Diagnostica
È necessario rivedere i criteri diagnostici del diabete?
A cura di Linda Possanzini
Un recente articolo apparso su The Lancet afferma che si dovrebbero rivedere i criteri attualmente in uso per la diagnosi di diabete mellito. Si è giunti a questa conclusione in seguito a uno studio che ha esaminato la relazione tra diabete mellito e la retinopatia che è appunto una complicanza alquanto frequente di questa patologia.
Il diabete mellito è una malattia causata dall’incapacità delle cellule pancreatiche di produrre insulina a sufficienza per evitare un anormale rialzo glicemico nel sangue (iperglicemia). Si stima che più di 380 milioni di persone ne saranno colpite nel 2025. La sua diagnosi, sia per il World Health Organization (WHO) sia per l’American Diabetes Association, si basa sui valori di glicemia plasmatica a digiuno (FPG). Il valore di glicemia plasmatica a digiuno (FPG) stabilito dalle linee guida per la diagnosi di diabete è pari o superiore a 126 mg/dl.
La retinopatia, una complicanza molto comune associata al diabete, è caratterizzata da un danno ai piccoli vasi degli occhi e può anche portare alla cecità. Negli anni ‘90, tre studi sulla retinopatia hanno evidenziato che tale condizione è inusuale nei pazienti con una FPG inferiore a 126 mg/dl, ma che la prevalenza aumenta notevolmente al di sopra di questo valore. Questi tre studi hanno utilizzato o l’esame oftalmico diretto o una fotografia della retina, e non il metodo che prevede l’uso di più fotografie e che è considerato attualmente d’elezione nelle sperimentazioni cliniche. Il “Diabetes Prevention Program” ha inoltre evidenziato il fatto che diverse persone manifestano segni di retinopatia anche quando la loro FPG è inferiore a 126 mg/dl.
Questo studio più recente – condotto dal Professor Tien Wong, del Center for Eye Research Australia, dell’Università di Melbourne (Australia), e colleghi – ha analizzato i dati di altre tre sperimentazioni che hanno utilizzato fotografie multiple della retina al fine di definire la retinopatia. I tre studi includevano:
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- Il Blue Mountains Eye Study (BMES), Australia, 3.162 soggetti ·
- L’Australian Diabetes, Obesity, and Lifestyle Study (AusDiab), Australia, 2.182 soggetti ·
- Il Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), USA, 6.079 soggetti.
Wong e colleghi hanno riportato che il 9.6%-15.8% della popolazione generale era affetto da retinopatia, e non vi erano evidenze di un valore massimo chiaro di FPG utile per determinare la presenza o l’incidenza della retinopatia nella popolazione. Inoltre, l’usuale valore limite di FPG di 126 mg/dl si è rivelato troppo alto per comprendere tutti i casi di retinopatia. Più del 60% dei casi sono andati persi perché i livelli di FPG si sono rivelati inferiori al valore di soglia massima utilizzato.
“Non è stato possibile determinare un valore massimo di FPG che fosse valido in tutte le varie popolazioni esaminate e inoltre gli attuali valori di FPG utilizzati si sono rivelati non adatti a distinguere gli individui con o senza retinopatia, per il fatto che vi è una maggiore prevalenza di tale condizione a concentrazioni FPG più basse rispetto a quanto riportato da studi precedenti”, scrivono gli autori.
“Questi risultati potrebbero aiutare ad avere una migliore comprensione del rischio delle complicanze del diabete, mettendo in evidenza che né le complicanze macrovascolari né quelle microvascolari sembrino rispettare un preciso valore glicemico soglia. Questi esiti pongono ulteriori domande sulla validità dell’approccio del WHO e dall’American Diabetes Association di utilizzare la retinopatia per ottenere i valori soglia FPG per diagnosticare il diabete, e puntano alla necessità di rivedere gli attuali criteri diagnostici per il diabete”.
Il Dr. Quresh Mohamed e il Dr. Alison Evans, del Cheltenham General Hospital di Cheltenham (UK), hanno scritto in un editoriale che sebbene gli attuali criteri diagnostici possano risultare limitati, il valore soglia per la FPG è in grado di distinguere i gruppi di pazienti più a rischio. Ritengono altresì necessari studi prospettici di più vaste dimensioni atti ad analizzare il diabete e le sue complicanze.
“Forse dovremmo concentrarci meno su un singolo valore universale soglia ma dovremmo invece stabilire come obiettivo risorse sulla base di punteggi di rischio individuale basati sulle evidenza in cui le misurazioni della glicemia siano combinate con altri fattori di rischio. Ma che cosa dovremmo dire ai nostri pazienti quando ci chiedono se hanno il diabete? Probabilmente faremo meglio a districarci con ciò che sappiamo almeno fino a quando non sarà disponibile un’alternativa migliore”, concludono il Dr. Mohamed e Evans.
Trattoda Medical News Today - Fonte: The Lancet, (2008). 371:736-743 - A cura di Linda Possanzini
Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 20 Marzo 2008 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2008/n2008_014.html