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Il trapianto di cellule staminali nei pazienti con diabete di tipo 1 ripristina la produzione d’insulina
A cura di Linda Possanzini
Uno studio brasiliano ha dimostrato che i trapianti di cellule staminali nei pazienti affetti da diabete di tipo 1 siano in grado di indurre il pancreas a produrre di nuovo insulina endogena. È, tuttavia, ancora troppo presto per affermare che tale effetto sia permanente, ma alcuni pazienti sono liberi dalla schiavitù delle iniezioni d’insulina da più di 20 mesi. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA).
Il diabete di tipo 1, noto come diabete giovanile o insulino-dipendente, rappresenta circa il 10% di tutti i casi di diabete, il restante 90% rappresenta invece i casi di diabete di tipo 2. Non si tratta primariamente di una malattia infantile, l’incidenza negli adulti è simile ma la malattia è spesso diagnosticata erroneamente come l’inizio del diabete di tipo 2.
Il diabete di tipo 1 si sviluppa in seguito a degli attacchi da parte del sistema immunitario contro le cellule beta del pancreas deputate alla produzione d’insulina. La malattia può restare silente fino a che il 60 - 80 per cento delle cellule non è stata distrutta, e cioè quando il corpo non è più in grado di mantenere i livelli di glucosio nel sangue stabili con conseguente manifestazione dei sintomi tipici della malattia diabetica.
La terapia del diabete di tipo 1 si basa sulla terapia insulinica, solitamente attraverso iniezioni multiple o microinfusore, e su un attento monitoraggio dei livelli glicemici e introito di carboidrati.
La causa è tuttora sconosciuta, potrebbe esservi una predisposizione genetica che in seguito ad una infezione porta alla comparsa della malattia, come, ad esempio, il morbillo. Alcuni scienziati, ad esempio, affermano che i neonati che non sono stati allattati al seno hanno più probabilità di sviluppare il diabete di tipo 1 poiché il loro sistema immunitario è stato esposto troppo presto al latte vaccino.
Dal 1996, altre patologie autoimmuni sono state trattate con successo attraverso trattamenti di soppressione del sistema immunitario e poi con il trapianto di cellule staminali ematiche per stimolare una nuova produzione di cellule dal tessuto danneggiato. Questo trapianto viene chiamato “trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche non mieloablative”, o AHST.
Inoltre, precedenti trials hanno dimostrato che un diabete di tipo 1 di recente insorgenza risponde alla distruzione moderata del sistema immunitario e può fermare l’ulteriore perdita di cellule beta e ridurre il bisogno d’insulina esogena.
Tuttavia, questo studio è il primo a combinare sia l’immunosoppressione sia il trapianto di cellule staminali ematopoietiche nei pazienti con diabete di tipo 1 da poco diagnosticato.
Julio Voltarelli e colleghi del Regional Blood Center (Hemocentro), dell’Università di San Paulo in Brasile, hanno arruolato 15 pazienti con diabete di tipo 1 di recente comparsa di età compresa tra i 14 e i 31 anni. Tutti i pazienti necessitavano di iniezioni d’insulina.
Dopo aver ricevuto dei farmaci per stimolare la produzione di cellule staminali, ai pazienti è stato prelevato del midollo osseo per ottenere ulteriori cellule staminali ematopoietiche dopodiché si è provveduto a distruggere i loro sistemi immunitari con dei farmaci. I pazienti hanno anche assunto antibiotici e sono stati in isolamento per evitare di contrarre delle infezioni.
Dopo due settimane hanno ricevuto la re-infusione delle proprie cellule staminali attraverso la vena giugulare per ristabilire il loro sistema immunitario.
Il trattamento si è svolto tra novembre 2003 e Luglio 2006 con ulteriore periodo d’osservazione fino a Febbraio 2007 presso la Bone Marrow Transplantation Unit della School of Medicine of Ribeirão Preto, in Brasile. Durante questo periodo i pazienti sono stati monitorati e sono stati sottoposti a prelievi di sangue per controllare i marker dell’insulina e altri. Dal momento che il trattamento è diventato efficace, i pazienti hanno gradualmente ridotto il loro bisogno d’insulina esterna.
