L’amicizia dura per sempre …
… ovvero, non esiste ‘solo’ il Signor Diabete
Andalo (TN), dal 6 all'11 gennaio 2003di Andrea Scaramuzza - Pediatra
Sono da poco passate le 22.30, l’orario in cui di solito, uno dopo l’altro, tutti i ragazzi del campo sfilavano davanti a me per la quotidiana rassegna delle glicemie, per discutere le eventuali correzioni alla terapia, e questo silenzio mi sembra quasi innaturale, non ci sono più abituato.
Il campo è finito solo da poche ore, ma mi manca il rumore di fondo della loro allegria, degli schiamazzi, tipo settimo cavalleggeri in vacanza ogni qualvolta si muovevano su e giù per le scale, tanto che il silenzio si fa quasi assordante. E un po’ mi spaventa.
Perché sono questi i momenti in cui di solito (o almeno a me capita sempre così) ci si interroga più facilmente sui grandi interrogativi della vita, di quella propria e altrui (come nel caso di questi 21 ragazzi, che il destino o un fato un po’ burlone e, per qualcuno, crudele ha messo sulla mia strada di medico, ma soprattutto di uomo e, spero, di amico); e mi ritorna alla mente il tema del campo, filo conduttore di tutte le attività: ‘L’amicizia dura per sempre …’.
Rivedo davanti a me i loro occhi, che meglio di mille parole raccontano la gioia di essere lì, del piacere di fare quello che stanno facendo e della ‘libertà’ (anche se per pochi giorni) dal Signor Diabete; dovete sapere infatti che al campo le regole quotidiane - soprattutto quelle alimentari - vengono un po’ stravolte e riscritte, vuoi per l’intensa attività sportiva, vuoi per il desiderio di imparare a cavarsela in qualsiasi situazione.
Sono questi i momenti in cui mi chiedo: è giusto che la loro vita sia in tutto e per tutto condizionata da questo Signor Diabete (un vero rompipalle), o sarebbe meglio che loro imparassero a conviverci serenamente, e che fosse lui, il Signor Diabete, a doversi adattare a loro e alla loro vita e non viceversa?
La risposta mi arriva pressoché in tempo reale sotto forma di e-mail, che Stefano, 27 anni, diabetico a sua volta, alla seconda esperienza di tutor-educatore, mi manda a commento del campo appena concluso.
Caro Andrea, la sera che siamo saliti al rifugio per la cena, mentre aspettavamo il pulmino che non arrivava, ci siamo fermati a parlare (tra gli altri) con Marco piccolo. Carola cercava di capire quanti anni lui avesse, e a questo proposito Marco ti ha detto qualcosa del genere: «Dottore, si ricorda quando ci siamo conosciuti? Era il mio compleanno, e come regalo ho ricevuto il diabete; che sfiga, è?...». Non è stato quello che ha detto, ma come lo ha detto; per un po' ho sperato di aver capito male, e gli ho risposto: «C'è di peggio nella vita...». Mi ha guardato e mi ha detto: «Eh, ma è meglio non averlo...». Sempre con quell'aria, che tanto stonava con il suo fare di solito così allegro. Non puoi immaginare quanto io ci sia rimasto male. Ci crede. Purtroppo, ancora ci crede che il diabete lo può rendere infelice.
Mi sono rivisto alla sua età, al posto suo in quel campo di Macugnaga, quando anch'io credevo che Dio, il Destino o semplicemente la Sfiga mi avesse appioppato il diabete come un castigo, e che avrei potuto essere felice, se solo fossi stato come gli altri.
Adesso so che non è così, ma a quei tempi non lo capivo.
Quella sera, ad Andalo, avrei voluto parlargli; avrei voluto parlargli di quei ragazzi che come lui si sentivano sfortunati, nell'estate del 1990, e che oggi, tredici anni dopo, sono alle prese con problemi ben diversi: problemi che la vita ti mette di fronte, diabete o non diabete: l’amore, l’amicizia, il lavoro, la propria famiglia, la famiglia che ti piacerebbe costruire, ….
