Cronaca
Quando la medicina fallisce
C'è silenzio nel reparto di medicina dell'ospedale di Sanremo. Un silenzio che circonda una donna, 65 anni o poco più, malata di diabete, con un piede in cancrena, la setticemia che infetta il sangue e un no deciso all'amputazione che le salverebbe la vita. Ma in pochi pensano che quel no sia consapevole.
Pochi giorni fa un caso che poteva sembrare simile: un'altra paziente che si era opposta all'intervento, morta l'11 febbraio dopo il clamore di una decisione presa in tutta coscienza nonostante le mille voci che si sono levate, i pro e i contro, gli eterni dibattiti. Lei, la signora di Sanremo nata in Calabria e vissuta in un paesino nell'entroterra della città dei fiori, da una settimana sta in quel letto di ospedale, e il suo no all'amputazione lo ha ripetuto a tutti: ai figli riuniti attorno al suo letto, al primario di medicina Elio Randelli, al procuratore capo Mariano Gagliano, e pure al cappellano, don Michele, che allarga le braccia nel corridoio e dice: «la fede lascia liberi».
Una libertà che la signora vuole prendersi tutta, fino in fondo. Ma i suoi figli non ci stanno e chiedono aiuto alla giustizia. Così il procuratore capo Mariano Gagliano ha deciso di andare a trovare questa paziente così decisa, per capire se la donna ha compreso lo stato della sua malattia, se capisce che dire no significa dire no per sempre, che non ci sarà un'altra chance per vivere. Dopo un'ora passata nella corsia del reparto di medicina, il magistrato parla a lungo con il primario. La diagnosi è così chiara che non lascia spazi all'interpretazione: cancrena da diabete mellito, il rischio si chiama setticemia, il veleno nel sangue. Così si muore.
Lo sa questa signora che così si muore? I figli dicono che non lo capisce, e anche il procuratore ha qualche dubbio: «questa donna non è del tutto consapevole della propria malattia. Crede che, probabilmente, il dramma risieda nel suo dolore al piede e invece il dramma è costituito dal fatto che, non operando, è molto probabile che la situazione si aggravi con un'infezione che finirebbe per portare la signora alla morte, analogamente a quanto successo nei giorni scorsi, a Milano».
Gagliano ha confermato che i figli della paziente hanno chiesto un intervento della magistratura: «faremo del nostro meglio - ha detto il procuratore -, nel rispetto delle leggi e dei sentimenti». Il rispetto dei sentimenti: che questa donna sia incapace di intendere e di volere, cosa che la porterebbe all'interdizione e quindi al trattamento sanitario obbligatorio, nessuno lo dice direttamente. Ma la strada, se verrà accertato che la signora non riesce effettivamente a capire quale sia l'entità del male, sarà quella. A quel punto, sarà solo una questione di tempo. «Dobbiamo rispettare le decisioni dei pazienti quando rifiutano le cure (in questo caso l’amputazione) - afferma Sirchia - anche se è giusto che i medici facciano ciò che stanno facendo: forse quella della paziente - aggiunge il ministro - è una scelta sbagliata, ma se la donna è capace di intendere e di volere, non c’è possibilità neanche per il trattamento sanitario obbligatorio».
Quello descritto, spiega Sirchia «è un fenomeno che capita spesso nella pratica medica e io stesso ne ho visti nella mia esperienza clinica».
Due casi analoghi, in pochi giorni, provano l’incapacità della medicina di curare la persona in toto, di educarla alla vita, pur nel dolore e nell’handicap della malattia cronica. Si va dal medico per essere guariti, non per essere educati. E, come spesso accade, quando ciò non sia possibile per i limiti stessi della medicina quale arte incerta, emerge la crisi della sanità. Una sanità che deve assistere la persona non solo coi farmaci e le terapie, ma offrire supporto psicologico, aiutare a dare un senso alla propria condizione, ad affrontarla ed a conviverci. Ma oggi, nel personale medico, prevalgono atteggiamenti più pragmatici e disincantati, con un attenzione maggiore alla funzione riparativa. Accanto ad una medicina in continua evoluzione, ci vorrebbe il medico di una volta che, oltre alla scienza, si connotava per la sua alta funzione sociale. Ma il traguardo o il ritorno alla medicina empatica è forse un’illusione, in tempi in cui la stessa viene sempre più percepita come restitutio ad integrum, senza possibilità d’appello. Un’immagine distorta quella che la medicina dà di sé stessa e dei propri fallaci operatori.
Fonte: Gazzetta di Parma
Adattamento, integrazioni e commenti a cura di Carmelo D'AlessioData ultimo aggiornamento: Mercoledì, 25 Febbraio 2004 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2004/n2004_011.html