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"New England": sport e buona tavola ai soggetti iperglicemici
Vita più sana per i diabetici
Nuovi studi dettano le regole
di Francesco Bottaccioli - Repubblica Salute 17 maggio 2001
Si sa che attività fisica e sane abitudini alimentari sono i cardini della salute, ma finora sono pochi gli studi controllati che dimostrano in modo incontrovertibile il grado di efficacia degli stili di vita nel prevenire questa o quell’altra malattia.
Uno studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine del 3 maggio scorso, dimostra che il cambiamento del regime alimentare e l’introduzione di una regolare attività fisica, in cinquantenni con una glicemia moderatamente elevata e un girovita di 100 cm, riduce di oltre il 50 per cento la prospettiva di ammalarsi di diabete.
Dieci anni fa, per primi, gli svedesi dimostrarono questa positiva relazione. Nel 1997 furono poi i cinesi a tornare sull’argomento replicando i medesimi risultati. Ma tutti e due gli studi soffrivano di carenze metodologiche, quindi, fino ad ora, non vi era la certezza che la prescrizione di attività fisica e dieta potesse bastare a prevenire il diabete in soggetti a rischio.
Questo lavoro, realizzato dal Gruppo di studio sulla prevenzione del diabete della Finlandia, è molto importante perché è stato realizzato con rigorosi criteri scientifici. Oltre cinquecento persone, tra i 55 e i 60 anni, con una alterazione moderata della glicemia (tra i 110 e i 120 mg di glucosio per decilitro di plasma e comunque meno di 140 mg\dl ), sono stati divisi casualmente in due gruppi.
Il primo gruppo è stato trattato normalmente: visita annuale, esami del sangue, consigli dietetici, raccomandazioni di fare attività fisica. Insomma, quello che fa abitualmente un medico di fronte a una persona che non è malata, ma che rischia di diventarlo: rassicurazioni, consigli generici, controlli periodici.
Il secondo gruppo, invece, è stato attivamente seguito: visite ogni duetre mesi, dove il medico prescriveva non pillole, ma stendeva, assieme al paziente, un programma dettagliato, dietetico e di attività fisica, i cui risultati venivano controllati con il paziente a ogni visita successiva.
Per favorire l’introduzione dell’attività fisica regolare in persone non più giovani e in sovrappeso o francamente obese, i medici finlandesi hanno anche organizzato delle sessioni di allenamento durante le quali esperti hanno potuto insegnare ai partecipanti esercizi sia di natura aerobica sia di rafforzamento muscolare.
Dopo tre anni, su 523 persone 86 hanno manifestato il diabete: di queste, 59 nel gruppo trattato normalmente e solo 27 nel gruppo trattato con dieta e attività fisica, con una riduzione del 58 per cento del rischio di diabete.
Ma c’è di più: se si fa un’analisi dettagliata, all’interno di ciascun gruppo, si vede che hanno maggiormente usufruito dei benefici coloro che più si sono avvicinati agli obiettivi complessivi del programma, che sono così riassumibili: riduzione del peso (almeno 5 per cento); riduzione dell’assunzione di grassi (meno del 30 per cento dell’introito calorico giornaliero); riduzione dell’assunzione di grassi saturi a vantaggio di monoinsaturi (olio di oliva) e polinsaturi (verdure, pesce); incremento nell’assunzione di fibre (più di 30 grammi al dì); attività fisica (30 minuti al giorno o 34 ore a settimana divise in almeno tre volte). Nell’editoriale del New England, che commenta questo importante studio, si ricorda che il prossimo anno avremo i risultati di un altro studio sulla prevenzione del diabete nei soggetti a rischio, basato sull’uso di noto farmaco antidiabetico, la metformina.
Certo, è più facile prescrivere una pillola che impegnarsi nel convincere a cambiare le abitudini di persone a rischio di diabete, seguendole nel tempo, con strutture adeguate. Ma non è questa una misura seria del grado di umanità e di efficacia della medicina e di civiltà dei servizi sanitari?
Tratto da: Repubblica Salute 17 maggio 2001
Data ultimo aggiornamento: Martedì, 22 Maggio 2001 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/n2001_048.html
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