I ragazzi della Via Crucis

di Carmelo D'Alessio

L'articolo che segue è un commento a recenti notizie o che si inserisce in dibattiti di attualità. Esso NON è detto che esprima il parere della redazione di Progetto Diabete ma quello dell'autore, offrendo uno spunto di discussione ed approfondimento perché ognuno possa trarne le proprie conclusioni.

Il bel dibattito sviluppatosi qualche tempo fa nella nostra Mailing list, mi dà l'opportunità di esprimere alcuni pensieri che mi balenavano da qualche tempo in testa. Una mamma esprimeva il suo vivere il diabete, sentendosi anch'ella partecipe della malattia del figlioletto, quasi una diabetica. Le rispondeva una diabetica vera, rappresentando la malattia come condizione unica ed inseparabile dalla persona che la vive rispetto alla condizione, anch'essa unica ma diversissima, del genitore di un bambino diabetico. I più di noi sono diventati diabetici in tenera età, costretti da un macigno a maturare molto prima del tempo, a bruciare le tappe. Se oggi, pur essendo diabetici, siamo persone normali o almeno apparentemente tali, abbiamo attività sociali, lavorative, sportive, amici, siamo sposati, fidanzati, cioè abbiamo padronanza assoluta di noi stessi e delle nostre pur fragili vite, dobbiamo ringraziare anche i nostri genitori e, mai nessuna parola, potrà appieno ripagarli per tutto quello che hanno fatto. Con loro siamo cresciuti, ci hanno potuto dare il conforto, l'aiuto, il consiglio, l'amore, tutto quanto i genitori devono al proprio figlio. Ma il diabete appartiene alla nostra sola vita, non possiamo (né vogliamo) condividerlo con nessuno, malgrado una madre se ne farebbe volentieri carico. Sì, perché il dolore di un genitore e, di una madre in particolare, nel vedere malato il proprio figlio credo che sia immane ed indescrivibile, né ho la minima presunzione di analizzarlo. Ma la condizione del dolore, per fortuna è transitoria, contingente e, comunque, il tempo è destinato ad attenuarla. La condizione del diabete, come di qualsiasi altra malattia cronica, è invece permanente, immanente, ingravescente ed il tempo la peggiora. Sono percorsi inversi, che s'incrociano, ma che hanno conclusioni opposte. Ecco perché la malattia è anche un mistero, dinnanzi al quale spesso i medici ed i luminari della scienza sono impotenti o non hanno risposte. Il malato ha la coscienza della propria condizione perché essa è intrinseca al corpo ed alla mente, si esprime in entrambe le dimensioni. I sani cosa ne sanno delle malattie, a malapena ne distinguono la fenomenologia, i sintomi. Anche i medici, possono solo fare una diagnosi, approntare una terapia, ma poi? Un medico ideale è quello che sperimenta egli stesso la malattia che cura negli altri. Conosco un diabetico e diabetologo, una persona eccellente con cui mi trovo sempre d'accordo. Parliamo di tutto, ma non ci lamentiamo di nulla. Mi infastidisce la pietà e tutti i comportamenti tesi a causarla. Raramente concordo coi non diabetici che pretendono di fare i soloni, di parlare di problemi, terapie, soluzioni senza averne la benché minima cognizione. Ci si avvicina con umiltà alla conoscenza ed essa non si esaurisce nella teoria, ma si sublima nella realtà e nell'esperienza. Il diabete è una malattia molto complessa, tanto nella descrizione dottrinale e scientifica, quanto nella sua espressione organica, patologica e psicologica della persona che ne è affetta. Vivo quotidianamente entrambe queste espressioni e posso affermare che sono diversissime. Chi non sperimenta un coma chetoacidosico, un respiro di Kussmaul, un coma ipoglicemico e tutte le innumerevoli prove che il diabete riserva, le complicanze, la terapia, come può parlare con supponenza e saccenteria del diabete? A quale titolo? Non basta essere il genitore o un familiare di un diabetico per farlo. Essi possono essere solo spettatori involontari di tutto, come lo furono le pie donne al passaggio di Cristo con la croce in spalle. Sappiamo come è andata a finire e, quindi, siano pure gli altri cirenei, apostoli, pie donne che si battono il petto, ma la via crucis è un'altra cosa...Meglio lasciar perdere. E poi, cos'è il diabete di tipo 3? Per carità, non si inventino altre malattie, oltre alle tante che affliggono il genere umano, solo per indicare persone che si trovano in una condizione, ma che sono sanissime! La natura delle cose non si può cambiare, dobbiamo accettarla così come è: "Fu un attimo, ma l'eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità cieche, delle cose che non si possono mutare; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle cause; il seme gettato da quell'uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell'uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici." (L. Pirandello). Altro che pancreas...ci vuole un gran fegato per vivere! E, dopo la Via Crucis, godiamoci questa ennesima Pasqua di passione.


Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 9 Aprile 2004 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/commenti/commenti_0013.html


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