Ricerca
Riuscito trapianto di isole pancreatiche senza terapia immunosoppressiva nei modelli animali
A cura di Carmelo D’Alessio
In un articolo recentemente apparso sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, è spiegato come alcuni scienziati del Weill Cornell Medical College abbiano accresciuto enormemente il numero di linfociti T, quelle cellule capaci di difendere le isole pancreatiche trapiantate dall’attacco del sistema immunitario.
“Se saremo in grado di riprodurre ciò nell’uomo, potremo un giorno abbandonare l’uso a vita dei forti farmaci immunosoppressori che i pazienti trapiantati devono assumere. Peraltro, crediamo che questi stessi farmaci possano a lungo termine danneggiare anche le isole pancreatiche”, spiega il Dr. Manikkam Suthanthiran, maggiore autore dello studio.
I ricercatori hanno cercato di far regredire il diabete di tipo 1 attraverso il trapianto di nuove isole pancreatiche. La procedura è stata eseguita con qualche successo al NewYork-Presbyterian/Weill Cornell.
Tuttavia, i problemi rimangono. “Per evitare la distruzione delle cellule trapiantate, i pazienti devono sottoporsi alla terapia immunosoppressiva a vita. Oltre ad avere pesanti effetti collaterali, stiamo imparando che questi farmaci possono essere tossici anche per le stesse isole pancreatiche”, spiega il Dr. Suthanthiran.
Ora, un’innovativa manipolazione biochimica delle cellule immunitarie aggira questo problema. In collaborazione con altri ricercatori della Rockefeller University, il team ha focalizzato l’attenzione sui linfociti T regolatori del sistema immunitario. Queste cellule aiutano il sistema immunitario a decidere quali entità siano “nemiche” e quali siano “amiche” e, quindi, risparmiare.
“In particolare, c’è un sottogruppo di linfociti T con marcatori di membrana CD4 e CD25, che sono chiamati linfociti T regolatori naturali. Tali cellule esprimono un gene chiamato Foxp3 e, questo, assieme a CD4, CD25 e ai linfociti T regolatori sopprimono la risposta autoimmune contro le isole pancreatiche. Senza Foxp3, la risposta autodistruttiva del sistema immunitario non può essere fermata”, spiega il Dr. Suthanthiran.
Sfortunatamente, i linfociti T Foxp3-positivi costituiscono un insignificante 2-5% della popolazione totale di linfociti T, cosicchè hanno un impatto modesto nel proteggere le isole pancreatiche trapiantate.
Tuttavia, su modelli standard di topi con diabete di tipo 1, i ricercatori sono stati capaci di trasformare la più comune popolazione di linfociti T in quella che ha poi espresso il protettivo Foxp3.
“Se noi mutiamo tutti questi linfociti T in casuali immuno-soppressori, si potrebbero produrre più tumori ed altri problemi. Così, abbiamo usato un altro segnalatore del sistema immunitario (dendritic cell), molto efficiente nel modificare i normali linfociti in cellule protettive in grado di riparare solo le isole pancreatiche dall’attacco del sistema immunitario”, spiegano i ricercatori.Risultato: riuscito trapianto di isole in topi diabetici senza alcuna immunosoppressione farmacologica; tali isole sono rimaste funzionanti ed hanno prodotto insulina per tutte le nove settimane dello studio.
E c’è anche un altro buon risultato: “Abbiamo anche stabilito che questo approccio protegge le proprie isole pancreatiche dal danno. Ciò è importante, perchè i pazienti con diabete di tipo 1 neodiagnosticato,spesso presentano una qualche percentuale di isole residue funzionanti. La nostra strategia potrebbe proteggere sia quelle cellule, sia quelle trapiantate”.
Secondo il Dr. Suthanthiran, non c’è ragione per credere che questo approccio non possa preservare anche altri tipi di cellule o organi trapiantati, compreso polmoni, reni e cuore. Egli dice: “È pure importante notare che stavamo trattando diabete in questo modello animale. Finora, la maggior parte dei successi ha riguardato la prevenzione della malattia prima del suo esordio clinico, ma ciò è paragonabile ad entrare in una casa e spegnere il fuoco dopo che è già stato appiccato”.
Anche se il Dr. Suthanthiran si dichiara ottimista, rimane da vedere se il successo ottenuto nei topi potrà essere riprodotto nel diabete di tipo 1 umano.
“Vogliamo creare una situazione di trapianto in cui non si somministri dall’esterno alcun farmaco immunosoppressore. Se fosse vero, sarebbe la migliore cura possibile”, ha concluso.
Tratto da Medical News Today - Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences. 2007; 104(8): 2821-2826
Traduzione e adattamento a cura di Carmelo D’AlessioData ultimo aggiornamento: Sabato, 5 Maggio 2007 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2007/n2007_032.html