Trapianti

Metà dei pazienti sottoposti a trapianto di isole sono insulino-indipendenti dopo 1 anno

A cura di Claudio Cataldo

Al 64° meeting annuale dell’American Diabetes Association alcuni ricercatori, riportando i dati presentati all’American Transplant Congress di maggio, hanno affermato che il successo dei trapianti di cellule beta del pancreas può essere replicato anche in altri centri di trapianto, ma la tecnica è ancora complessa e, poiché è necessario un trattamento immunosoppressivo sul lungo periodo, la procedura dovrebbe essere riservata solo a quelle persone che non sono in grado di raggiungere un controllo glicemico stabile.

Secondo il protocollo di Edmonton, le cellule beta da donatori di pancreas, sono introdotte nella vena porta del fegato. Su 36 partecipanti allo studio, 19 sono rimasti insulino-indipendenti dopo 1 anno, con test di glicemia a digiuno e post-prandiale e livelli di emoglobina glicosilata nei limiti della norma. Per cinque di questi pazienti è stata necessaria una sola infusione di beta cellule, sette hanno richiesto due infusioni, e sette hanno avuto bisogno di tre infusioni per poter raggiungere l’insulino-indipendenza. Altri sette pazienti che ad un anno dal trapianto hanno bisogno di insulina esogena, mostrano un miglior controllo glicemico ed una funzionalità parziale delle isole. Per questi pazienti c’è stata una riduzione del fabbisogno insulinico giornaliero da 36 a 21 unità.

In sei pazienti (17%) il trapianto non ha funzionato. Altri quattro pazienti sono usciti dallo studio, uno a causa di ulcere alla bocca, uno per mal di testa, e due per non meglio specificati “motivi personali”.

“I severi criteri di arruolamento sono una delle ragioni principali di successo del programma” afferma il Dr. Shapiro, direttore del programma di trapianto delle isole presso l’Università di Alberta a Edmonton (Canada). Per poter essere candidabili, i pazienti devono avere labilità metabolica, frequenti ipoglicemie e/o progressione delle complicanze nonostante gli sforzi per ottenere un controllo migliore. Inoltre i pazienti sono stati scelti in maniera oculata, basandosi su limitazioni del peso (70 kg) ed una adeguata riserva renale definita da un clearance della creatina maggiore di 80mL/min/1.73 m. “Il desiderio di essere liberi dalle iniezioni giornaliere non costituisce una ragione sufficiente per l’inclusione”, continua il Dr. Shapiro.

Hanno partecipato allo studio nove centri di trapianto in Canada, Stati Uniti ed Europa, con un successo che andava dal 100% (4 su 4 pazienti) allo 0%. Il Dr. Shapiro non ha fatto considerazioni sulle ragioni delle grosse differenza riscontrate, ma ha detto che spetta ai vari centri fare le valutazioni sui loro dati per capirne le ragioni.

Tra i pazienti non si sono verificati decessi, nessun caso di disordine linfo-proliferante da post- trapianto, e nessun tumore. Dal più recente follow-up, sono stati riscontrati 23 casi “gravi”, tra i quali neutropenia, diarrea e deidratazione, ulcere alla bocca, e un episodio di ipoglicemia da post trattamento in un paziente con isole non funzionanti.

Il Dr. Om Ganda, medico al Joslin Diabetes Center e professore associato di medicina presso la Harvard Medical School di Boston (USA), lavora in uno dei centri di studio e, sebbene non direttamente coinvolto nei trapianti di isole, ha detto che in generale il trapianto di isole “è molto complicato. La disponibilità di donatori è un problema rilevante e, inoltre, vi sono gli effetti collaterali della immunoterapia. Perciò, sebbene questa terapia sembri promettere bene, rimangono molti problemi ed effetti collaterali che, anche nel caso in cui tutti abbiano lavorato bene, mostrano alcuni limiti”.

In una intervista con il Dr. Shapiro, la Medscape ha chiesto se vi siano novità riguardo prospettive tecnologiche alternative, come il trapianto di isole coltivate o l’utilizzo di colture di cellule autologhe. “Esistono strategie che funzionano nei topi, altre che funzionano negli animali più grandi, ma non sono state mai testate sui pazienti, perciò penso che vi siano ancora molte opportunità di miglioramento” ha risposto il Dr. Shapiro. “Alcune delle tecnologie in fase di sviluppo potrebbero consentirci di smettere di utilizzare farmaci anti-rigetto, o forse un miglior metodo per coltivare le isole. Ma ogni settimana si assiste all’annuncio di una nuova cura. Qui abbiamo un trattamento che sta funzionando in maniera efficace sui pazienti, momento dopo momento, giorno dopo giorno, e sarebbe meraviglioso se altri trattamenti arrivassero a migliorare ciò che già stiamo facendo”.

Il Dr. Shapiro ha aggiunto che il suo gruppo è in procinto di iniziare uno studio con un nuovo agente sperimentale, il LEA29Y, una molecola costimolatore che blocca il segnale di attivazione delle cellule T e che si è dimostrata ben tollerata nei trapianti di rene. Qualora si dimostrasse efficace sui pazienti sottoposti a trapianto di isole, potrebbe portare ad una riduzione significativa degli immunosoppressori.

Lo studio è stato finanziato dalla Immune Tolerance Network, con un importo di 120 milioni di dollari offerti dal National Institutes of Health nel 2000, e dalla Juvenile Diabetes Foundation International.


Tratto da: Medscape - Fonte: ADA 64th Annual Scientific Sessions
Traduzione ed adattamento a cura di Claudio Cataldo

Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 7 Luglio 2004 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2004/n2004_051.html