Una pratica sperimentale ma promettente per curare il diabete

Isole vive anti diabete

di Roberto Manfrini - Tratto da Tempo medico - n.793, Maggio 2005

Isole di Langerhans funzionanti da donatore vivente e non da cadavere per curare il diabete insulinodipendente: un sogno che sembra avverarsi, almeno stando ai risultati di una research letter apparsa su Lancet. “Il trapianto di isole è una pratica ancora sperimentale, ma assai promettente e in espansione”premette Shinichi Matsumoto della Kyoto University Hospital Trasplantation Unit, in Giappone. “Tuttavia per ottenere una quantità di isole efficace è necessario disporre di almeno due pancreas da cadavere e non sempre è cosa facile”.

I giapponesi hanno allora pensato di ricorrere al donatore vivente.

L'occasione è venuta da una coppia, madre e figlia ventisettenne, in cui la madre si è detta disponibile a donare parte delle isole del proprio pancreas alla figlia, diabetica per una grave forma di pancreatite cronica. La madre è stata sottoposta a una pancreatectomia distale e il moncone asportato è stato trattato in modo da isolare le isole di Langerhans in esso contenute. Dopo un breve ciclo di profilassi antirigetto le isole sono state impiantate nel fegato della figlia attraverso la vena porta. Dopo il trapianto la glicemia della ricevente si è gradualmente normalizzata e dopo 20 giorni la giovane donna ha potuto sospendere completamente l'assunzione di insulina. La normalità glicometabolica si è mantenuta a distanza di 2 mesi dall'intervento. “Le isole da vivente sembrano funzionare meglio di quelle da cadavere” dice Matsumoto “e ciò perché le cellule non sono esposte agli inevitabili fenomeni degenerativi che avvengono dopo il decesso. Questo permette di ottimizzare la glicemia utilizzando un numero di isole inferiore rispetto alla donazione post mortem”.

Quanto alle prospettive future il ricercatore fa alcune precisazioni: “I nostri risultati non sono certamente generalizzabili, perché si tratta di un caso singolo e perché la paziente non aveva un diabete autoimmune. Tuttavia autorizzano all'ottimismo e sono una buona base per allestire programmi con casistiche più ampie”.

di Roberto Manfrini


Tratto da Tempo medico - n.793, Maggio 2005
Ricerca a cura di Guido Seu

Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 6 Maggio 2005 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2005/r2005_036.html