Lidia...
di Lidia Lombardi - Tratto da: Il Tempo, 03/04/2008
Monica Priore, pugliese, 32 anni, diabetica da quando era all’asilo. A luglio scorso ha attraversato lo Stretto di Messina. Quaranta chilometri di mare in un’ora e 40 minuti.
Una sfida vinta con se stessa. Vinta. «E pensare - dice - che a undici anni mi ero vista estromettere dalla squadra di pallavolo perché nessun medico si era preso la responsabilità di rilasciarmi un certificato di idoneità».
Diego Franceschini, diabetico e ciclista professionista. In cinque anni ha disputato più di 200 gare. E molte ne ha vinte
Marco Peruffo, vicentino, 37 anni. Diabetico. Alpinista. Ha scalato le Dolomiti, le Ande, il Kilimangiaro, l’altopiano del Tamir. Ha fondato l’Associazione Alpinisti Diabetici in Quota. Domani sarà uno degli atleti presenti al «Changing Diabetes» di Roma. Proverà, con la sua storia, che il diabete può non essere un incubo, che si può sfidare. Che può essere leva per un beneficio.
Ma l’altra faccia della medaglia mostra una malattia sudbola e letale se non presa in tempo. In preoccupante espansione. Invalidante ma perfettamente controllabile quando è curata bene. Costosissima in termini di spesa sociale, eppure per prevenirla basta poco. Il diabete è diventato la quarta causa di morte nel mondo, presa spesso sottogamba da chi ne è affetto. Affligge anche i bambini non solo quando è congenito (il cosiddetto diabete 1) ma perché ora è sempre più spesso contratto, come avviene per gli adulti, a causa di abitudini alimentari scorrette e di uno stile di vita sbagliato.
Al boom dei piccoli malati si accompagna quello degli adulti. Hanno il diabete 2, o alimentare, 246 milioni di persone nel mondo. Ne muoiono un milione all’anno e ogni dieci secondi uccide una persona per cause correlate. Nel 2025 i malati saranno 380 milioni. Nel nostro Paese sono 3,1 milioni, il 5 per cento della popolazione.
IMMIGRATI A RISCHIO
Un’emergenza, un’epidemia. Anche se non si trasmette per contagio. Anzi, un contagio c’è. Potremmo chiamarlo antropologico. Perché i malati crescono a livello esponenziale tra le folle di migranti. Gente abituata a fare la fame, a faticare e che ora, a contatto con il benessere, anche in termini di alimentazione, dell’Occidente, contrae la malattia senza poi avere l’istruzione e la mentalità per combatterla. Come è avvenuto in Italia alla comunità equadoriana di Genova o a quella cinese di Prato. Del resto, è in India e in Cina che si è registrato un boom di malati. Proprio da Taiwan l’ultima terapia, gli esercizi dei Tai Chi, arte marziale cinese: riuscirebbero a potenziare il sistema immunitario e a ridurre gli zuccheri nel sangue.
Ma c’è un altro aspetto inquietante, per il quale più che di epidemia possiamo parlare di pandemia. Il diabete è una malattia silente, non ci si accorge subito di averla. E circa la metà delle persone che sanno di esserne affette non controlla in maniera costante ed efficace il proprio livello di glicemia. Allora il male degenera e aumenta il rischio di gravi complicanze. Ecco i problemi cardiaci e cardiocircolatori, che possono portare nei casi estremi alla amputazione degli arti. Ecco i gravi danni alla vista che provocano anche la cecità. Il corollario sono i costi sociali. Ad esempio, gli Usa sborsano per questa patologia 134,8 miliardi di dollari l’anno, pari al 6 per cento della della spesa sanitaria.
L’ALLARME DELL’ONU
Insomma, un’emergenza che ha portato ad accendere i riflettori mondiali. A smuovere l’Onu, una ragazza americana di vent’anni, Clare Rosenfeld, nata con il diabete, capace di farsi da sola, a sette anni, le tre iniezioni quotidiane di insulina, di tenere il conto delle calorie di quanto mandava giù. Capace anche di rinunciare alle merendine. E poi di diventare, per hobby e necessità, ballerina di tango, per bruciare le calorie che la carenza di insulina non riesce ad eliminare. La sua battaglia all’interno dell’Idf, (International Diabetes Federation) ha portato le Nazioni Unite ad adottare una risoluzione affinché tutti i governi si occupino della pandemia-diabete. Ne è scaturito, lo scorso anno, un summit, il «Global changing diabetes leadership forum», che ha convogliato a New York le delegazioni di venti Paesi e ha avuto per testimonial Bill Clinton. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dedicato il 2007 al bambino diabetico. E ora il confronto romano.
Gli esperti mobilitati dai forum si confrontano per studiare strategie di cura e prevenzione. Ma il primo imperativo, e le raccomandazioni, sono semplici. Alimentazione controllata e soprattutto movimento fisico. L’ideale sono gli sport che comportano un impegno continuo. Giova poco dunque la partita di pallone o di tennis, che comporta scatti e lunghe pause. Ok invece camminare a passo svelto, nuotare, correre. Magari incaponirsi nella sfida alla malattia fino a diventare atleti.
OLTRE LA SIRINGA
Racconta l’alpinista Peruffo: «Non avevo ancora nove anni quando mi accorsi di avere il diabete 1, come mio padre. Sul momento la cosa mi sembrò bella perché l’aveva anche papà. Quando cominciai a fare tre iniezioni di insulina al giorno mi resi conto che la mia vita era cambiata completamente. Da adolescente ero gracile, senza ragazza, insomma avevo il complesso di inferiorità. Mi hanno stimolato a vivere i miei genitori. Papà mi convinse a farmi le iniezioni da solo, per il mio bene. E infatti quando ci riuscii mi resi conto di aver riconquistato la libertà». Poi cominciarono le scalate. «Arrampicare mi dava una sensazione meravigliosa. Cercavo la fuga ma ho capito che dovevo conoscermi attraverso i miei punti di forza e i limiti della mia malattia. Ai genitori con un figlio diabetico dico di investire su di lui, perché trova sostegno nelle piccole cose. E al diabetico di reagire. Devo alle mie arrampicate se fino a oggi non ho complicanze».
Parole che squarciano il dramma psicologico dei giovani diabetici: in Italia sono trecentomila. Ma anche qui le terapie progrediscono. Ora i piccoli si possono liberare dall’incubo delle tre punture quotidiane. Molti usano i microinfusori, dispositivi elettronici grandi quando un cellulare. Si sistemano alla cintura, erogano l’insulina sotto cute. Sono anche laboratori chimici: un sensore monitora continuamente i valori di glicemia e dosa l’insulina da iniettare. Attenzione però a fidarsi troppo della «macchinetta» e a lasciare da parte dieta e attività fisica, avvertono i diabetologi. Il diabete è silente e insidioso. «Bisogna guardarlo in faccia», come dice Peruffo, malato vincente.
Tratto da: Il Tempo, 03/04/2008
Ricerca a cura di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Venerdì, 4 Aprile 2008 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2008/r2008_039.html