Medicina

Una passeggiata contro il diabete

di Gianfranco Criscenti - Tratto da Magazine - Anno VIII, Venerdì 8 Aprile 2005

L’attività fisica, per anni ritenuta una buona prevenzione nell’insorgenza del diabete mellito di tipo 2, oggi viene “promossa” a vera e propria terapia coadiuvante della patologia diabetica. Un gruppo di diabetologi riuniti nel centro “Ettore Majorana” di Erice, sotto la guida di Aldo Galluzzo dell’Università di Palermo e Maurizio Di Mauro dell’Università di Catania è giunto alla conclusione che il paziente diabetico deve essere seguito, oltre che dal diabetologo, dall’endocrinologo e dal cardiologo, anche da un esperto di scienze motorie: un operatore di fitness metabolica.

L’attività fisica, infatti, dimostrano gli studi clinici, fa bene, molto bene; tuttavia, deve essere eseguita tenendo conto delle condizioni generali di ogni singolo soggetto: non c’è, dunque, un’attività fisica standard che va bene per tutti. “Una non corretta attività”, dice Galluzzo, “può, infatti, avere ripercussioni negative”. In linea generale, il consiglio fornito dagli esperti è quello di svolgere un’attività fisica aerobica (dal ballo alla passeggiata) in maniera costante e duratura nel tempo, proporzionale alle proprie possibilità di movimento.

Come è noto i diabetici sono soggetti che corrono sensibili rischi di ammalarsi di patologie cardiovascolari: dall’infarto all’ictus. Gli obiettivi terapeutici per ridurre il rischio di complicanza cardiovascolare, mediante l’attività fisica, sono quelli legati alla riduzione del peso corporeo (quanto più possibile vicino a quello che viene considerato il peso ottimale), al contenimento sotto i 100 mg di colesterolo LDL, al raggiungimento di almeno 40 mg di colesterolo HDL (quello definito buono e deputato a spazzar via dalle arterie i depositi che predispongono alla formazione delle placche), l’abbassamento del livello di trigliceridemia al di sotto dei 150 mg, al mantenimento dei valori di pressione arteriosa sotto la soglia di 135/85.

“L’attività fisica è in grado di fare tutto questo”, spiega Di Mauro. “Per il livello del colesterolo HDL (buono), per esempio, l’unico modo per farlo aumentare a livello ottimali è l’attività fisica; non esistono farmaci che abbiano questa straordinaria capacita”. L’attività fisica ha poi l’importante ruolo di migliorare la sensibilità insulinica: nei soggetti diabetici di tipo 2, di insulina in circolo ce ne è anche troppa; tuttavia questa insulina non funziona bene, non svolge cioè il suo compito di regolamentare il livello di glucosio nel sangue. “Il movimento costante”, dice Di Mauro, “contribuisce a riportare a livelli fisiologici il quantitativo di insulina e, allo stesso tempo, la rende più efficace”.

Ai pazienti diabetici gli esperti chiedono, quindi, di cambiare abitudini di vita, senza, tuttavia, compiere molti sacrifici: lasciare quanto più possibile l’auto in garage, per esempio, e fare qualche chilometro al giorno in più: l’esercizio aerobico, come una passeggiata, sembra essere il movimento più salutare, più idoneo, e anche quello che produce risultati più duraturi nel tempo. Non tutti sanno, per esempio, che nell’attività fisica di intensità bassa ma di lunga durata il 50% del carburante prediletto dal nostro organismo è il grasso; attingere a questo deposito vuol dire, naturalmente, favorire lo smaltimento di un elemento che, se lasciato troppo a riposo, immagazzinato, può portare all’aumento di peso, fino all’obesità.

“Che l’attività fisica fa bene a chi soffre di diabete”, ricorda Galluzzo. “Lo dimostrano alcuni pazienti diabetici trapiantati, che praticano attività agonistica: Tony Pecora, il primo statunitense a ricevere nel 2002 un trapianto di insule pancreatiche, ha festeggiato, due anni dopo, l’avvenuta indipendenza dall’insulina con la partecipazione agli U.S. Transplant Games, vere e proprie olimpiadi riservati a trapiantati d’organo o midollo osseo”. Numerosi gli sport olimpici riservati ai diabetici trapiantati: bowling, atletica leggera, badminton, ciclismo, golf, bocce, mini maratone, canottaggio, squash, nuoto, ping pong, tennis e pallavolo. “Certo non tutti posso svolgere attività agonistica”, sottolinea Galluzzo, “ma, generalmente, i trapiantati che hanno subito l’intervento da oltre 12 mesi, che hanno un livello di emoglobina di almeno 10 g/dl e che presentano assenza di stenosi coronarica all’angiografia, sono soggetti candidabili all’agonismo olimpionico”.


Tratto da Magazine - Anno VIII, Venerdì 8 Aprile 2005
Ricerca a cura di Guido Seu

Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 22 Aprile 2005 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/ras_2005/r2005_032.html