«L’alimentazione e lo stile di vita sono l’unico vaccino a questa malattia»
Lotta al diabete: Italia in prima linea
Di Marianna Russo - Tratto da Corriere Canadese, Ottobre 2006
TORONTO - Il diabete è definito la malattia del benessere perché colpisce i Paesi più industrializzati. Questa specie di legge del contappasso per chi più ha alterato lo stato naturale sta diventando una delle voci più costose per i sistemi sanitari nazionali. Un malato di diabete costa all’incirca 700mila euro di cure nella sua vita. L’Italia, con le ricerche del professor Paolo Pozzilli, è in prima linea nella prevenzione. Il suo ultimo studio si concentra sulla prevenzione del diabete di tipo 1.
Il tipo 1 è quello di origine genetica che comporta la dipendenza da insulina; mentre il tipo 2 è un diabete meno grave ed è conseguente a cattive abitudini alimentari che portano a disfunzioni del pancreas, ma necessita comunque di monitoraggio continuo associato a cura farmacologica. Attualmente Pozzilli conduce uno studio su scala internazionale che monitora, in diversi Paesi, bambini nati con predisposizione genetica al diabete tipo 1, per capire le cause ambientali che portano alla manifestazione della malattia.
Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il diabete è in rapido aumento e, tra le popolazione più colpite, oltre ai nordamericani, ci sono gli asiatici. Come mai?
«L’introduzione del modello alimentare occidentale è fatale per gli asiatici - spiega Pozzilli -. Il loro organismo, abituato a lunghi periodi di digiuno, tende a depositare rapidamente grassi e carboidrati. Quindi sono più sottoposti al rischio di diabete. L’effetto sull’organismo di un asiatico del cibo dei fast food è 10 volte più nocivo rispetto a quello di un occidentale».
Come si può prevenire il diabete?
«L’alimentazione e lo stile di vita sono l’unico modo per prevenire il diabete».
Rispetto ad altri Paesi, la tendenza in aumento in Italia risulta molto più bassa. Perché?
«Grazie alla nostra dieta mediterranea. Quello che noi dovremmo riuscire a esportare in Nord America è il nostro stile alimentare. Ma l’Italia non deve essere vista solo per la cucina, la moda, i soliti stereotipi. Con gli studi che stiamo facendo insieme a Canada e Usa stiamo dimostrando di poter contare anche sulla ricerca scientifica».
I suoi ultimi studi dimostrano che il latte svolge un ruolo fondamentale nei neonati predisposti al diabete tipo 1. Come?
«Allattare fino al sesto mese previene la manifestazione del diabete in soggetti geneticamente predisposti. Infatti il latte di mucca utilizzato per i comuni composti in polvere che si fanno bere ai neonati, sviluppano nei bambini predisposti geneticamnte al diabete l’attività di anticorpi che vanno a interferire con l’attività del pancreas. Laddove non si potesse utilizzare latte materno, bisognerebbe dare al bambino latte idrolizzato, in cui le proteine del latte che innescano l’azione degli anticorpi vengono frammentate e quindi meno diabetogenico».
Il trapianto delle isole pancreatiche è una soluzione possibile?
«Il trapianto non può ancora essere considerato una cura possibile. Le procedure sono troppo complicate, il meccanismo per prelevare le isole dal pancreas spesso le danneggia in maniera tale da non poter esser utilizzabili. E sono ancor molti gli effetti collaterali».
Sappiamo che il diabete più diffuso è quello di tipo 2 associato a cattive abitudini alimentari. Ma negli ultimi anni cresce anche il numero di diabetici di tipo 1, quello di origine genetica che comporta l’insulinodipendenza sin dall’infanzia. A Cosa è dovuto?
«È una conseguenza dello sviluppo tecnologico che porta ad una maggiore autoimmunità nell’essere umano. Aria inquinata e agenti tossici negli alimenti sottopongono l’organismo ad iperstimolazione del sistema immunitario, tale che gli anticorpi iniziano a colpire anche cellule dell’organismo stesso. Non a caso i Paesi più industrializzati sono quelli più colpiti. Nei Paesi dell’Africa il diabete è pressoché inesistente perché non esiste inquinamento che interferisca nel funzionamento del sistema immunitario».
Ed è vero che aumentano i diabetici insulinodipendenti anche tra i diabetici di tipo 2?
«Purtroppo è un trend degli ultimi anni. Succede quando l’insulina prodotta in un soggetto già sottoposto a cura farmacologica, non è più sufficiente a smalitire l’accumulo di zuccheri. Il più delle volte questo succede perché il paziente di tipo 2 non riesce a cambiare il suo stile di vita e la sua alimentazione. Perseverando sulla strada sbagliata rende i farmaci non più sufficienti».
Tratto da Corriere Canadese, Ottobre 2006
Ricerca di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Giovedì, 26 Ottobre 2006 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2006/r2006_055.html