La venditrice di lupini Questo breve racconto fa parte del capitolo intitolato "Le donne". Qui ho cercato di ritrarre una donna che nella sua pur grande miseria non ha mai voluto domandare niente a nessuno...Clarì era una donna piccola piccola, magra come una gazzella e come una gazzella aveva gli occhi verdi e come una gazzella andava svelta su per le stradette tutte sassi, su pei monti irti e profumati a vender i suoi lupini.
La Clara, ma tutti la chiamavano Clarì, aveva dei bei capelli bianchi come la neve e riccioluti e fini come fossero di seta e talmente voluminosi e soffici che sembrava avesse in capo una nuvoletta amabile, come quelle che a primavera si fan dondolare dal vento cortese. Era rimasta sempre al paese dove aveva consumato tutta la sua esistenza.
Viveva in Rocca, in una casetta che i suoi nonni le avevano lasciato in eredità. Da lassù, in cima al paese, poteva osservare la gente del borgo sottostante che andava e veniva per vicoli e per sentieri, vedeva andar su oppure giù tutto il paese imparandone così vita e miracoli. Da quella vetta poteva ammirare anche tutta la vallata ampia e grande e il cielo netto che s'intagliava nei tetti delle case e negli scoscesi anfratti, era suo!
Era suo anche il vento che entrava nell'orto per profumarsi con gli aromi dell'erbette e delle piante che lei coltivava con perizia. E si accorgeva subito, al rientro a casa, quando trovava lasciati seminoni nell'aria tutti i suoi prelibati Odori, che il vento, per la furia di scappare via, dimenticava ovunque, allora lei gli chiedeva sorridendo un poco:
"Oh vento furbetto di primavera, dove l'hai portata l'essenza mia di lavanda e quella del rosmarino in fiore, quella della mia nepeta?"
Il vento birbante che l'ascoltava, con un frullo vorticoso se ne andava subito via, lontano nel cielo e lei che lo sentiva passar svelto sulla sua pelle gli sorrideva benevola, tanto sapeva che sarebbe tornato.Una volta la Clarì si ruppe una caviglia per rincorrere la sua unica pecorella e dovette essere portata all'ospedale. Gliela rattopparono la caviglia, ma per la furia gliela misero storta, girata leggermente su un lato. Le proposero, alcuni dottori, accortisi dell'errore di rifarsi operare; ma lei, pur di non tornare in ospedale preferì rimanere in quello stato col piede girato irrimediabilmente su di un lato.
Cogli anni la povera "occhi di gazzella" imparò ad accostare tanto bene quel suo piede storto a terra che quasi diventò un vezzo quel suo camminare claudicante: andava veloce come il vento in qualsiasi stradetta e viottoletto tanto era esperta e tanto era ostinata.
Parlava poco quella pura gazzella, forse per una timidezza innata, o forse perché la sua menomazione l'aveva resa un alquanto guardinga.
Non era più tanto giovane quando le capitò la disavventura del piede ed era già rimasta vedova due volte. I suoi due mariti poi non le avevano lasciato nulla, solo due figli maschi che non si preoccuparono poi un granché di lei, lasciandola ben presto per correre dietro a qualche fidanzata. Eppure quella donna semplice e modesta li allevò bene i suoi fancilli e diede loro tutto quello che poteva, certo, anche la miseria, ma questo non fu certo per colpa sua.
Allevò quei due "fancilli", come li chiamava lei, da sola e con la sua pecora dal vello marrone.
Col latte della pecora, faceva un po' di formaggio che vendeva a Pasqua e a Natale per comprare con il ricavato certe cose necessarie per i suoi figli. Con la lana che filava la sera davanti al fuoco, faceva dei calzerotti e delle maglie che bastavano a coprire tutta la sua famigliola.
I suoi figli brontolavano non poco quando dovevano indossare le camiciole o le maglie di lana grezza perché quegli indumenti che lei sferruzzava senza tregua bucavano terribilmente sulla loro giovane pelle e lei gli diceva sorridendo e per convincerli un poco:
"Vi abituerete, oh, se vi abituerete, fancilli miei! Quando verrà il freddo, quello vero, quello che fa perdere anche la coda al cane, sarà tenera con voi la vostra maglia. Vedrete e come vi farà comodo!"
