L’articolo che segue è un commento a recenti notizie o che si inserisce in dibattiti di attualità. Esso NON è detto che esprima il parere della redazione di Progetto Diabete ma quello dell’autore, offrendo uno spunto di discussione ed approfondimento perché ognuno possa trarne le proprie conclusioni.

Rimonta vincente

“Le malattie non vanno considerate solo come perdita e limitazione; esse sono una sfida: lottando contro di esse ci si arricchisce e si rafforza la comprensione di sé. Malattia, dolore e morte appartengono alla vita umana. Dal modo come si concepisce e si affronta la malattia si può capire il livello di una personalità, di una società, di una cultura.” (Dietrich von Engelhardt)

di Carmelo D’Alessio

Avevo cominciato a scrivere con un diverso prologo questo articolo, messo nel cassetto in attesa di migliori tempi ed idee. Le belle considerazioni di una vecchia amica in Mailing list, hanno reso maturo il tempo e diradato la mente dalle ultime nebbie. Raramente mi arrabbio, ancor meno per il diabete, ma quando scrivo sono irriverente e sardonico. Sono molto più mansueto di persona e, la mia cara amica, ne è testimone. Cercherò di essere più buono ed ottimista del solito. Il senso della sua missiva era questo: il mondo è bello perché è vario, ogni diabetico è diverso dall’altro, ha la sua strada e, alcune di queste strade sono accidentate e portano diritto al camposanto. In altre parole, di diabete si muore e, quindi, la rabbia è legittima, quasi doverosa. Sono generalmente d’accordo con lei, ma cercherò di confutare entrambi questi punti. Per le complicanze cardiovascolari connesse, il diabete rappresenta una delle maggiori cause di morbilità e mortalità nei paesi industrializzati. È una malattia che pervade tutti gli organi, i tessuti, ne altera i delicati equilibri e ne segna il graduale deterioramento. In parole povere, la vita di un diabetico è peggiore e meno lunga di quella di una persona sana, parola delle statistiche. Ma esiste la salute? Forse, come l’ha ben definita qualcuno, è solo “uno stato provvisorio che non lascia prevedere niente di buono”. Le statistiche dicono anche che si muore sempre per una malattia, accidenti e sfiga a parte. Chi ha una grande malattia, è dispensato dalle altre: reminiscenza camusiana, molto verosimile! Quindi, miei cari amici, pensate solo al vostro caro diabete, perché altre sventure sono altrove destinate. I destinatari, inconsapevoli del caso, del destino che dir si voglia, sono tutti i sani d’oggi che, un giorno imprecisato della loro vita, subiranno in modo ineluttabile le conseguenze del proprio stile di vita, o quel che è scritto nel loro DNA o entrambe le cose, in un’ignota ed imprevedibile sinergia. Pensiamo sempre che il dolore e la morte riguardino gli altri e viviamo come se non dovessimo mai incontrarli: noi diabetici, abbiamo fraternizzato assai presto con queste dimensioni, convivendoci tutti i giorni. La rabbia, che è anche diabetogena, è buona se pervade qualche attimo, non se ci soverchia. Sarebbe come arrabbiarsi perché piove. Non ha senso, bisogna solo ripararsi con l’ombrello. Sappiamo che ci piove addosso, ma il sole non splende sempre per nessuno. Accanto alle statistiche ufficiali che comprendono il mondo intero, dove spesso c’è solo disperazione ed ignoranza, dove non c’è insulina o ce n’è poca, dove non esistono diagnostici, penne, microinfusori, dove si muore anche con un’influenza o una bronchite, ci sono le nostre oasi di progresso, sanità, privilegi. Noi abbiamo il privilegio di conoscere con anticipo la probabile causa della nostra fine. Questa conoscenza con un pò di buona volontà, la possiamo trasformare in un grande vantaggio. Non si possono negare né sminuire i risultati di grandi studi come il DCCT e l’UKPDS, ma facciamo davvero tutto il possibile per raggiungere gli stessi obiettivi e, anche, per superarli? Non parliamo dei diabetici che si curano male e stanno bene e dei loro opposti. Questi rientrano nelle percentuali, pur non irrilevanti, che nessuno ancora è riuscito a spiegare perché la medicina non è una scienza esatta, né aspira ad esserlo. Ma, i grandi numeri di questi come di tutti gli altri studi analoghi, dicono una cosa sola, sempre la stessa: la terapia intensiva e lo stretto controllo glicemico allontanano o evitano le complicanze. Un diabete curato bene e senza complicanze è oggi possibile. E, più precisamente, dovremmo dire che non si muore per il diabete, ma per le sue complicanze. Tutto questo, gli straordinari strumenti che abbiamo e che avremo, possono fare la differenza fra un diabete quale “condizione di vita” e diabete inteso come malattia cronica altamente invalidante. Ci sono quelli che hanno scelto o potuto scegliere la prima opzione, ci sono molti altri che si lasciano andare o non si curano come dovrebbero, scegliendo di fatto la seconda. Ci sono poi le citate eccezioni, con cui il destino ed il caso giocano a loro piacimento, i diabetici cioè che non hanno potuto scegliere, che non hanno né meriti né colpe. Sino a quando esisterà il diabete, si continuerà a morire per questo come si muore per tante altre malattie. A noi, però, spetta rimontare e vincere la difficile partita che stiamo giocando, compiendo fino in fondo il nostro dovere. È la vita stessa che lo richiede perché la malattia rappresenta il viatico obbligatorio fra nascita e morte. Inutile arrabbiarsi, esisterà sempre. Proprio come la pioggia ed il bel tempo.


Data ultimo aggiornamento: Lunedì, 9 Gennaio 2006 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/commenti/commenti_0019.html


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