Nessuno, dico NESSUNO di loro ha più pianto una sola lacrima negli ultimi dieci anni per colpa del diabete; nessuno, dico NESSUNO di loro crede più che nascere “normale” posso renderlo più triste o felice; nessuno, neanche chi, come me, ha 24 anni di malattia, un microaneurisma (mal che vada forse, dico forse, dovrò un giorno fare una piccola operazione per coagularlo: questo dovrebbe fare di me una persona infelice?) e il tunnel carpale ad entrambi i polsi (forse, e dico forse, dovrò un giorno fare una piccola operazione per sistemarli: per questo sarei diverso dagli altri? È forse questo il motivo per cui soffro? E nonostante questo, non ero forse il più felice tra gli uomini quando avevo vicino qualcuno che mi voleva bene?).
Ma forse è stato meglio non averlo fatto; avrebbero pensato che il diabete non è grave solo perché c'è in giro di peggio (e non è così: il diabete non è grave perché non è grave; è semplicemente una malattia cronica non invalidante. Tradotto in italiano: è solo una rottura di coglioni).
E poi, francamente, che la vita può essere anche brutta non lo dovrebbero scoprire a quell'età.
Solo che mi sento inutile: avrei voluto essere davvero un educatore, e invece sono stato per loro solo una specie di “cane da guardia”. Tutte le cose che avrei voluto dire o far capire loro, me le sono tenute per me.
Me ne dispiace, sul serio.
Certo, mi sono detto, nella vita si può soffrire anche per il diabete, ma non solo, non soprattutto.
Ed è questo il messaggio che più di ogni altro mi piacerebbe che ciascun partecipante ai campi, ai ‘nostri’ campi, portasse con sé nel cuore una volta tornato a casa: la vita è fatta di molte cose, alcune belle, altre meno, l’importante è cercare di dare sempre il massimo per dare un senso alla vita che ci è stata data in dono, di non scoraggiarsi e capire che il diabete è solo una di quelle cose ‘meno belle’ che possono capitare per la quale non vale la pena di disperarsi più di tanto.
Forse è per questo che mi sono venute alla mente le parole della stupenda poesia di Garcia Lorca che trovate all’inizio di questo scritto: come la luce è la sintesi di tutti i colori, c’è un silenzio che può essere il concentrato di tutte le parole più importanti (quelle che hai campi si dicono, si scrivono o semplicemente si tengono nel cuore), e se si sta seduti sulla riva di quello stagno (immagine dell’orologio e dell’idea del tempo che passa) forse varrebbe la pena di metterci dentro un piede, o una mano, o tutto se stessi proprio per ritrovare il senso del vivere e dell’agire, del credere e dello sperare, del gioire e dell’amare, il senso dell’essere uomini e donne e non cose.
Questo è il motivo per cui ai campi partecipano bambini e ragazzi con diabete, ma anche qualche loro amico che il diabete non ce l’ha (e a volte, anche se sembra assurdo, si sente sfigato per questo), questo è il motivo per cui questa volta abbiamo deciso di parlare dell’amicizia, questo è il motivo, credo, che a quest’ultimo campo hanno deciso di partecipare anche ragazzi provenienti da altri centri e altre realtà (Milano, Verona, Trento, Roma).
E’ stato un bel campo, almeno per me, ma credo anche per i ragazzi, pieno di cose belle e interessanti come le lezioni di sci, la gara finale (con tanto di ordine di arrivo ufficiale e premiazione), il pattinaggio sul ghiaccio, una camminata sulla neve con le ‘ciaspole’ (una versione moderna della racchette da neve), la cena al rifugio con abbuffata di carne, polenta e crauti, il ritorno con le fiaccole nel buio della notte sotto una neve che cadeva leggera e soffice, con i giochi, gli scherzi tutti insieme, le nuotate nella piscina dell’albergo o le sudate nella palestra attrezzata, il divertimento dello spettacolo finale con tanto di concerto di pianoforte e violino, barzellette, TG Campus, test psico-attitudinali demenziali, la rivisitazione in chiave ‘romanesca’ e burlona di ‘Romeo e Giulietta’ (Shakespeare si starà ancora rotolando nella tomba, poverino) e l’ormai classico spogliarello finale degli ‘Andalo Dream Men’.