E malgrado tutto, malgrado i mille sforzi e la gran buona volontà che quella donna dimostrava continuamente, di soldi veri, di quelli sonanti, non ne aveva davvero mai.Andava ad opre, la tenera gazzella, anche presso qualche famiglia del paese per vedere se racimolava qualche soldarello, ma la pagavano a fin della giornata solo con una brancatina d'avena, oppure un po' di farina bianca o con qualche secchio di patate con le messe1, ma con i soldi mai!
Un bel giorno stanca di essere sempre in quello stato, senza mai una lira in tasca, decise d'andar a vendere i lupini per veder se riusciva a raccattare qualche lira e comprare così qualche cosuccia a quei due marmocchi: forse un paio di pantaloni, delle scarpe....
Qualche giorno prima della festa incominciava a prepararli i suoi lupini. Li metteva a rinvenire con acqua e sale e altre spezie, che lei teneva segrete, in un gran paiolo nero. Poi li metteva a cuocere per circa quattro ore a fuoco lento dopoché li versava in un grosso paniere di vimini che portava in un fosso a spurgare sotto una bell'acqua corrente, vicino alla casa di suo fratello Geppe. I lupini rimanevano in quel posto sotto l'acqua limpida per almeno due giorni in modo che perdessero tutto l'amaro.
Al sabato tornava al fosso a riprendere il suo cestone e il suo commercio era subito pronto!
E così la piccola gazzella, nei giorni di sabato e di domenica, se ne andava sicura dappertutto, zoppicando zoppicando, a vendere i suoi lupini, a offrire il suo tesoro a questo, a quello.
Quando usciva di casa si faceva il segno della croce e ogni volta che passava davanti ad una marginina della rogazioni2 e ce n'erano tante una volta lassù anche nei boschi, si segnava ancora passando veloce veloce, la mano sulla fronte e sul petto e s'inginocchiava appena mormorando:
"Fammeli vendere tutti che n'ho di bisogno!" E camminava svelta per far presto e andava per tutti i borghi e nelle aie e diceva urlando non troppo forte:
"Lupini, lupini, che me li compra i lupini?"
Qualcuno che la sentiva non apriva neppure la porta, ma i bimbi se ce n'erano, si facevano subito avanti e domandavano con allegria:
"Clarì, Clara, quanto ce li fai un cartoccino?"
"Dieci lire, bimbo te li fo." Rispondeva lei con gli occhi selvaggi ma che avevano però del timore. Allora arrivavano le mamme con qualche soldo in tasca e compravano i lupini ai loro figli a malincuore però, perché anche per loro, pochi soldi erano sempre troppi soldi!
La Clarì allora posava il gran paniere su qualche muretto e serviva quella gente prendendo dalla tasca del suo grembiule nero e tutto toppe, un rettangolino di carta gialla che avvolgeva a cono piegandolo al vertice e vi buttava dentro i lupini dopo averli misurati, precisi precisi, col bicchiere che teneva in un lato del cesto.
I bambini prendevano quei saccocci quasi con voluttà e veloci come gatti sparivano subito. E si mettevano su qualche ciglio più lontano o sugli scalini a masticar i lupini, a far le gare e a sputar le bucce più lontano possibile, a ridere, a giocare.
"Come va Clarì? Le chiedevano allora le donne prima di chiudere l'uscio di casa ed entrar dentro, "N'hai venduti eh, stasera a questi ragazzacci!
Ma se vai alla bottega dove ci sono quelli che fanno il quartino a carte, vedrai che li vendi tutti, in quattro e quattr'otto!"
Lei rideva debolmente e faceva di sì con la testa, ma alla bottega non andò mai forse per una sorta di timore, forse anche d'orgoglio! Andava invece in qualche altro posto a offrire la sua mercanzia, finché la notte non la faceva tornare a casa e non sempre con il cesto vuoto, non sempre con qualche soldo in tasca, ma spesso con qualche fantasia in meno.Fine
Giuliana Sansoni
Tratto da: "I Racconti della Valle Protetta" di Giuliana Sansoni
Data ultimo aggiornamento: Lun, 20 Aprile 1998 13:15:00
URL: http://www.progettodiabete.org/games/p3_3.html
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