Trapianti
Diabete, mamma salva figlia con un trapianto
A cura di Carmelo D’Alessio
In Giappone, grazie al primo trapianto di cellule pancreatiche da donatore vivo, una mamma ha guarito e salvato una giovane diabetica. Le cellule di pancreas di una donna di 56 anni hanno guarito la figlia ventisettenne dal diabete grazie all’équipe di James Shapiro, dell’Università di Alberta (Canada).
L’intervento, come riferito in una nota dell’ateneo statunitense, è avvenuto all’Università di Kyoto con la supervisione di Koichi Tanaka e Shapiro il 19 gennaio scorso. La giovane donna, affetta dal diabete giovanile o di tipo 1, era in lista d’attesa dal 2004 per ricevere un trapianto da cadavere. Purtroppo in Giappone le donazioni da cadavere sono scarse e le condizioni della ragazza in attesa si erano pericolosamente aggravate prima del trapianto. Più volte la ragazza era andata incontro a coma per ipoglicemia spingendo i chirurghi a provare la nuova tecnica.
Il diabete giovanile o di tipo 1 è una malattia auto-immune, ovvero il sistema immunitario impazzisce e attacca il pancreas distruggendo le isole di Langherans, le cellule pancreatiche deputate alla produzione dell’ormone insulina. L’insulina serve a regolare il livello di zucchero nel sangue (glicemia). Dopo la digestione la glicemia aumenta. Istantaneamente il pancreas rilascia insulina che fa assorbire zucchero ai tessuti riportando la glicemia a valori normali. Il paziente diabetico non ha più questa capacità e deve assumere l’insulina in concomitanza dei pasti per controllare la glicemia. Tuttavia in molti pazienti la regolazione non è facile e si può andare incontro a cali bruschi di zucchero nel sangue che possono anche provocare uno stato di coma. Per questi pazienti più gravi in certi casi l’unica soluzione diventa il trapianto di isole di Langherans prelevate dal corpo di persone in stato di morte cerebrale. Tuttavia le liste d’attesa per questi trapianti sono sempre troppo lunghe e spesso il paziente non ha tempo di aspettare il suo turno.
Il trapianto da donatore vivo potrebbe essere un’alternativa alla carenza di donazioni da cadavere. Le prospettive sono buone: nella ragazza nipponica il trapianto ha trasformato radicalmente la capacità del suo corpo di controllare il tasso di glucosio nel sangue. Ma il traguardo raggiunto con questa operazione pionieristica va ben oltre la possibilità di accorciare le liste d’attesa, ha fatto notare Shapiro: è molto più sicuro prendere cellule produttrici di insulina da una persona in vita e in buona salute che non usare quelle di un cadavere o di un individuo in condizione di morte cerebrale. Queste infatti possono aver risentito delle basse temperature con cui sono state conservate in attesa di un paziente compatibile. Inoltre la loro salute può essere stata compromessa da tossine messe in circolo nel sangue del donatore in coma irreversibile.
Il trapianto dalla mamma alla figlia non ha comportato nessuno di questi rischi. Prima la donna, 56 anni e sana, è stata sottoposta a intervento per asportarle una parte di pancreas. Poi da questo tessuto i chirurghi hanno isolato le cellule produttrici di insulina. Infine le hanno trapiantate alla figlia diabetica. è stato sorprendente vedere come già a pochi minuti dal trapianto la ragazza ha cominciato a produrre insulina, ha raccontato Shapiro entusiasta. Adesso sarà necessario seguire per lungo tempo i progressi della ventisettenne e di altri pazienti che potranno in seguito sottoporsi alla stessa operazione.
Tratto da: Yahoo Salute
Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 17 Febbraio 2005 6:30:00
Ricerca a cura di Carmelo D’Alessio
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2005/n2005_011.html