Dopo il viaggio in Francia della scorsa estate, ricordate, dopo i discorsi iniziati sul diventare grandi, sulla necessità di cambiare, di vedere le cose vecchie in modo nuovo, abbiamo proseguito il lavoro riflettendo sull’amicizia. Intanto progettando uno spot pubblicitario sulla lotta alla droga, che provvederemo a spedire al Concorso indetto dal Giffoni Film Festival in collaborazione con la Comunità di San Patrignano e di varie istituzioni. Poi con i soliti ‘pensierini della sera’ che i ragazzi hanno tanto diligentemente compilato.
Marco, 17 anni, al suo primo campo, ha scritto: Amicizia è conoscere persone nuove e instaurare dei rapporti con loro.
Carola, 11 anni, al suo primo campo: Amicizia è un dono (come all’interno di questo gruppo) e una delle cose più belle della vita.
Jacopo, 16 anni: Amicizia è affetto profondo, di cui ogni persona ha bisogno per vivere, senza la quale la vita si ridurrebbe a un lungo fiume tranquillo.
Daniele, 16 anni, a volte la mente un po’ confusa: Amicizia è quando trovi un appoggio morale in una persona, mascherata che sia, cioè per quanto possa nascondere la sua vera natura … (non mi chieda spiegazioni, per ovvi motivi personali che non le vado a dire adesso, magari un’altra volta).
Gianluca, 14 anni: Amicizia è il bene che vuoi ad una persona, per il quale ti leghi ad essa. Amicizia è condividere ogni cosa e sapere accettare qualcuno per quello che è.
Lorenzo, 10 anni: Amicizia è stare insieme, divertendosi.
Ma è anche qualcosa di talmente prezioso che va conservato con cura, altrimenti c’è il rischio che svanisca, come ha scritto Edoardo, 14 anni: Amicizia è come un gelato, quando lo tocchi si squaglia.
Flavio, 17 anni: Amicizia è guardare negli occhi chi ti sta davanti e capire tutto quello che ti vorrebbe dire, senza limiti, solo con un paio d’ali.
Parlando di amicizia è stato inevitabile interrogarsi su chi era più simpatico fra coloro che erano al campo e perché.
Beatrice, 14 anni: Per me tutti i ragazzi che partecipano al campo sono simpatici, per la loro semplicità e la loro disponibilità. Mi convinco sempre più che gli amici che ho incontrato in questi campi scuola sono i più veri che abbia mai incontrato nella mia vita.
Sebastiano, 15 anni: Il compagno più simpatico è Marco piccolo, perché è la persona all’interno del campo con la quale rido di più ed ho più confidenza.
Gianluca, 14 anni: Mi stanno tutti simpatici e più di tutti Manuel, con cui sono riuscito a legare più facilmente, ma in fondo non voglio fare differenze.
Emilia, 14 anni: La persona più simpatica è Michela, perché ti fa ridere anche quando non sei di buon umore, è una ragazza di compagnia e … è una casinista! Sempre tutto in giro, così non trova mai niente. Inoltre, è simpatica, anzi simpaticissima e ha sempre una parola buona per tutti.
Giulio, 13 anni: Il mio migliore amico è Edoardo perché abbiamo alcuni interessi in comune e … (non so cosa dire!).
Edoardo, 14 anni: Finora la persona con cui mi sono trovato meglio è stato Giulio. Mi sono divertito molto a sciare con lui e poi mi è sembrato molto cordiale.
