Il mercato delle malattie
Tratto da Enel magazine, 3 Novembre 2006
Per l’industria farmaceutica, la scoperta di nuove patologie come la sindrome metabolica significa “emergere di nuovi mercati”. I critici la chiamano “stigma di condizione”, riferendosi al fatto che in questo modo le aziende non fanno altro che sviluppare terapie per normali vicissitudini della vita di tutti, come la menopausa, l’ansia o, appunto, l’obesità. Per quanto si possa essere diffidenti nei confronti dell’industria, comunque, è difficile sostenere che l’obesità sia una normale componente dell’esistenza, dal momento che negli ultimi 30 anni ha rivoluzionato la fisionomia dell’America. Dieta ed esercizio? Facili da consigliare e ottimi in teoria, ma paradossalmente ci sono pochissimi riscontri dell’efficacia di un cambiamento di stile di vita ai fini della perdita di peso. Negli anni Novanta, i Centers for Disease Control and Prevention hanno avviato il Diabetes Prevention Program, uno studio da 174 milioni di dollari volto a dimostrare che modificare il proprio comportamento può far dimagrire. Ai tremila partecipanti sono stati regalati abbonamenti in palestra e personal trainer, è stato fornito loro cibo e hanno potuto contare sulla consulenza telefonica quotidiana di esperti nutrizionisti, tutti per più di due anni. Al termine della ricerca, i pazienti avevano perso in media solo il 7 per cento del loro peso, senza contare che non tutti possono permettersi un impegno così intensivo nel mantenimento della propria forma fisica.
“Il futuro dell’obesità sono i farmaci”, proclama Richard Atkinson, patologo della Virginia Commonwealth University e presidente dell’American Obesity Association, uno dei sempre più numerosi medici e scienziati convinti che la predisposizione del corpo ad accumulare grasso sia qualcosa che la dieta e l’esercizio da soli non possono correggere. “Non consideriamo l’obesità una malattia perché è facile da riconoscere”, spiega. “Ma è una questione di biochimica, e solo le medicine possono alterare la biochimica”. Una voce amica per l’industria farmaceutica, che attualmente in fase di sperimentazione ha oltre 350 nuovi farmaci per la cura dell’obesità e dei disturbi del metabolismo. “Peccato che sia estremamente difficile portare sostanze del genere sul mercato”, chiosa Atkinson, puntando il dito essenzialmente contro l’Fda.
Ma questo stato di cose potrebbe cambiare. Da anni le case farmaceutiche fanno pressione sull’Fda perché faciliti l’iter di accesso dei farmaci anti-obesità al mercato, e nel 2003 l’agenzia ha iniziato a mollare la presa, annunciando che avrebbe rivisto gli standard di approvazione rendendoli più flessibili. All’industria, però, questo non basta. L’invito unanime è a ridefinire l’obesità e la sindrome metabolica come malattie. “Si tratta di disturbi cronici, che richiedono un trattamento farmacologico”, scrive il responsabile globale Ricerca & Sviluppo della Pfizer.
È tutto un effetto a catena: prima i National Institutes of Health e l’American Heart Association indicano nella sindrome metabolica una malattia, poi l’Fda si pone il problema, e ancora dopo l’Hmo – che in passato generalmente rifiutava i rimborsi ai pazienti per i trattamenti anti-obesità – inizia a considerarla come possibile classificazione patologica. L’unico rovescio della medaglia è che il mercato potrebbe rivelarsi troppo ampio: se l’Hmo dovesse rendersi conto che la diagnosi può essere applicata a 75 milioni di americani con un giro d’affari di 18 miliardi di dollari, potrebbe semplicemente decidere di non pagare. È lo scotto dell’interesse suscitato: via via che i ricercatori individuano sempre più fattori di rischio e riescono a identificarli prima, via via che assegnano loro nomi, definizioni e possibili trattamenti, sempre più persone possono rientrare nella diagnosi. Metteci la scoperta recente dei biomarker genetici e vi renderete conto che la malattia non sarà più un qualcosa che si può evitare. Sarà insita nel nostro Dna, come la miopia o le lentiggini. Saremo schedati e identificati per i nostri disturbi, o meglio per la nostra predisposizione alle varie patologie. Da un certo punto di vista, è l’inevitabile progresso della medicina. Dall’altro rende il concetto di malattia – o di salute, per quel che il termine può ormai significare – un’astrazione senza senso. “Ormai tutti nasciamo già malati”, commenta Kahn. “La vita stessa è un male terminale”.
Tratto da Enel magazine, 3 Novembre 2006
Ricerca di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Martedì, 7 Novembre 2006 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2006/r2006_060.html