Su 15 pazienti ben 14 sono risultati insulino indipendenti per un periodo compreso tra i 7 e i 36 mesi. Il periodo medio di libertà dall’insulina è stato di circa 19 mesi. Un paziente è rimasto insulino indipendente per 35 mesi, altri 4 per 21 mesi, 7 per 6 mesi e 2 con risposta tardiva sono risultati insulino indipendenti per 1 e 5 mesi rispettivamente. Il trattamento non è riuscito nel primo paziente, probabilmente perchè il conteggio delle cellule beta era troppo basso quando è stato intrapreso il trattamento. I restanti pazienti sono stati attentamente selezionati dopo questo fatto. Nessuno dei pazienti sottoposto al trapianto è deceduto; uno ha contratto la polmonite e altri due hanno in seguito sviluppato una disfunzione endocrina (ipotiroidismo o ipogonadismo). Non è chiaro se queste condizioni siano conseguenza del trattamento.
A distanza di sei mesi dal trattamento AHST, il livello di C-peptide, un marker che mostra la presenza dell’insulina prodotta dal corpo, è risultato significativamente più elevato rispetto ai valori pre-trattamento, e questo parametro non ha subito variazioni a distanza di 12 e 24 mesi.
Da questo studio si sono potute trarre le seguenti conclusioni: “Una immunosoppressione a dosaggi elevati e il trattamento AHST sono stati eseguiti con una tossicità accettabile in un piccolo numero di pazienti con un diabete di recente insorgenza. Con il trattamento AHST, la funzionalità delle beta cellule è aumentata in tutti i pazienti fatta eccezione per uno e si è ottenuta una prolungata insulino indipendenza in gran parte dei pazienti”.
Jay Skyler che dirige il Diabetes Research Institute dell’Università di Miami in Florida (USA), ha affermato che questi risultati sono promettenti ma devono essere presi con cautela.
Non è, infatti, insolito che i neodiagnosticati con diabete di tipo 1 attraversino un periodo noto come “luna di miele” in cui si ha ancora una certa produzione d’insulina da parte del proprio corpo.
Questo trial è stato un vero studio osservazionale – non ha incluso un gruppo di controllo, che sarebbe potuto servire per controllare gli effetti come appunto il periodo di luna di miele, fa notare Skyler.
Inoltre, non è chiaro che cosa sia successo. I livelli d’insulina sono aumentati per il fatto che le cellule staminali hanno generato altre cellule beta, o perché il sistema immunitario ha interrotto il suo attacco contro queste cellule e quelle rimaste circa il 20% o più sono sufficienti per mantenere la produzione d’insulina ai giusti livelli, o è addirittura una via di mezzo tra le due ipotesi?
Voltarelli ed il suo team riconoscono che è ancora troppo presto, ed esprimono la loro speranza sul fatto che questo studio aiuti i diabetici di tipo 1 a superare alcuni degli effetti collaterali derivanti dall’iperglicemia, come la nefropatia, la retinopatia e la neuropatia diabetica.
Commento di Marco Songini
Anche noi di PD ci associamo all’invito alla grande cautela espresso dai colleghi diabetologi americani anche e soprattutto perché il trattamento AHST è ancora gravato da effetti collaterali e “pesantezza’ dell’intervento che non possono essere giustificati nella routine clinica - al di fuori di trials attentamente controllati - nel caso di un intervento di ‘eventuale’ prevenzione secondaria della malattia che otterrebbe - e solo per un breve periodo di tempo - un temporaneo affrancamento dalle iniezioni di insulina. Solo il
follow up sufficientemente lungo di questi pazienti trattati con AHST ci eviterà un altro effetto ‘ciclosporina’ che, fortemente voluto dalla scuola pediatrica diabetologica francese, oramai più di 20 anni fa naufragò miseramente nella terapia ‘preventiva’ del diabete tipo 1 neodiagnosticato. Marco Songini
Tratto da Medical News Today - Fonte: Journal of the American Medical Association (JAMA)
A cura di Linda PossanziniData ultimo aggiornamento: Mercoledì, 30 Maggio 2007 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2007/n2007_040.html