Si fa presto a dire “trial”
La longevità e la scoperta di patologie sempre più complesse rendono problematica la sperimentazione clinica. Un seminario a Francoforte
di Arnaldo D’Amico - Tratto da La Repubblica - 10 Gennaio 2008
FRANCOFORTE
La vita si allunga costantemente, per il miglioramento delle condizioni sociali e per i progressi della medicina. Di alcune malattie non si muore più, molte altre uccidono ancora, ma con ritardi di anni, addirittura decenni. E si allunga anche la lista dei disturbi più o meno gravi che, col passare degli anni, si accumulano nell’individuo. È la “rivoluzione longevità” partita nel secolo scorso. Tra le numerose conseguenze sociali ed economiche, una riguarda la stessa medicina, e la colpisce proprio nella capacità di scoprire nuove cure. L’ultimo passaggio, il trial clinico, sta diventando sempre più costoso e complesso, e, soprattutto, lungo: ormai, in molte malattie, servono 10 anni per sapere se un nuovo farmaco fa bene o è migliore di quelli già disponibili.
“Trial” in inglese significa “collaudo”, “prova”, “sperimento” e viene usato anche in italiano per indicare, seguito da “clinico”, la parte finale del percorso di autorizzazione e messa in commercio di un farmaco, quella in cui si sperimenta sugli esseri umani. Altrettanto complesso e lungo il percorso necessario per selezionare tra le circa 70 mila molecole diverse scoperte ogni anno quelle che valga la pena di provare sui malati. Ma questa prima parte della nascita di un farmaco non è toccata dalla “rivoluzione longevità”.
“L’ipertensione illustra bene la crescente complessità dei trial clinici”, spiega Thomas Unger, direttore Istituto di Farmacologia, facoltà di Medicina, università Charitè di Berlino, durante un recente seminario organizzato a Francoforte sul problema dalla Boerigher Ingeleheim. “Ad esempio, riuscire a dimostrare che un farmaco abbassa la pressione non basta per metterlo in commercio. L’80% degli ipertesi, prima o poi, sviluppa un’altra patologia che mette a rischio la vita quanto la malattia di base. Di questi il 32% ne sviluppa due e il 12% tre. La nuova cura quindi, sicuramente contiene la pressione arteriosa entro valori normali in modo stabile e sicuro, ma, alla lunga, potrebbe indurre il diabete. E così, il rischio di infarto o ictus, diminuito con la pressione, risale per un effetto indesiderato. E può addirittura essere superiore a quello che dava l’ipertensione”.
Al problema del crescente numero di patologie che affiancano quella di base si aggiunge quello portato dall’allungamento della vita. Oggi, un iperteso curato - ma può essere anche un malato di cancro, di diabete o di sclerosi multipla... - vive molto di più. Per verificare quindi se un farmaco nuovo è meglio di quello vecchio bisogna allungare proporzionalmente il tempo di sperimentazione.
Cosa significhi tutto cò lo ha esemplificato con chiarezza John Norrie, direttore del centro Trial clinici, università di Aberdeen, Scozia: “Per dimostrare che una nuova sostanza abbassi il colesterolo bastano cento “cavie” umane e qualche mese di somministrazione. Per sapere se questa effettivamente salvi delle vite servono 7 mila individui e la somministrazione deve durare 5 anni. Oggi poi è necessario accertarsi che i benefici dimostrati siano anche sostenibili, che il nuovo farmaco, una volta messo sul mercato, sia meglio di quelli vecchi in termini di effetti collaterali e rapporto tra costi e benefici. Per scoprire ciò bisogna prolungare la durata complessiva del “collaudo” a 10 anni. Se il trial clinico riguarda patologie come il cancro, meno conosciute dell’ipertensione e dove la malattia riserva molti più imprevisti, il numero dei soggetti su cui è necessario sperimentare si moltiplica. Ad esempio per dimostrare che un vaccino prevenga il cancro del collo dell’utero servono 20 mila donne e 5 anni di osservazione”.
Infine la parte più delicata e insidiosa di un trial clinico, quella che, se imprecisa, toglie certezza ed affidabilità ai risultati: il reclutamento dei malati. Prima di avviare il trial bisogna decidere i criteri in base ai quali si scelgono i malati su cui fare la sperimentazione. Ad esempio, il “collaudo” di un nuovo farmaco contro un certo tipo di cancro deve essere fatto su chi ha quella patologia (ci sono molte malattie e tumori simili ma con decorso e gravità completamente diversi), è nella stessa fase (identica quindi la durata attesa della malattia), e non soffra di altre patologie (ipertensione, arteriosclerosi, enfisema, infezioni, ecc) o, quando vi sono, abbiamo lo stesso livello di gravità, e così via, cumulando decine e decine di criteri clinici diversi. Questi poi devono essere valutati con procedure standard come lo stesso tipo di Tac o di ecografo o di apparecchio per la pressione o di reagenti chimici per le analisi. Lo scopo è quello di avere un gruppo di malati il più possibile omogeneo perché solo così i miglioramenti che si osserveranno in chi ha preso il farmaco e non in chi ha creduto di prenderlo (ha ricevuto un placebo) sono attribuibili alla nuova cura. In caso contrario gli svariati milioni di euro, e gli anni, impiegati per fare il trial sono buttati via. E bisogna ricominciare da capo.
Tratto da La Repubblica - 10 Gennaio 2008
Ricerca a cura di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Giovedì, 17 Gennaio 2008 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2008/r2008_001.html