Egidio Moja spiega come dovrebbe cambiare la comunicazione in medicina

Parole nuove nel rapporto tra medico e paziente

di Valentina Murelli - Tratto da Tempo Medico n.799 - 6/10/2005

Medici in prima linea. Nel non farsi capire. Il 10 settembre scorso Repubblica titolava così un articolo su una ricerca dedicata alla storia del gergo medico. Un gergo che, accusavano altri articoli, spesso gli appartenenti alla categoria non si preoccupano di rendere più chiaro ai non addetti ai lavori e che finisce con il creare una barriera tra lo specialista e il paziente. La conclusione di uno dei pezzi poi (“se il medico non è un tecnico specializzato (...) allora il suo linguaggio deve uscire dal tecnicismo e (...) dare vita a qualcosa che rientri nel campo delle interazioni umane”) solleva una questione fondamentale e cioè quella della relazione medico-paziente. Una questione che va ben al di là dell'esigenza di mettere a tacere la vecchia critica all'incomprensibilità del linguaggio dei camici bianchi.

Proprio di questi argomenti si occupa il Centro universitario per la ricerca sugli aspetti comunicativo-relazionali in medicina (CURA), il primo in Italia di questo tipo, istituito lo scorso anno dall'Università degli studi di Milano. Il Centro ha organizzato per il prossimo 1-3 dicembre la Conferenza sulla comunicazione per la salute 2005, che si terrà presso la sede dell'Università degli studi di Milano e che rappresenta la prima occasione di incontro e discussione per tutti i professionisti interessati ai temi della comunicazione in medicina.

A dirigere il CURA è Egidio Aldo Moja, psicologo e psichiatra, professore ordinario di psicologia alla Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università di Milano, al quale Tempo Medico ha posto alcune domande.


Cosa è cambiato nel rapporto medico-paziente da rendere così necessaria una riflessione sull'aspetto della comunicazione?

Si possono citare diversi fattori che hanno portato a questa situazione. Innanzitutto negli ultimi decenni si è assistito, in parallelo ad altri grandi eventi sociali, a un movimento di autonomia del paziente, che lo ha portato a rifiutare una medicina di tipo paternalistico per preferire un approccio in cui anch'egli è parte in causa. In fin dei conti, anche l'istituzione del Tribunale per i diritti del malato o la regolamentazione del consenso informato sono segnali indicativi di questa nuova autonomia. In questa presa di coscienza del paziente si inserisce poi anche un altro aspetto e cioè il massiccio aumento di informazione medico-scientifica, promossa da giornali e televisione e poi, negli ultimi anni, da internet. Oggi può succedere che un paziente arrivi dal medico avendo già cercato informazioni in rete sui suoi sintomi e sulle loro possibili cause.


Questo significa che il medico sta perdendo autorità e autorevolezza?

Non direi esattamente così. E' vero piuttosto che il medico si trova di fronte a una sfida lanciatagli dal cambiamento del contesto sociale in cui avveniva di solito la comunicazione con il paziente. E' certo che se intende rispondere a questo cambiamento mantenendo lo stesso stile adottato finora è destinato a perdere. Se però accetta di rimettersi in discussione, imparando un nuovo modo di relazionarsi con il paziente, invece, non può che riguadagnare terreno: il suo ruolo, del resto, non può essere sostituito da nessun servizio televisivo o da nessuna pagina web.


Eppure, che ci sia una certa aria di crisi lo si noterebbe dall'aumento del gradimento per le medicine alternative, omeopatia in testa. Anche questo ha avuto un peso nella riflessione sulle modalità di comunicazione?

Senza dubbio. E' normale chiedersi il perché di queste scelte proprio nel momento in cui, grazie alle enormi conquiste scientifiche e tecnologiche, la pratica medica mostra una potenza straordinaria. In effetti, alcuni ricercatori hanno attribuito questo atteggiamento dei pazienti al desiderio di un contatto più empatico con lo specialista, che sembrerebbe garantito da chi pratica queste medicine, mentre viene percepito come assente nel rapporto con il medico classico, ritenuto più arido, asettico e veloce. I medici hanno avvertito l'aumento della distanza che li separa dai loro pazienti e hanno cominciato a riflettere per cercare di porvi rimedio. Scientificità e tecnologia sono certo strumenti fondamentali e insostituibili, ma si sta cominciando a realizzare che si possono ottenere risultati migliori se le si affianca a un altro strumento, che è rappresentato da un uso attento e consapevole della comunicazione.


Da una prospettiva medica centrata sulla malattia a una centrata sul paziente: si potrebbe riassumere così il nodo cruciale del rapporto medico-paziente, oggi?

Esattamente. E questo significa che il paziente non riveste più un ruolo passivo nell'ambito di una visita, ma è anzi un elemento attivo, perché solo lui sa di preciso non solo quali sono i suoi sintomi, ma come li sta vivendo. La visita non è più un incontro tra un esperto e uno che non lo è, ma tra due esperti: il medico è esperto della malattia in generale, il paziente di quella sua malattia particolare e di tutto ciò che essa gli comporta. Compito del medico, quindi, non è più solo capire i sintomi per effettuare una diagnosi, ma capire come il malato interpreta la sua malattia. Non basta più chiedere: “dove le fa male”, ma occorre invece chiedere “e da cosa pensa sia causato questo dolore?”. E partire da lì per decidere, insieme, cosa fare. Perché più il percorso di cura è condiviso, si potrebbe addirittura dire “concordato”, più è probabile che il paziente lo segua.


