L’altra faccia del diabete
di Agnese Codignola - Tratto da L’Espresso, 24 Aprile 2008
Sono oltre due milioni e mezzo gli italiani malati. E aumentano esponenzialmente. Troppi per poter dare la colpa solo all’obesità. E gli scienziati scoprono nuove cause: inquinamento, abuso di farmaci, infezioni
No, i numeri del diabete sono tali che non può essere soltanto una questione di dieta. Crescono troppo rapidamentie, l’epidemia ha una progressione fulminea e gli addetti ai lavori sono pronti a rivedere le carte. Sempre di stili di vita si deve parlare: il diabete è un male della contemporaneità. Ma in ballo c’è molto di più che non un’alimentazione sbagliata. E le nuove ricerche mostrano che in scena entrano fattori killer come l’inquinamento, l’abuso di antidepressivi, le infezioni. Insomma, altri elementi del vivere moderno che, messi tutti insieme, possono spiegare l’aumento vertiginoso di malati registrato negli ultimi dieci anni quasi ovunque, con paesi che hanno visto raddoppiare (talvolta, come nel caso della Russia, triplicare) l’incidenza del diabete di tipo 2, aumentare molto quella di tipo I, anticipare sempre più il momento dell’esordio di quest’ultimo (in Europa si è passati dai nove anni in media agli attuali cinque) e crescere di anno in anno il numero dei diabeti doppi. In Italia il tipo 1 colpisce lo 0,2 per cento della popolazione, ma il 2 balza a circa il 5 per cento, con valori che crescono con l’età, e i malati sono più di 2,6 milioni. Secondo l’OMS, nel 1985 i malati in tutto il mondo erano 30 milioni, 135 milioni nel 1995, nel 2001circa 177milioni e nel 2030 saranno 370 milioni; già oggi, quattro milioni di persone muoiono ogni anno a causa della malattia. Troppi.
Il Dottor Thai-chi
Aumentano le prove a favore di antiche discipline quali il thai-chi e il qigong come strumenti per migliorare il controllo del diabete di tipo 2. Due studi pubblicati sul “British Journal of Sports Medicine”, uno taiwanese su 30 diabetici e uno australiano su 11 pazienti, hanno confermato che entrambe le discipline, se praticate con regolarità, contribuiscono a tenere sotto controllo il tasso di zuccheri nel sangue e a migliorare i parametri cardiovascolari. Responsabili dell’effetto sarebbero la concentrazione e il rilassamento uniti all’attività fisica.Per questo le vecchie teorie non bastano più. Spiega paolo Pozzilli, docente di endocrinologia e malattie metaboliche del campus Biomedico dell’Università di Roma e docente di Ricerca diabetologica presso il Centre for Diabetes and Metabolic Medicine della Queen Mary’s School of Medicine di Londra: «Che il diabete fosse una malattia multifattoriale lo sapevamo. Ciò chenon si era capito è l’importanza reale delle componenti esterne all’organismo. È evidente, ormai, che c’è qualcosa, nello stile di vita moderno, che non è stato compreso a sufficienza o cheè tuttora ignoto, perché solo un fattore esogeno può esercitare azioni così significative in periodi di tempo così limicati».
In molti stanno dando la caccia a questo sfuggente fattore X, anche perché la genetica non ha dato finora risposte adeguate. Nelle ultime settimane, per esempio, due diversi studi (pubblicati su “Nature” e “Nature Genetics”) hanno descritto rispettivamente 6 e 11 varianti di geni coinvolti nel diabete 2, che vanno ad aggiungersi a quelli già noti per entrambi i tipi. Ma i geni conferiscono più che altro una maggiore predisposizione. Spiega Pozzilli: «Nel diabete di tipo 1 la presenza di geni specifici e di una certa familiarità possono costituire un campanello d’allarme e spingere i medici a consigliare controlli serrati, ma di solito non bastano a causare la malattia. Nel tipo 2 i geni hanno un’influenza molto minore, e comunque assai più dipendente dallo stile di vita per la loro attivazione. In altre parole, anche se rivestono un ruolo importante, i geni da soli non possono spiegare l’aumento della malattia, anche perché non possono essere stati modificati così massicciamente e su tutta la popolazione mondiale in pochi anni. Ci deve essere qualcosa di diverso che non può essere che esogeno».
Zuccheri amari
I nuovi farmaci che stabilizzano il ciclo dell’insulina. E il ruolo delle staminali.
