Compliance
Conosci i tuoi valori e vivi meglio il tuo diabete: un’intervista a due esperti
A cura di Anna Manetti
Le indagini rivelano che circa il 60% dei diabetici di tipo 2 non riesce a raggiungere gli obiettivi glicemici. Un nuovo libro, “Conosci i tuoi valori e vivi meglio il tuo diabete: cinque fattori essenziali da tenere sotto controllo per una vita lunga e sana”, offre un approccio graduale per guidare pazienti con diabete di tipo 2 nella gestione della loro salute. Kristin M Richardson, direttore editoriale per il diabete di Medscape, ha intervistato gli autori del libro, il Prof. Richard A. Jackson della Facoltà di Medicina di Harvard, Boston, e la giornalista californiana, autrice di un blog sul diabete, Amy L. Tenderich.
Medscape: Nel vostro libro scrivete che chi ha il diabete di tipo 2 può approfittare ora di cure molto migliori, a causa di nuove possibilità farmaceutiche e di nuove tecnologie. Tuttavia le statistiche su quanti pazienti riescono a raggiungere gli obiettivi prescritti sono deprimenti. Per esempio, non sembra che negli ultimi vent’anni siano migliorate le percentuali di una soddisfacente emoglobina glicata (A1c). Perché pensate che i pazienti abbiano tante difficoltà a conseguire gli obiettivi terapeutici richiesti?
R.A. Jackson: Penso che la ragione sia che essi spesso non sanno veramente quali siano gli obiettivi da raggiungere. Io sono coinvolto in vari programmi anche esterni al Joslin Center, dove svolgo la mia attività principale, in modo da arrivare a contattare un gran numero di persone con diabete. Quando chiediamo, “Ha sentito parlare di A1c? ha mai fatto il test per l’A1c?” solo circa il 10% sa di cosa si parla. Va un po’ meglio per la pressione del sangue. Quasi nessuno poi ha sentito parlare di microalbumina. Molti hanno avuto esami degli occhi, ma non ne sanno bene i risultati.
Medscape: Un punto fondamentale è quindi che i pazienti ricevano dai loro medici messaggi chiari sull’importanza dei vari obiettivi da raggiungere. Per far questo, però, i medici dovrebbero sfruttare meglio il tempo che dedicano ai loro assistiti: invece di ripetere a ciascuno le stesse istruzioni, bisognerebbe far capire a ogni persona la propria condizione, così che il paziente si applichi in modo più produttivo.
A.L. Tenderich: Perfino un mio collega di università, una persona di buona cultura, diagnosticato recentemente di diabete di tipo 2 non è riuscito a chiarirsi le idee in proposito. Dopo alcuni mesi, mi ha chiamato dicendomi:
“Mi sento così frustrato; adopero ogni tanto questo glucometro che mi è stato dato e i valori sono sempre piuttosto alti, ma non so che devo fare. Devo scrivermi questi numeri e aspettare di mostrarli al mio medico, per sapere cosa significano?” Ne sono rimasta scioccata. Lo avevano mandato a casa con questo utilissimo strumento, ma senza spiegargli come approfittarne. Credo che per questa ragione molti abbandonano i controlli: non sanno davvero perché li fanno.Medscape: È per questo che nel vostro libro avete deciso di concentrare l’attenzione su cinque test: A1c, pressione del sangue, lipidi, microalbumina e esame dell’occhio?
Dr. Jackson: Infatti, questi sono i più utili. E i loro valori sono abbastanza semplici perché i pazienti li capiscano. Nel libro usiamo l’immagine di un “conto salute” del diabete, in cui i pazienti devono star dietro al loro attivo e al passivo. Può essere che qualcuno abbia difficoltà a conseguire una A1c come dovrebbe, ma che il suo “conto di risparmio” del diabete sia in generale in buone condizioni: prendendo in considerazione più parametri si danno alle persone più possibilità di mettere da parte qualche “risparmio” di salute.
A. Tenderich: La gente ha una vaga idea che si deve mangiare meglio, perdere peso e fare attività fisica, ma alcuni pensano che questo basti, altri invece non ci danno importanza. L’avere cinque valori precisi da controllare può davvero aiutare il paziente ad affrontare il suo problema di salute e a gestirlo. A volte i medici dicono:” Oh, per lei non c’è bisogno di questo test.” Ciò è sbagliato e i pazienti dovrebbero insistere per ottenere i controlli necessari.
Medscape: Scrivete che “non è il vostro dottore a curare il diabete, ma voi stessi”. Questa prospettiva non costituisce una minaccia per i medici?
Dr. Jackson: Se il paziente conosce e capisce i propri valori, facilita il compito del medico. Ma se il medico pensa che basti fare solo un A1c una volta all’anno… bisogna cercarne un altro. Ho poi l’impressione che ora le persone siano seguite dallo stesso medico per meno tempo di quanto accadeva in passato, perché molti cambiano lavoro e residenza più spesso. Quindi i pazienti devono imparare a contare soprattutto su se stessi, ma ciò è gratificante anche per il medico.
Medscape: Qual è stata la tua esperienza, Amy?
