mi dispiace) è stata quella di aiutare i nuovi ad integrarsi nel gruppo, facendoli sentire a loro agio; è una cosa difficile perché devi rinunciare in certi momenti a stare con i tuoi amici più cari e restare coni nuovi, però alla fine ne vale la pena. Mi porto a casa anche il fatto che il doc mi considera più grande o perlomeno un po’ più maturo rispetto agli anni passati, dandomi certe responsabilità e di questo sono molto felice. L’unica cosa che mi dispiace è che l’altra notte ho fatto una caz… e questo mi ha fatto perdere parte della fiducia che il doc aveva in me. Comunque spero di rifarmi per dimostrargli il contrario’.
Ed eccoci finalmente arrivati in fondo. Ormai le pagine scritte sono tante, e anche chi vorrà leggere delle nostre emozioni, dei nostri magici momenti trascorsi insieme a riflettere su quanto è dura la vita, ma anche di quanto poco basta per vedere tutto da un’angolazione un po’ diversa (e quasi sempre migliore), anche chi ci vorrà leggere, dicevo, ha diritto a non stufarsi troppo.
Ma prima di scrivere la parola fine volevo riportare un paio di ‘pensierini’ che mi hanno particolarmente colpito, anche se per motivi differenti.
Il primo lo lascio anonimo per rispetto di chi me lo ha scritto e me lo ha chiesto espressamente (i suoi compagni del campo lo riconosceranno, ma questo non è importante perché già hanno avuto modo di ascoltare queste parole): ‘Caro doc, le scrivo per ringraziarla di avermi permesso di partecipare al campo scuola. Grazie perché ho potuto conoscere gente nuova e perché mi sono divertito molto. Condivido il suo metodo perché ho visto che il diabete posso gestirmelo autonomamente, perché a casa invece è mia mamma che mi prepara l’insulina e mi fa fare la glicemia. Sono anche contento perché i ragazzi e le ragazze con cui ho condiviso questa bella settimana mi sono stati amici e mi hanno accettato nonostante la sindrome che non mi permette di stare e prendere il sole. Inoltre con le sue lezioni ho capito qualcosa di più è ho potuto anche conoscere la Lantus e il microinfusore che prima mi erano completamente estranei. Spero di fare altri campi così con lei e la ringrazio ancora’.
Il secondo pensierino è di Flavio, 18 anni, prossimo all’esame di maturità e sicuramente uno dei pilastri del nostro gruppo, colui il quale, probabilmente, più degli altri ha capito il metodo dei campi e più e meglio del sottoscritto lo ha donato ai suoi amici e a tutti coloro che dai campi sono in qualche modo transitati. Un paio di piccole ali sono sicuramente spuntate sulla sua schiena e nonostante quello che mi scrive sono certo che sarà al mio fianco ancora in altre avventure, anche se dall’altra parte della ‘baratro’.
“Caro doc,
e così sono arrivato …. Sono giunto infine dove non si vorrebbe arrivare mai. Guardando indietro la strada è stata lunga, molto lunga e tortuosa. Ma fino a oggi non ho mai avuto paura di niente, fino a oggi ho affrontato ogni nuova sfida con tutto il mio entusiasmo.
Ma oggi, oggi davanti a me c’è un baratro, e non è la solita sfida o la solita difficoltà …. E’ impossibile non esitare, bisogna fermarsi e pensare bene se saltare o se rimanere da questa parte. Sinceramente non so se tornerò più a un campo, visto che i prossimi due sarò costretto a saltarli per gli ormai noti problemi derivanti dalla maturità (solo uno, mio caro Flavio, perché quello invernale lo puoi fare benissimo – n.d.r.). Così passerà un altro anno prima che io possa tornare e chissà quante cose saranno cambiate.
Lì davanti al baratro le scelte sono due: o si rimane al di qua, senza correre rischi, lasciando tutto inalterato, tutto fermo, con quella grande magia, con quel fascino particolare che permane e perdura nel cuore di ognuno. Oppure si può saltare, saltare per raggiungere l’altra parte, enza sapere cosa ci sarà di là, senza sapere quello che ci aspetterà.
Si salta, ed è un salto difficile e pericoloso perché solo chi sa volare può superare il baratro indenne, e io non so se sono in grado di spiccare il volo, non so se potrò mai librarmi nel cielo, ci vuole tanto coraggio e io sono molto spaventato.
Indipendentemente dal mio ritorno, caro doc, io la devo ringraziare. La ringrazio per Carisolo, Foppolo, Foppolo, Macugnaga, Macugnaga, Macugnaga, Pila, Parigi, Andalo e, infine, per la Sardegna.
La devo ringraziare per i momenti bellissimi che ci ha regalato, per le splendide emozioni che abbiamo provato, per ogni piccolo passo che abbiamo fatto tutti insieme, nella sua mano. Ci siamo voluti bene, ci siamo amati, ci siamo divertiti, e tutto questo è solo merito suo. E’ solo merito suo che ha realizzato tutto questo così bene per tutti questi anni.
Grazie di tutto, doc, a lei e a tutte le persone che l’ahnno aiutata in questi anni, grazie per aver contribuito a far spuntare due piccole ali sulla schiena di alcuni di noi. Grazie, grazie davvero e si ricordi sempre che anche se non verrò più ai campi, per me rimarrà sempre l’unico, inimitabile, GRANDE DOC.
Le voglio bene”.
Suo Flavio Flavio, insieme ad un altro dei ‘miei ragazzi’ (Pierangelo) è partito oggi per il Kossovo insieme al don della sua parrocchia e ad un gruppo di ragazzi. Il loro compito per i prossimi 15 giorni sarà quello di far giocare bambini spaventati dalla guerra e dalla miseria, donando loro un sorriso, una battuta e un briciolo di felicità.
Questo è il vero, unico e grande motivo per cui ogni anno organizziamo un ‘nostro’campo scuola (nostro, che significa fatto alla nostra maniera): per aiutare tanti Flavi a diventare grandi, perché possano andare nei mille Kossovo del mondo, per ridare la gioia di un sorriso a migliaia di bambini che per mille motivi hanno sofferto e soffrono. Il Signor Diabete per loro è solo un ‘amico’ in più, di cui farebbero volentieri a meno, certo, ma che solo per il fatto di esistere non gli impedisce di vivere la loro vita ‘alla grande’
Buone vacanze a tutti e a risentirci al prossimo campo.
Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 6 Agosto 2003 6:00:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/soggiorni/campi_008l.html