Ormoni Da poche settimane in Italia sono disponibili due nuove molecole per la cura del diabete di tipo 2, due farmaci che imitano un meccanismo d’azione fisiologico, quello del cosiddetto asse delle incretine, gli ormoni che stimolano la sintesi e il rilascio di insulina dopo i pasti. Negli ultimi anni è stato dimostrato il ruolo di assoluta centralità, nel controllo della glicemia, di questi due ormoni intestinali: il Gip (polipeptide inibitorio gastrico) e il Glp-1 (peptide glucagone-simile), detti appunto incretinei. Non solo: si e visto che le persone affette da diabete 2 hanno una ridotta capacità di produrre questi ormoni, e che iniettando loro Glp-1 il controllo glicemico si normalizza. Per questo si é pensato di somministrare analoghi stabili, oppure molecole che blocchino la degradazione delle incretine, e la cosa ha funzionato. Si è così giunti, rispettivamente, a un farmaco dato per via iniettiva, la exenatide, e a uno per via orale, la sitagliptina. La loro somministrazione, per il momento, è riservata a malati che non rispondono più alle altre cure e prevede un complesso iter burocratico.
Interleukine Nel frattempo, però, continuano gli studi su terapie alternative. Nelle ultime settimane, la rivista “Pnas” ha riportato i risultati ottenuti dai diabetologi della Harvard Medical School con tre farmaci (rapamicina più antagonisti delle interleuchine 2 e 15) che riescono a fermare la distruzione delle cellule beta nei topi diabetici, e a riportare i livelli di zuccheri entro la norma nel 90 per cento degli animali, e a innescare, con Vaggiuma di un enzima (l’alfa1 antitripsina), la rigenerazione delle stesse cellule.
Staminali I ricercatori dell’azienda californiana Novocell hanno riferito a un congresso internazionale svoltosi in Francia che i topi diabetici che hanno ricevuto le loro staminali, opportunamente trattate, hanno prodotto insulina in risposta all’aumento di zucchero nel sangue. Infine, al congresso annuale Diabetes UK è stata proposta una sostanza potenzialmente attiva: la versione sintetica di un composto estratto dalla pelle di alcune rane del Sud America, chiamato pseudina 2. Anche l’exenatide, del resto, è stato sviluppato a partire dalla pelle di una lucertola messicana, la Gila Monster.Ma se non è una questione di geni, di che cosa si tratta? Chi è che attenta quotidianamente alla salute del pancreas? La ricerca punta direttamente verso ciò che più contraddistingue lo stile di vita moderno, in primo luogo gli inquinanti chimici e fisici. In uno studio appena pubblicato su “Diabetes Care”, un gruppo internazionale di diabetologi ha considerato lo stato di salute di circa 800 persone e lo ha paragonato con le concentrazioni di 19 composti policlorurati rintracciabili nel sangue di sei persone su dieci. Risultato: più aumenta la concentrazione degli inquinanti, più sale il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e sindromi correlate, quella metabolica e quella della resistenza all’insulina. I magri sono a rischio, se hanno alte concentrazioni delle sostanze incriminate, così come i grassi lo sono di meno se non ne hanno accumulato troppe. Del resto, già negli anni scorsi diversi studi hanno mostrato che gli inquinanti possono distruggere il metabolismo di grassi e degli zuccheri, almeno in vitro. Oltre ai contaminanti ambientali, di recente si è scoperto che le cellule beta possono essere minacciate anche da farmaci di largo uso quali gli antidepressivi. Lo ha confermato uno studio pubblicato su “Diabetes Research & Clinical Practice”, nel quale i diabetologi dell’Università dell’Alberta hanno messo in relazione l’assunzone di antidepressivi triciclici e analoghi del Prozac con l’incidenza della malattia in 2.400 persone, e visto che negli utilizzatori il rischio di diabete di tipo 2 è superiore del 30 per cento rispetto agli altri. Se poi si assumono entrambe le categorie di farmaci, il rischio raddoppia.
Gli indizi sembrano dunque puntare verso agenti di tipo chimico o fisico, anche se non si escludono cause infettive, come suggerito da uno studio italiano pubblicato su “Pnas”, che dimostrava la presenza di virus Coxsackie B4 nel pancreas di malati di diabete di tipo 1.
La caccia ai possibili responsabili è a 360 gradi, e proprio per questo gli scienziati cercano un nuovo paradigma. Conclude Pozzilli: «Stiamo creando una rete europea che lavori su ipotesi del tutto inedite. Ma per affrontare tematiche così complesse gli strumenti abituali, per quanto moderni e tecnologici, non sono sufficienti: basta pensare alla complessità degli inquinanti, presenti a decine in ciascuno di noi, o ai dati contraddittori ottenuti finora sui campi magnetici». Allora le risposte si attendono da questo team interdisciplinare che, con l’aiuto di biofisici, matematici, biologi molecolari e altre figure, ha il compito di realizzare modelli di studio che tengano conto della complessità dei possibili fattori coinvolti e delle loro interazioni con l’organismo, adottando un modello di complessità analogo a quello che si usa per costruire le reti neurali che riproducono il funzionamento del cervello.
ha collaborato Tiziana Moriconi
Tratto da: L’Espresso, 24 Aprile 2008
Ricerca a cura di Anna Manetti - Adattamento a cura di Guido SeuData ultimo aggiornamento: Martedì, 6 Maggio 2008 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2008/r2008_051.html