Oggi lo si definisce meglio diabete insulinoprivo. È il tipo 1, il dismetabolismo glucidico che si manifesta per lo più entro i 15 anni di vita, con un picco di insorgenza tra i 10 e i 15 e un progressivo declino negli anni successivi "Il secondo picco anagrafico si manifesta in età adulta (a 40 anni e oltre) con il cosiddetto Lada (latent autoimmune diabetes of adults)" ricorda Marco Songini, Ospedale San Michele, Cagliari, che aggiunge: "Nel frattempo, è stata del tutto smentita l'ipotesi di un gradiente Nord-Sud nell'incidenza della malattia. La Sardegna, infatti, resta l'area a maggiore incidenza mondiale (36 casi per centomila abitanti, hot spot), seguita a ruota dalla Finlandia, mentre è la Macedonia a registrare il tasso più basso in Europa, pari a 1,84 per centomila (cold spot). Fanno riflettere intanto i dati sulla popolazione di origine spagnola nelle diverse aree del mondo: se la Spagna, infatti, mostra valori vicini a dieci per centomila, tra i gruppi ispanici di Cuba l'incidenza è di 1,8 per centomila, mentre in Colorado e a Portorico il tasso risale rispettivamente a 9,7 e, di nuovo, a dieci per centomila: a questo punto sembrerebbero giocare un ruolo non secondario nello slatentizzarsi della malattia i fattori ambientali, ma si tratta per ora soltanto di ipotesi. "Quanto all'Italia, già sotto i riflettori della diabetologia mondiale proprio per la presenza dell'"hot spot" sardo, si può dire che i dati finora confermati (è in via di completamento il Registro italiano del diabete insulinodipendente, RIDI) riguardano Piemonte, Lombardia, Lazio e Campania oltre, ovviamente, alla Sardegna. Si oscilla tra il 6,07 della Campania e il 7,9 (sempre per centomila) del Lazio, con un modesto ma interessante picco di 9,52 nell'area pavese". Che fare ora di tutti questi dati? "Devono essere reinterpretati alla luce della storia naturale del diabete insulinoprivo, anche se non si tratta di un procedimento semplice: l'intolleranza al glucosio fa la sua comparsa con un forte anticipo rispetto alle manifestazioni cliniche. Questo lungo periodo di latenza non facilita l'identificazione dei fattori effettivamente responsabili del primo insulto alle beta-cellule, che non può neppure essere attribuito alla variabilità genetica, tant'è vero che i gemelli identici, con la stessa predisposizione alla malattia e cresciuti nel medesimo ambiente, sviluppano o meno il diabete con una probabilità del 30-50 per cento. L'85 per cento dei casi di diabete tipo 1 è inoltre sporadico, per cui le caratteristiche del coinvolgimento genetico potrebbero essere comprese soltanto dopo aver combinato massicci quantitativi di dati raccolti su popolazioni a rischio seguite fin dalla nascita".
Tratto da: il Giornale del Medico, anno XIII, n.24, giovedì 11 settembre 1997
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