Flavio, 17 anni: La persona più simpatica di questo campo è, strano a dirsi, Manuel. Perché? Perché so che su di lui posso sempre contare sia per ridere, che per piangere. P.S. E’ davvero grande il potere di un sorriso … basta un attimo per trovarsi nel sole.
Andrea, 15 anni: Il migliore amico è il doc, non perché è una persona ‘superiore’, ma perché è una persona amica. Anche se a volte ci sono delle eccezioni in cui il doc comanda e impartisce ordini.
Francesca, 10 anni: Mi sono simpatici tutti
Il clima che si è creato fra i ragazzi è stato da subito molto bello. Per chi non è abituato a queste cose forse non sembrerà una cosa importante, ma vi assicuro che vedere un gruppo di più di 20 adolescenti, che magari il giorno prima nemmeno si conoscevano (e questa volta di ‘nuovi’ nel gruppo ce n’erano parecchi), lavorare insieme, affiatati, su un progetto, come la creazione di uno spot pubblicitario, non è una cosa che capiti tutti i giorni. Vederli preparare lo spettacolo dell’ultima sera con entusiasmo, voglia di ridere e di scherzare, con la voglia di mettersi in gioco al di là del ruolo che ciascuno di loro riveste nella vita quotidiana di tutti i giorni, i grandi con i piccoli, i bravi con i meno bravi, è un’esperienza che ti riempie il cuore e che ti fa venire la voglia di andare avanti, perché organizzare campi ha un senso. Il senso non di trovare la terapia ‘perfetta’ (che tra l’altro non esiste), non di avere sempre la migliore glicemia possibile (in una folle rincorsa della migliore ‘glicemia perduta’), ma il senso dell’imparare a vivere insieme, a stare bene insieme, a volersi bene e ad aiutarsi gli uni gli altri e, perché no, a vivere il meglio possibile con quell’intruso indesiderato e pure così ingombrante come il Signor Diabete.
Ti è mancato qualcosa in questo campo? Ebbene, la sorprendente risposta è stata no, nulla. Almeno se ci si riferisce agli affetti lasciati a casa, alle cose di tutti i giorni. In fin dei conti 6-7-8 giorni passano in un baleno e quello che si è lasciato a casa ce lo riprendiamo subito. Ma quello che si vive lì, fra gli altri ragazzi, con il doc, con gli educatori, le infermiere, i tutor, quello è la cosa importante che può dare un senso alla sofferenza, agli scoramenti, alle gioie, alla voglia di farcela alla faccia di tutti e della Sfiga.
Carola, 11 anni: Non mi è mancato niente. Io sono contenta così, soprattutto perché sono circondata da amici veri.
Marco, 17 anni: Non riesco a trovare qualcosa che mi sia mancata perché i diversi tipi di carattere di ogni singola persona, rendono il gruppo molto compatto e divertente, anche se chi lo compone proviene da città diverse.
Al limite quello che manca sono i volti, i sorrisi, le scemenze e le parole vere degli amici conosciuti ad altri campi, che sono cresciuti e sono rimasti a casa.
Marco, 14 anni: La cosa che mi manca di più sono le persone vecchie che non sono venute.
Andrea, 15 anni: La cosa che mi manca di più sono la Ele, Pier, Franz, Piddu e tutti gli altri.
Beatrice, 14 anni: La cosa che mi manca di più è l’assenza di alcuni volti che mi hanno accompagnato nella mia prima esperienza di campo scuola, ed in particolare di Elena, che ha saputo darmi i consigli giusti per inserirmi nel migliore dei modi in questo fantastico gruppo.
Michela, 16 anni: Beh, teoricamente non manca nulla … c’è divertimento, c’è calore, c’è complicità …. Forse mi manca una vecchia persona, o anche 2, mi manca il parlare, il confidarmi con qualcuno … Comunque la domanda più corretta è: cosa mi mancherà del campo?
Manuel, 14 anni: La compagnia e la simpatia dei vecchi amici che non sono venuti.