Migliore comunicazione per avere una migliore compliance, insomma. Ma in quali altri ambiti è importante saper comunicare meglio?

L'esempio classico è rappresentato dalle malattie croniche, che sono diventate “la” forma tipica della malattia del nostro tempo. Quando ci si trova di fronte a un ragazzo cui è stato diagnosticato un diabete, non basta davvero il limitarsi a spiegare quante unità di insulina dovrà prendere, ma bisogna discutere con lui del fatto che dovrà assumere insulina per tutta la vita e bisogna capire quali sono le sue reazioni e le sue aspettative di fronte a questa notizia.

L'altro grande campo di ricerca in questo settore riguarda la comunicazione delle cattive notizie, tenendo conto che non esiste una classificazione a priori di cosa sia una cattiva notizia: lo stesso annuncio può infatti essere accolto in modo molto diverso da pazienti diversi, a seconda del loro carattere, della loro età, della loro condizione.

In molti casi anche meno gravi, poi, il paziente chiede soltanto di essere rassicurato. Per farlo, però, il medico deve sapere quali sono le sue paure e, per arrivare a questa conoscenza, deve chiedere e ascoltare. In poche parole, bisogna essere capaci di comprendere la visione che il paziente ha di ciò che gli sta accadendo. Tra l'altro, sta emergendo che una visita condotta in questo modo può essere molto più gratificante anche per il medico.


In che senso?

Uno studente di medicina impiega anni a studiare singole malattie e a immaginare che il suo compito sia quello di capire sintomi e formulare diagnosi. Tutto vero, certo. Però poi, nella realtà, le cose non sono così semplici: quando si lavora, ci si trova di fronte a persone che non si limitano a elencare sintomi, ma che nello studio del medico portano anche la loro umanità, le loro paure, le loro conoscenze vere o presunte. Se il medico non sa ascoltare e comunicare, le sue aspettative verrano inevitabilmente disattese, con un conseguente senso di frustrazione. I dati di letteratura raccolti su questo argomento dimostrano invece che un medico capace di comunicare alla fine della giornata è più soddisfatto.


Ma questo non significa “perdere troppo tempo” con ogni paziente, una condizione che porterebbe a congestionare gli ambulatori più di quanto lo siano già?

In realtà no: i dati della letteratura ci dicono infatti che visite attente alla prospettiva del paziente non sono in media più lunghe. E poi va anche considerato un altro fatto: un paziente soddisfatto tornerà dal medico meno di frequente, mentre uno che non ha ottenuto le risposte che cercava uscirà dalla porta di un medico per entrare in quella di un altro. Un atteggiamento che non giova a nessuno, nemmeno ai conti pubblici.


In questo contesto, di cosa si occupa con esattezza il Centro CURA?

Gli obiettivi del Centro sono due: la ricerca su tutti gli aspetti che abbiamo menzionato finora e la formazione sia di studenti universitari sia di medici già esperti.

In entrambi i casi, lo strumento fondamentale di cui si avvale il Centro è rappresentato da un vasto archivio di videoregistrazioni di visite compiute da medici (ma anche da fisioterapisti, infermieri, ostetriche e così via), sia negli studi di medicina generale sia negli ambulatori e nei reparti di vari Ospedali. Queste registrazioni vengono analizzate insieme da medici e psicologi per capire cosa è davvero successo, come è avvenuta la comunicazione, quali diversi segnali più o meno impliciti ha lanciato il paziente durante l'incontro, se il medico è stato in grado di coglierli e come ha risposto. In altre parole, per aiutare il medico ad acquisire consapevolezza di ciò che è accaduto. E' ovvio che da queste riflessioni non potrà comunque nascere un “decalogo del comunicare bene”: non ci possono essere regole o modelli automatici che dicano “a questo punto chiama il paziente per nome”, oppure “a questo punto toccagli un braccio”. Anche se, a dire il vero, un consiglio preciso lo si può dare, ed è quello di non sommergere il paziente con troppe domande chiuse, specie all'inizio della visita.


Al di là dell'ascolto e dell'empatia, però, rimane sempre l'annoso problema del linguaggio troppo specialistico dei medici. Cosa ne pensa?

Io non credo che si tratti di un tentativo di creare barriere, o almeno non più. Però è vero che si è talmente abituati a usare un certo gergo da non riuscire a capire che non è facilmente comprensibile per chi ci ascolta. E invece bisogna ricordarsene e fare lo sforzo di tradurlo in modo che tutti lo capiscano. Magari discutendo con il paziente alla fine della visita per verificare se ha davvero compreso quello che deve fare e come deve farlo.

Insomma, se volessimo fare un riassunto, in un'estrema semplificazione potremmo dire che la visita ideale dovrebbe svolgersi in una cornice comunicativa fatta da due punti fondamentali: la comprensione della prospettiva del paziente e il “controllo” che le informazioni fondamentali da noi fornite siano passate davvero. Una cornice in cui, questo è ovvio, trova poi posto l'insostituibile competenza diagnostica e terapeutica.


Tratto da Tempo Medico n.799 - 6/10/2005
Ricerca a cura di Guido Seu

Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 6 Ottobre 2005 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2005/r2005_090.html