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Mai più di 100 è il limite giusto della glicemia
di Giuseppe Del Bello - Tratto da Repubblica - Suppl. Salute, 23 Giugno 2005
Il diabete e le sue conseguenze sono diventate un problema devastante, una minaccia per i pazienti, ma non solo per loro. Adesso negli Stati Uniti a temere di non poter sostenere gli altissimi costi delle complicanze della malattia sono addirittura le compagnie di assicurazioni. Ed è da una holding che arriva l’allarme e la richiesta di maggiore attenzione per i pre-diabetici, soggetti che la scienza non inserisce tra i malati ma il cui rischio di diventarlo è molto elevato.
Al 65esimo Congresso dell’American Diabetes Association che s’è concluso una settimana fa a San Diego, una ricerca, promossa dalla Kaiser Permanente Center for Health Research di Portland (Oregon) ha monitorato per nove anni 28 mila pazienti affetti da diabete di tipo II, analizzandone i livelli di glucosio nel sangue e valutando le disastrose conseguenze di valori non rigidamente controllati. Lo studio ha infatti dimostrato che una glicemia compresa tra 100 e 109 (stadio I) e tra 110 e 125 comporta un significativo aumento della spesa sanitaria per malattie associate, come l’obesità e gli accidenti cardiovascolari. Di qui l’esigenza di abbassare a 100 il limite della “normalità”, il cosiddetto “Impaired fasting glucose” (IFG).
«Quelli che hanno un valore glicemico tra 110 e 125 non sono normali, ma non sono neppure diabetici», precisa Renzo Cordera, ordinario di Malattie del Metabolismo all’università di Genova, «eppure se sono soggetti a rischio, perché obesi, sedentari e dislipidemici, malati lo diventeranno. D’altronde è ormai consolidata la tesi che riportando a 100 la glicemia si riducono i rischi, soprattutto delle microangiopatie».
Due sono gli interventi mirati: l’alimentazione che, secondo lo specialista, deve essere rigorosamente mediterranea, e l’attività fisica da praticare quotidianamente: «La prevenzione dovrebbe iniziare a scuola, un posto da cui andrebbero eliminati, tanto per iniziare, i distributori automatici di merendine e bevande gassate. E non è certo un caso che si stia abbassando sempre di più l’età del diabetico di tipo II, legato all’obesità, un problema che oggi riguarda giovani e ragazzi anche al di sotto dei 14 anni». A chi tocca preoccuparsene? «A essere coinvolti per primi dovrebbero essere i medici di famiglia», osserva Cordera, «dovrebbero verificare fattori di rischio come il giro-vita che indica l’obesità viscerale e educare i loro pazienti in una fase in cui non è ancora necessario ricorrere ai farmaci, ma che è fondamentale per ridurre l’impatto con nuovi casi di diabete».
Un’epidemia che sfugge ad ogni controllo. Secondo le ultime stime oggi in tutto il mondo ci sono 194 milioni di diabetici (il 95% di tipo II; il 5% di tipo I, spesso conseguenza di un disordine ormonale e noto come diabete giovanile). Nel 2025 saranno 333 milioni. In Italia, dove attualmente se ne contano tre milioni, saranno cinque. Tra le complicanze croniche, la più temuta, sottolineano gli esperti, è la retinopatia. ormai prima causa di cecità negli adulti nei paesi sviluppati. Altro spauracchio è il “piede diabetico” spesso colpito da cancrena. «Il diabete», conclude Cordera, «è la causa più frequente di amputazione non traumatica, sia in Occidente che nei Paesi in via di sviluppo».
Tratto da Repubblica - Suppl. Salute, 23 Giugno 2005
Ricerca a cura di Guido SeuData ultimo aggiornamento: Lunedì, 4 Luglio 2005 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2005/r2005_052.html