Seguendo la sollecitazione di Michela, il pensierino dell’ultimo giorno era proprio su: cosa ti mancherà del campo?
Jacopo, 16 anni: Di questi giorni passati qui in montagna di sicuro mi mancheranno gli amici, lo sci e le notti passate in bianco.
Beatrice, 14 anni: La cosa che mi mancherà di più del campo sono gli amici, vecchi e nuovi, le telefonate stupide dalla stanza accanto, le risate fatte con Giò, la libertà dalla scuola.
Lorenzo, 10 anni: Mi mancheranno tutti i ragazzi e soprattutto Marco piccolo per le sue battute e Jacopo per i suoi scherzi.
Manuel, 14 anni: Mi mancheranno i bei momenti passati insieme e alcune persone, cui voglio bene, che rivedrò fra tanto tempo. Non so come, ma l’amicizia che è nata fra noi è una cosa bella che ci rende un gruppo unito, l’unica cosa che ci separa è il luogo dove viviamo.
Giulio, 13 anni: Probabilmente la cosa che mi mancherà di più del campo sarà la compagnia di altri ragazzi, diabetici come me. Mi mancheranno anche tutti gli amici che mi sono fatto in questa settimana.
Marco, 17 anni: Di questo campo mi mancherà quasi tutto perché ho trovato delle persone che possono diventare degli ottimi amici e che sanno far divertire. Grazie a tutti.
Edoardo, 14 anni: Forse mi mancherà il divertimento di stare con questi amici. Forse mi mancherà il dottore. Forse mi mancherà lo sci. Non lo so: forse solo la compagnia.
Nadia, 19 anni, tutor: Cosa mi mancherà del campo? Sembra facile spiegarlo, ma non è così, quando si passano circa sei giorni con degli amici che poi potrai vedere solo fra tanto tempo. E’ come se per sei giorni loro hanno fatto parte di te. Sì, alla fine saranno loro, i compagni del campo che mi mancheranno, e con loro il caos, la voglia di fare che qualcuno possiede. Mi mancheranno la Valeria e il doc, il doc perché mi rispetta e mi fa sentire più grande, la Valeria perché con lei mi diverto.
Flavio, 17 anni: Del campo mi mancherete essenzialmente voi. Questo campo, come ogni altro campo a cui ho partecipato mi ha regalato emozioni fortissime che non dimenticherò mai. Certo, non posso dire che sia stato il campo più bello cui abbia partecipato, però è stata una ‘vacanza’ davvero speciale. Mi mancheranno le sciate con gli amici sempre col sorriso sulle labbra e con la voglia di aiutarsi reciprocamente appena possibile. Mi mancherà la nuova versione di Giovanni, Speedy Giovanni Gonzales che magari involontariamente riesce sempre a farmi ridere. Mi mancheranno le risate contagiose di Valeria alle quali è impossibile non rispondere ridendo a propria volta. Mi mancheranno le cazz… di Marco piccolo, che nonostante faccia perennemente lo ‘scemo’, stupido non è, e io so che su di lui posso sempre contare. Mi mancherà la tenera voce della ‘Tata’ che con le sue strida è riuscita a farmi perdere l’uso di un timpano. Mi mancherà Gianluca, che nonostante i nostri primi rapporti non siano stati idilliaci, adesso so che anche lui è un amico importante e al quale voglio bene. Mi mancherà molto Jacopo che è riuscito ad inserirsi nel gruppo, facendosi voler bene da tutti e da me, se devo essere sincero, in modo particolare. Mi mancherà Giulio, perché un lacchè (n.d.r. la parte recitata nella parodia di Romeo e Giulietta) come lui non lo troverò mai più da nessuna parte. Mi mancherà Sebastiano che è riuscito a conquistarmi con la sua gentilezza, generosità e simpatia. Mi mancherà Edoardo e il suo violino, perché non è vero che dava fastidio quando lo suonava, ma a me il suono del violino fa tenerezza e simpatia. Non posso dire che mi mancherà Marco grande, visto che lo vedrò ogni giorno a scuola, però mi mancherà vederlo entrare nella porta di fronte alla mia, mi mancherà tantissimo non