Compliance

Alti valori di emoglobina glicosilata sono un fattore autonomo di rischio cardiovascolare

A cura di Anna Manetti

Secondo due relazioni negli Annals of Internal Medicine del 21 Settembre 2004, l’iperglicemia cronica sia fra le persone diabetiche che fra quelle non diabetiche è collegata ad un maggior rischio di cardiopatie, indipendentemente da altri problemi di salute. Sarebbe bene perciò cercare di intervenire per ridurre l’emoglobina glicosilata (HbA1c) anche negli individui non diabetici.

Il dott. Kay-tee Khaw con i colleghi dell’Università di Cambridge (Gran Bretagna) ha realizzato lo studio “European Prospective Investigation in Cancer” a Norfolk, in cui sono stati valutati l’emoglobina A1c ed il rischio di cardiopatia, prendendo in esame 4.662 uomini e 5.570 donne fra i 45 e i 79 anni, dal 1995 fino al 2003. Il gruppo del dott. Khaw ha constatato che il rischio di coronaropatie, di malattie cardiovascolari e di mortalità è costante e significativo in tutta la gamma di valori alti di emoglobina glicosilata.

Per esempio, fra gli uomini, il rischio relativo valutato in base all’età di eventualità di coronaropatia era 3.44 per i pazienti con valori fra 6.5 e 6.9%, se confrontati con quelli con HbA1c <5%. Per coloro a cui non era stato diagnosticato il diabete, ma che avevano una HbA1c di 7% o più alta, il rischio relativo era 7.07. Fra i diabetici accertati, il rischio relativo era 4.82. Per le donne, i rischi corrispondenti erano 3.06, 4.73 e 6. Per entrambi i sessi, ogni punto percentuale di aumento era collegato ad un 20-30% di maggior rischio di mortalità. Gli autori hanno notato che l’aumento della mortalità e dei rischi cardiovascolari erano indipendenti dalla pressione del sangue, dai valori dei lipidi e del colesterolo, dall’indice di massa corporea, dal rapporto vita-fianchi, dall’abitudine a fumare sigarette e da precedenti di malattie o attacchi cardiaci. Anche la condizione di diabetico non si è rivelata significativa come elemento predisponente autonomo, da cui si arguisce che il maggior rischio per le persone diabetiche è collegato esclusivamente alla HbA1c. Il gruppo del dott. Khaw ne ha dedotto che “potrebbe essere opportuno includere i valori di HbA1c nelle tabelle dei rischi cardiovascolari, in modo da basare le decisioni terapeutiche su una più precisa definizione del rischio reale”.

Nella seconda relazione, il dott. S. Hill Golden e i suoi colleghi dell’Università Johns Hopkins di Baltimora (USA) hanno effettuato una metanalisi di studi di osservazione sul rapporto fra emoglobina glicosilata e cardiopatie nelle persone diabetiche. In tale analisi erano compresi 10 studi su pazienti con diabete di tipo 2 e tre su quelli di tipo 1. L’insieme delle analisi ha mostrato che il rischio relativo di cardiopatia ammonta a 1.18 per ogni punto percentuale di aumento nei valori di emoglobina glicosilata fra i diabetici di tipo 2. Il rischio corrispondente per i diabetici di tipo 1 è di 1.15. Secondo gli autori, quindi, appare chiaro che il miglioramento del controllo glicemico può ridurre il rischio di cardiopatie.

Il dott. Hertzel C. Gerstein dell’Università McMaster di Hamilton (Canada), si dichiara d’accordo e conclude: “Questi studi dimostrano che i livelli di emoglobina glicosilata possono ora essere aggiunti alla lista degli altri indicatori riconosciuti di rischio cardiovascolare, come la pressione del sangue ed il livello di colesterolo. Oggi sono necessari cambiamenti nel nostro stile di vita: la riduzione dell’introito calorico e l’aumento dell’attività fisica abbasseranno i livelli dell’emoglobina A1c e faranno diminuire i casi di diabete, le sue conseguenze e forse anche le future cardiopatie.”


Tratto da: Reuters Health - Fonte: Annals of Internal Medicine. 2004 (141:413-432, 475-476)
Traduzione ed adattamento a cura di Anna Manetti

Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 1 Ottobre 2004 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2004/n2004_057.html