Trapianti

Successo su piccola scala dei trapianti che usano isole pancreatiche coltivate da pancreas di donatori deceduti

A cura di Gigliola Paviotti

Secondo i risultati presentati alla fine di aprile 2002 all’American Transplant Congress, dieci degli undici pazienti sottoposti a trapianto con cellule di isole di Langerhans coltivate da pancreas di donatori cadaveri hanno raggiunto l’insulino indipendenza.

Due dei dieci pazienti che hanno raggiunto l’insulino indipendenza hanno ricominciato a somministrarsi insulina, uno 208 giorni dopo il trapianto e uno dopo 356 giorni, ma entrambi hanno mantenuto bassi dosaggi (3 e 6 unità rispettivamente). La media dell’età dei pazienti era di 39 anni e la durata media del diabete di 26 anni.

Il dott. Rodolfo Alejandro dell’Università di Miami ha spiegato che, con questa procedura, le cellule delle isole pancreatiche sono coltivate per una media di 31 ore (range 8-72 ore) in un mezzo ricco di antiossidanti, inizialmente a 37°C; in seguito vengono mantenute a 22°.

Le isole sono state trapiantate mediante infusione percutanea nella vena porta epatica, guidata attraverso un sistema ad ultrasuoni. L’immunosoppressione è iniziata con la somministrazione di daclizumab e il mantenimento ha previsto la somministrazione di sirolimus/tacrolimus. Tutti i pazienti hanno ricevuto 2 infusioni di isole.

Il fabbisogno di insulina è calato da 0,53 U/kg/die a 0,2 U/kg/die dopo il primo trapianto.

Il dott. Alejandro ha detto che gli effetti collaterali “sono compatibili con la terapia immunosoppressiva”. Nel presentare i risultati positivi delle ricerche, ha ipotizzato che con la coltura di isole da organi di cadaveri sia possibile superare alcuni dei problemi relativi al protocollo di Edmonton, dato che l’uso di isole fresche richiede che i pazienti siano in grado di raggiungere l’ospedale in meno di due ore.

Questi favorevoli risultati dall’università di Miami e del Diabetes Research Institute contrastano, però, con altri risultati riportati nella stessa sede da uno studio del National Institute of Diabetes Digestive and Kidney Diseases (NIDDK), in cui solo tre di sei pazienti trapiantati con isole fresche hanno raggiunto l’insulino indipendenza.

La dott.ssa Kristina I. Rother, ricercatrice del NIDDK, ha sottolineato che tra gli effetti collaterali del trattamento c’era “una stanchezza paralizzante”. Ha anche aggiunto che, sebbene la NIDDK sia ancora interessata a questo tipo di procedura, bisogna considerare che il trapianto, se effettuato su pazienti con il diabete ma per il resto sani, “può trasformarli da pazienti essenzialmente con pochi disturbi in pazienti con malattie debilitanti.”

La dott. Rother ha sottolineato che i sei pazienti trattati nel protocollo NIDDK “hanno manifestato significativi effetti collaterali dovuti all’immunosoppressione, tra cui ulcere della bocca, neutropenia (riduzione dei linfociti neutrofili che si osserva in alcune infezioni), anemia, iperlipidemia, edema periferico e diarrea. Inoltre, due importanti complicanze sono state associate alla procedura: trombosi parziale della vena porta in un paziente dei sei trapiantati ed emorragia intraddominale che ha richiesto trasfusione di globuli rossi in un altro.

Tuttavia, la dott. Rother ha detto che i tre pazienti che sono rimasti insulino-dipendenti richiedono il 50% o meno della dose di insulina necessaria prima del trapianto. “Sembra che l’ipoglicemia grave sia stata eliminata in tutti i pazienti”, ha detto, e ha concluso dicendo che sono necessarie migliori strategie immunosoppressive prima che il trapianto di insulae possa essere largamente utilizzato.


Traduzione e adattamento a cura di Gigliola Paviotti

Data ultimo aggiornamento: Martedì, 21 Maggio 2002 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/news/2002/n2002_056.html

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