vederlo più al campo. Mi mancherà in modo incredibile il bene che mi vuole Andrea e che io voglio a lui; me lo ricordo ancora col peluche con su il profumo della mamma, la sua tenerezza non è cambiata di una virgola. Eh sì, un po’ mi mancherà, non posso negarlo, la Micky perché sentirsi amati fa sempre piacere, e lei è un’amica davvero importante sulla quale posso sempre contare. E infine, beh lo sapete già, mi mancherà Manuel. Mi mancherà fare la lotta con lui sul letto come tanti anni fa, mi mancherà vederlo sciare e vederlo cadere perché lui sarà sempre il mio ‘campione’. Mi mancherà soprattutto guardarlo negli occhi, gli occhi più teneri del mondo (ormai l’ho detto a tutti e vi avrò stufato con questa storia ma cosa ci posso fare?), gli occhi più potenti dell’universo che riescono sempre a scioglierti il cuore e a farti fare quello che vogliono. Insomma, ragazzi, mi mancherete voi e il bene che vi voglio.
Queste parole, le parole dei ragazzi, lo specchio dei loro cuori e delle loro emozioni sono le cose che mi porto a casa più volentieri e che poche ore dopo la fine del campo mi fanno sentire la loro mancanza, anche se la settimana è stancante, anche se a volte mi pesa fare il giro quasi tutte le notti a mezzanotte e alle tre per controllare che tutti stiano bene. Torno a casa carico e pronto a ripartire e da domani inizierò a pensare al prossimo campo, quest’estate in Sardegna.
Cosa ci siamo portati a casa questa volta. Molto, tutto quanto scritto sopra e molto di più che lo spazio non mi ha permesso di scrivere. Una cosa su tutte.
Camminare insieme è il vero segreto del campo scuola. E se le orme dei passi sono ben visibili, come quelle che a volte è possibile vedere impresse sulla neve fresca dopo una bella nevicata, per chi viene dietro è più facile seguire la strada giusta. Non scontato, né automatico, ma semplicemente più facile. E’ questa la nostra sfida … Lasciare tracce che possano essere seguite da chi viene dietro, non per vivere al posto suo, ma per rendere un po’ più semplici le scelte da fare. Ed è per questo che facciamo campi … per lasciare impronte che durino nel tempo ….
Un’ultima cosa. Chi conosce ‘Il gabbiano Jonathan Livingston’ di Richard Bach sa che in questo bellissimo libro si parla di amicizia, sì, ma anche di scelte che tocca fare nella vita, e del coraggio e della caparbietà che a volte è necessario mettere in campo per raggiungere gli obiettivi prefissati. Jonathan è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noi, che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione.
Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, ovunque tu lo desideri. Quei gabbiani che non hanno una meta ideale, e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte e vanno piano. Quelli invece che aspirano alla perfezione, arrivano ovunque, e in un baleno..
Il piccolo e anticonformista gabbiano Jonathan riesce ad intravedere una nuova via da poter seguire, una via che lo allontana dalla banalità e dal vuoto della sua vita precedente e comprende che un gabbiano vive non solo di cibo, ma anche della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell'aria … Jonathan desidera solo poter volare, compiendo così quel gesto considerato tanto inutile, e far partecipi della sua gioia anche i suoi amici, dandogli la possibilità di assaporare la sua meravigliosa scoperta, di quanto sia importante e bello poter e saper volare. Ma attenzione, Jonathan non è un ribelle, è solo un giovane gabbiano che compie ciò che sente di dover fare, seguendo il suo istinto, la sua mente, il suo cuore, anche se spesso questo comporta di dover fare scelte sofferte, che comunque dimostrano il coraggio delle proprie azioni.
