Ricerca
Trovate isole pancreatiche in diabetici di tipo 1 longevi
A cura di Carmelo D’Alessio
Secondo una recente ricerca, dopo più di mezzo secolo di vita col diabete di tipo 1, un numero rilevante di pazienti sembra conservare una residua funzione beta-cellulare.
In questo studio, che ha coinvolto diabetici di tipo 1 relativamente longevi, circa il 13% di questi ha evidenziato secrezione di C-peptide, indicante che essi producevano ancora insulina. Questo è quanto riportato dalla Dr.ssa Hillary Keenan del Joslin Diabetes Center di Boston all’ultimo meeting dell’American Diabetes Association (ADA).
“È sorprendente come alcuni di questi diabetici abbiano ancora secrezione di C-peptide, un segno della produzione d’insulina e, alcuni, siano positivi per gli anticorpi anti-isola, altro segno di una funzione beta cellulare ancora presente,” ha detto il Dr. George L. King, responsabile dello studio in questione.
Le scoperte suggeriscono che, invece del trapianto di isole pancreatiche o di pancreas, nei diabetici di tipo 1, in futuro potrebbe essere possibile stimolare la crescita di isole pancreatiche native e residue per ripristinare la secrezione insulinica e l’omeostasi glicemica.
Nello studio, circa la metà dei pazienti ha presentato complicanze microvascolari modeste o addirittura assenti, avvalorando il fatto che la durata del diabete non si identifica sempre con le complicanze.
Lo studio, denominato “50-year Medalist”, ha seguito le caratteristiche cliniche, fisiologiche e genetiche di 326 pazienti. Il Dr. Keenan ha detto: “I risultati sono straordinari. Questo è il primo studio che osserva biomarcatori specifici della presenza di isole pancreatiche in persone con durata del diabete insulino-dipendente superiore a 50 anni.”
In un sottogruppo di 125 di questi pazienti, i ricercatori hanno riscontrato che il 12.7% aveva livelli di C-peptide oltre 0.3 ng/mL, indicanti che essi possedevano ancora una popolazione attiva di isole pancreatiche e qualche livello di residua produzione insulinica, malgrado la dipendenza dall’insulina esogena per la maggior parte della loro vita.
Inoltre, la maggior parte dei diabetici longevi presentava le tipiche caratteristiche cliniche del diabete di tipo 1, indipendentemente dalla presenza o assenza di C-peptide.
Tra quei pazienti positivi per il C-peptide, il 23.2% produceva entrambi i comuni anticorpi anti-isola: GADA e IA2. La presenza di tali anticorpi è un altro indicatore che un piccolo gruppo di beta cellule può essere ancora presente e forse funzionare. Altrimenti, gli anticorpi sarebbero probabilmente scomparsi al momento della ditruzione delle loro cellule bersaglio.
Oltre all’osservazione del C-peptide, i ricercatori hanno esaminato livelli di colesterolo e trigliceridi, indice di massa corporea e fabbisogno insulinico giornaliero, non trovando significative differenze in questi parametri clinici quando si è controllata la presenza del C-peptide.
“L’assenza di complicanze microvascolari in circa la metà dei pazienti è un dato particolarmente interessante. Se riuscissimo a trovare la ragione di ciò, forse potremmo prevenire nefropatia e retinopatia diabetica. Se si trova il modo di stimolare la crescita delle isole pancreatiche in questi pazienti, si potrebbe migliorare il loro diabete, ridurre il fabbisogno insulinico e ottimizzare il controllo glicemico. E, se le isole tornassero ai normali livelli, essi non avrebbero più bisogno di assumere insulina,” ha commentato il Dr. King.
Per leggere un’intervista con la dr.ssa Keenan clicca qui
Tratto da MedPage Today - Fonte: 66th Scientific Session of the American Diabetes Association
Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 29 Giugno 2006 6:30:00
Traduzione e adattamento a cura di Carmelo D’Alessio
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2006/n2006_043.html