L’altra faccia (quella buona) della sanità
Serra fotovoltaica, tetti d'erba per bio-climatizzare. E camici a colori, arte e ludoteche Ma anche sette sale operatorie stratecnologiche. Ecco il Nuovo Meyer di Firenze eccellenza pediatrica che apre una strada. Su cui, sorpresa, in Italia già diversi sono in cammino
di PAOLO CASICCI, ILARIA FICARELLA, EMILIO MARRESE, CRISTINA MOCHI
Tratto da il Venerdì di Repubblica, 6 Aprile 2007I bambini non sono pazienti. E non devono esserlo neppure all’ospedale. Da questo principio sono partiti, dieci anni fa, i progettisti che hanno disegnato il Nuovo Meyer, il pediatrico sulla collina di Careggi, a Firenze, che tra pochi giorni aprirà al pubblico i laboratori e poi, entro fine anno, l’intera struttura, con duecento posti letto. Nel 1997 i responsabili del vecchio Meyer (quello che si trova in città e che presto verrà chiuso) chiesero a cinquecento bambini di immaginarsi un luogo di cura ideale. Loro hanno risposto con desideri prevedibili: tanti giocattoli, spazi per genitori e fratelli, un parco, la luce del sole, poche porte e niente corridoi bianchi, che fanno tanta paura... Il Nuovo Meyer li ha esauditi tutti, e anche qualcuno di più.
«Il primo obiettivo è stato quello di mimetizzare l’edificio nel paesaggio, per ridurre l’impatto ambientale ma anche l’ansia di chi deve entrare» spiega Giulio Felli, uno degli architetti dello studio fiorentino Cspe, che ha realizzato il progetto. Il risultato è un sistema a terrazze incassato nella collina. Per entrare si attraversa il parco e si arriva a una maestosa serra di vetro che ospita la reception, ma anche spazi attrezzati per l’attesa, il gioco e gli spettacoli per bambini. «In alto, quasi invisibile, è stato applicato sui vetri della serra un sistema di celle fotovoltaiche, che assorbono energia solare e la trasformano in energia elettrica».
Al Nuovo Meyer hanno anche posizionato semplici ma efficaci sistemi per convogliare la luce naturale dai tetti fino al piano interrato. Tutto questo dovrebbe tagliare le emissioni di anidride carbonica della struttura del 50 per cento rispetto a un edificio vecchia maniera.
Di tradizionale non hanno nulla neanche gli interni. I corridoi sono aboliti, gli spazi sempre mossi e arrotondati, perfino le sale mediche sono isole rivestite di legno di ciliegio. Ovunque s’incontrano opere d’arte (di Andrea Rauch, Giovanni Pecchioli, Dario Bartolini, Fabio De Poli e molti altri). Le camere sono tutte a due letti, con due divani per le mamme, il bagno interno e un affaccio sulla terrazza.
E il Nuovo Meyer, nella buona sanità italiana, non è un caso isolato. L’ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì dista settanta chilometri da Bologna e qualche anno luce dalle bolge infernali che sono, mediamente, i nosocomi pubblici italiani. Pareti di vetro, legno chiaro, acciaio, piante, panchine. L’accoglienza è una reception da grand hotel. Le camere sono tutte di due letti con aria condizionata e tv. L’estetista passa una volta alla settimana per le ricoverate in oncologia. Il menù, tradotto anche in arabo e cinese, include cous cous e piadina romagnola. La cartella clinica è sul computer, niente scartafacci: i medici fanno il giro mattutino armati di pc portatile e possono consultarla e aggiornarla anche dalle postazioni fisse. Il computer si premura di avvisare il dottore se prescrive farmaci incompatibili. Ad ogni codice elettronico corrisponde un sacchetto di medicinali confezionato meccanicamente da un enorme sistema robotizzato, unico in Italia. Con questo marchingegno costato 600 mila euro, che prepara le dosi personalizzate per ogni ricoverato (1800 al giorno), non si butta via neanche una pasticca e s’è ridotto dell’83 per cento l’errore umano.
Anche al Sud qualcosa si muove. All’Istituto mediterraneo per i trapianti e le terapie ad alta specializzazione (Ismett) di Palermo si è realizzato uno scambio di informazioni ad alta velocità ed è possibile accedere in tempo reale alla rete mondiale di ospedali Upmc e al Diabetes research institute di Miami. A maggio nascerà la Cell Factory: una «fabbrica di cellule» per curare gli organi malati.
Moderno e avveniristico è il Miulli di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari. Inaugurato a settembre scorso, è un ospedale ecclesiastico convenzionato da 670 posti letto, 21 sale operatorie, una lunga serie di eccellenze: dispone di un sistema di informatizzazione globale che raggiunge ogni singolo posto letto. E un robottino viaggia sotto i pavimenti o nelle intercapedini delle pareti per trasportare documenti o provette.
Purtroppo però, la maggior parte degli ospedali italiani dista anni luce dall’eccellenza. L’età media delle strutture è settant’anni, il dieci per cento è stato costruito nell’Ottocento. Eppure, nei confronti degli ospedali, gli italiani non nutrono sfiducia. Nel 2004, un’indagine del Censis ha dimostrato che l’88,5 per cento del campione considera «sostanzialmente positiva» l’esperienza in ospedale, propria o di un familiare.
«Ciò che lega gli italiani agli ospedali è soprattutto un sentimento di “rassicurazione istituzionale”» spiega Concetta Vaccaro, responsabile del settore sanità del Censis. «L’immagine del presidio sul territorio, spesso unico e sempre accessibile, resiste al di là della valutazione oggettiva delle loro funzioni». E, forse, anche della loro qualità.
Tratto da il Venerdì di Repubblica, 6 Aprile 2007
Ricerca di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Sabato, 7 Aprile 2007 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2007/r2007_023.html