“Se non impari nulla, il mondo di poi sarà identico a quello di prima, e avrai anche là le stesse limitazioni che hai qui, gli stessi handicap”. Distese le ali, si girò pronto a levarsi. "Ma tu, Jon," soggiunse "tu hai imparato tante cose in una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa."
Puntare in alto significa dispiacersi per tutti quelli che non ci riescono.
"L'unica vera legge è quella che conduce alla libertà." disse Jonathan " Altra legge non c'è. "L'unica vera legge è quella dell'amore, che permette di superare tutte le limitazioni. "Ma di' un po', come fai ad amare una tale maramaglia di uccelli che ha tentato addirittura di ammazzarti?" "Oh, Fletch, non è mica per questo che li ami! E' chiaro che non ami la cattiveria e l'odio, questo no. Ma bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c'è in ognuno, e aiutarli a scoprirla da se stessi,in se stessi. E' questo che io intendo per amore." Questo è il compito più difficile:amare e scoprire il bene che ciascuno di noi ha dentro di sé. "Devi solo seguitare a conoscere meglio te stesso, ogni giorno un pochino di più, trovare il vero gabbiano Fletcher Lynd. E' lui, il tuo maestro. E' lui che devi capire. E' in lui che devi esercitarti: a esser lui."Il vero ideale è diventare veramente quello che siamo già.
Il gabbiano Fletcher, ad un tratto, per un attimo, li vide come veramente erano, e sorrise: non soltanto gli piacevano, li amava. Era come l'inizio di una gara: aveva cominciato a imparare.
Spero che i ragazzi nei giorni trascorsi felicemente sulle nevi di Andalo, ma ne sono sicuro abbiano capito questo. L’amicizia dura per sempre, basta volerlo, e non c’è spazio o tempo o condizione che tenga.
Sully devo tornare” disse, infine. “I tuoi allievi già se la cavano bene. Ti aiuteranno loro, a tirar su le nuove reclute”. Sullivan sospirò, ma non discusse. Disse soltanto: “Sentirò la tua mancanza, Jonathan”.
“Che dici mai? Sully vergogna!” lo rimproverò Jonathan. “Via, non dire sciocchezze! Cosa studiamo a fare, tutto il giorno? Se la nostra amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo, allora una volta superati lo spazio e il tempo, noi avremmo anche distrutto questo nostro sodalizio! Non ti pare? Ma se superi il tempo e lo spazio, non vi sarà nient’altro che l’Adesso e il Qui, il Qui e l ’Adesso. E non ti sa che, in questo hic et nunc, noi avremo occasione di vederci, eh, ogni tanto?”.
Il gabbiano Sullivan fu mosso a ridere, suo malgrado. “Che uccello matto che sei” disse, in tono affettuoso. “Semmai c’è uno che possa insegnargli, a quei rasoterra laggiù, a vedere lontano mille miglia, questi è il gabbiano Jonathan Livingston”. Abbassò gli occhi, contemplò la sabbia. “Addio, Jon, amico mio”.
“Arrivederci, Sully. Ci rivedremo ancora”.
Detto questo, Jonathan si concentrò col pensiero per trasferirsi con esso su un’altra spiaggia e in un altro tempo, laggiù, dove vola un grande stormo di gabbiani. Ormai sapeva bene di non essere di carne e ossa e penne, ma un’idea: senza limiti né limitazioni, una perfetta idea di libertà’.
Questo è il motivo per cui siamo stati ad Andalo, questo è il motivo per cui negli anni siamo andati a Macugnaga, Carisolo, Foppolo, Pila, a Parigi. Questo è il motivo per cui quest’estate ci ritroveremo in Sardegna: per scoprire il gabbiano Jonathan Livingston che è nascosto in ciascuno di noi!
Arrivederci in Sardegna con il prossimo tema: Insulin, love and care. Buona scuola a tutti!
Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 23 Gennaio 2003 06:00:00
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