A. Tenderich: Io sono diabetica di tipo 1 ed sono quindi in una situazione piuttosto diversa, poiché sono costretta ad un approccio molto serio al mio diabete. Ho condiviso l’idea di Richard di dover considerare il diabete come un’ ”impresa” e il medico come un consulente, che può dare consigli su come raggiungere i propri obiettivi. Si sfruttano molto meglio gli appuntamenti col medico, se si sa cosa non va bene: la A1c sta salendo o la pressione non è proprio al meglio e si vuole un consiglio specifico sul problema del momento.
Dr. Jackson: Oppure avete sentito parlare di un nuovo farmaco e volete sapere se è adatto per voi. Ci sono molti motivi per consultare il vostro medico, ma non è lui che dovrebbe dirvi come state: questo dovreste saperlo già voi stessi.
Medscape: Un altro argomento affrontato nel libro è la questione, ultimamente molto dibattuta, dell’uso dell’insulina nel diabete di tipo 2.
Dr. Jackson: Ho discusso recentemente con un gruppo di medici in un ambulatorio di zona su come affrontare questo passaggio con i pazienti. Molti di essi, e i medici stessi, temono questo momento. Ho detto loro che, per rendere le cose più facili, è bene mettere in evidenza il miglioramento della A1c con l’uso dell’insulina. Vi è un esempio nel libro di qualcuno che, usando farmaci per bocca, ha una A1c di 8.5% e di un altro che con l’insulina ha un’A1c di 7.5. Quest’ultimo ha un rischio di avere complicanze del 35% più basso del primo. Quindi la persona che prende le pillole ha un diabete “cattivo”, mentre quella che usa l’insulina ha un diabete migliore. Se si comincia a costruire la conoscenza dei risultati dei test, tutto procede più facilmente. Inoltre, somministrare insulina ai pazienti di tipo 2 è molto più semplice che a quelli di tipo 1. Essi producono ancora una certa quantità di insulina, hanno meno ipoglicemie e il loro organismo risponde meglio. Se si comincia presto, i pazienti di tipo 2 possono spesso iniziare con una sola dose giornaliera di insulina basale, un passo non troppo difficile. Se invece si aspetta che l’A1c salga troppo, bisogna allora ricorrere all’insulina prima di ogni pasto e organizzare una terapia più complessa. L’insulina, del resto, è la medicina più naturale di cui disponiamo. Penso che se si spiega tutto questo, le persone se ne fanno una ragione e si adattano meglio all’idea della terapia insulinica.
Medscape: Pensa che i medici usino ancora l’insulina come minaccia? “Se non riesce a cambiare il suo stile di vita, dovrà passare all’insulina”.
Dr. Jackson: Credo che ciò succeda ogni tanto. Un problema aggiuntivo per i medici può essere che se devono ricevere un altro paziente ogni 15 minuti e non hanno un’infermiera addestrata ad insegnare l’uso dell’insulina, c’è anche una questione di tempo. Fortunatamente le penne da insulina aiutano molto il passaggio alla nuova terapia. Il medico può spiegare che il sottile ago non farà male e i pazienti considerano la penna come un dispositivo speciale, più che una siringa da iniezioni, e la accettano più facilmente.
A. Tenderich: Vorrei aggiungere solo un paio di cose. Mia cognata lavora come dietista in un paese europeo, a contatto con molti diabetici di tipo 2. Lì si cerca di introdurre i pazienti all’uso dell’insulina più presto perché si è convinti che i risultati saranno migliori e anche che così i pazienti sono obbligati a prendere più sul serio il loro diabete e a curarlo. Una delle storie nel nostro libro è quella di una donna scontenta del proprio controllo della malattia: si sentiva stanca e i suoi valori glicemici avevano forti sbalzi, ma recalcitrava all’idea di passare alle iniezioni. All’ambulatorio medico le fecero provare in un primo momento a fare iniezioni in un’arancia, poi le spiegarono che avrebbe potuto cominciare a iniettarsi l’insulina con l’accordo che se si fosse trovata a disagio avrebbe potuto interrompere le iniezioni e tornare alla cura precedente. Così provò per un paio di giorni, si sentì subito molto meglio e si rese conto che non era una cura dolorosa o difficile da seguire. Solo un po’ seccante, naturalmente: preferiremmo tutti non avere il diabete!
Dr. Jackson: Il messaggio sul diabete più diffuso in genere fra la gente è che questa sia una malattia in continuo peggioramento, anche a causa del numero crescente di persone che si ammala di diabete. Benché non ci siano molti pazienti che raggiungono gli obiettivi desiderati di A1c, come noi medici vorremmo, tuttavia i dati sugli infarti, le amputazioni, le malattie renali e dell’occhio dimostrano che tutti questi parametri vanno migliorando. Se avete il diabete, quindi, potete fare molto per mantenervi sani il più possibile.
Tratto da Medscape Diabetes & Endocrinology
Traduzione e adattamento a cura di Anna ManettiData ultimo aggiornamento: Sabato, 5 Maggio 2007 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2007/n2007_031.html