Melarosa
di Rosalia Zabelli
C'erano una volta un re e una regina, si chiamavano Udilio e Udilia, per una strana combinazione della sorte, e avevano dodici bellissime figlie: la regina era stata molto prolifica e questo veniva vissuto dagli abitanti del regno come un auspicio di molta grazia e un segno di favore concesso dalle tre Fate che abitavano la foresta che circondava il Castello dei Vetri, così chiamato perché nella sua struttura muraria erano state inserite dagli architetti costruttori milletredici finestre una diversa dall'altra, ma tutte veri e propri capolavori per bellezza e forma... ognuna opera unica di un maestro vetraio che aveva avuto l'ordine, una volta progettata e costruita la propria, di dimenticare la sua arte e d'imparare un nuovo mestiere pena l'esilio in un luogo ai confini del mondo.
Solo di notte, e solo dopo aver spento tutte le candele, il Palazzo piombava in un buio totale, mentre con la luce del giorno ogni stanza si tingeva col colore dei vetri della propria finestra: o verde, o giallambrato, o viola, o azzurro, o bluette... milledodici tra colori base e sfumature dello stesso colore.
Una, una soltanto, aveva conservato la sua primordiale trasparenza... e non era certo tra le meno belle!
Tutti al Castello, a partire dai servitori, avevano una camera personale, tranne il re e la regina che dormivano insieme in un lettone a tre piazze con baldacchino nella stanza dalla finestra coi vetri d'oro e di platino: la finestra color vetro apparteneva alla più piccola delle figlie dei sovrani, dolce come un frutto maturo e dall'anima musicale come le corde di un clavicembalo, la splendida Melarosa e al suo meraviglioso cagnolino Bylluss.
Tutte le dodici sorelline avevano un nome che cominciava con Mela: Melabiancosa, Melaturchese, Melafucsia, Melarubina, Meladoro, Melabeige, Melalilla, Melazzurra, Melaverde, Melarancia, Melargenta!
Il re aveva acconsentito un po' a malincuore ad esaudire questo desiderio eccentrico della regale consorte a battezzarle così, ma poi non si era mai pentito considerando che questi nomi avevano un che di originale e prestigioso che non nuoceva certo alla pompa di una famiglia reale.
Attraverso i vetri della finestra della stanza di Melarosa le cose apparivano così com'erano: il sole era giallo come il sole, il cielo era azzurro come il cielo azzurro, l'erba dei prati era verde come l'erba dei prati...
Per questo la piccola principessa la preferiva di gran lunga a tutte le altre, anche se, a dir la verità, un po' di preferenza la riservava anche a quella azzurra perché il mondo azzurrato, tutto sommato, le piaceva molto!
Nel Castello vivevano tutti così in armonia che questa storia non sarebbe una storia se, un giorno, non fosse accaduto un fatto strano.
Come tutte le mattine di tutti i giorni i servi avevano apparecchiato la grande tavola ovale per la colazione: perché si sappia, quella per il pranzo era quadrata, quella per le merende assolutamente indefinibile come forma e colore se non paragonandola ai contorni morbidi e tondeggianti di un nuvolone temporalesco e quella per la cena rotonda come la ruota immensa di un carro immenso, ognuna sistemata in un salone proprio dalle pareti coperte di straordinari affreschi bucolici.
Sulla tovaglia di lino bianchissimo orlata con una bordura di ciliege rosse ricamata a mano comparivano in bella vista e in ordine sparso una ciotola di zabaione al marsala, una ciotola di panna montata, un vassoio di savoiardi fragranti, uno di fette di pane abbrustolito, due bricchi di cioccolata calda, una lattiera colma di latte appena munto, una teiera panciuta piena di tè cinese scuro, una caffettiera di caffè brasiliano, una caraffa di succo di kiwi, due piattini di marmellata di fichi e di arance dolci, una burriera col burro pronto da spalmare, una crostata di frutta, una torta di nocciole, una montagnola di meringhe, cannoncini alla crema e bignè alla vaniglia, pasticcini al pistacchio, un pandolce con uvetta e canditi, un pan di Spagna soffice soffice, uno stracchino della Duchessa sistemato dentro a un prezioso piatto marmorizzato, un budino di amaretti, piatti bianchi dipinti con l'oro, posate d'oro, tazze d'oro, bicchieri d'oro e al centro un enorme cesto di piccolissimi myosotis: siccome i fiori variavano al variare delle Stagioni, quelli erano i fiori della stagione di quel giorno!
Quasi nascosta in mezzo a tutto questo ambaradan di cose ci stava anche una superba zuccheriera d'argento, di quelle con due manici quattro piedini a forma di zampa di leone e senza coperchio dalla nascita, straboccante di raffinatissime zolle di zucchero semolato: quel giorno la principessina parve disdegnare tutto quel ben di Dio e, anzi , dedicò totalmente la sua attenzione alla zuccheriera, o meglio, allo zucchero e... una dopo l'altra... finì per finire, sbocconcellandole a morsichini, tutte quante le zollette!
Con ancora sulle labbra briciole appiccicose di zucchero Melarosa cadde per terra come morta.
Tutti si disperarono, ma più di tutti si sentiva guaire di dolore il tenero cagnolino Bylluss che, con l'anima affranta, si era aggomitolato vicino al fianco della sua padroncina, intuendo da povero animale qual era che qualcosa di estremamente grave era successo: forse la sua Principessa non sarebbe mai più ritornata in vita e lui sarebbe rimasto per sempre orfano del suo amore.
Stava forse pensando questo quando con il suo udito finissimo di cane udì battere il cuore di Melarosa: immediatamente si levò sulle quattro zampe, e cominciò a dimenare la coda freneticamente, mentre con la zampetta anteriore cominciò a raspare sull'abito di seta della principessa nel punto del petto in cui i bottoni si congiungevano alle asole.
Il re Udilio comprese in un baleno il messaggio che la bestiolina stava tentando di comunicare e in un balzo andò ad appoggiare il suo orecchio nel punto indicatogli: dalla gioia di sentire che il cuore batteva regolarmente anche se debolmente il re cominciò a diventare rosso rosso rosso che a momenti scoppiava: “presto! presto! chiamate il dottore, chiamate le Fate! Galimberto, Gisippo, Ganimede, presto! aiutatemi a portarla in camera!”
Accorsero i tre servitori e tutti insieme sollevarono la principessa Melarosa e, quasi volando, la trasportarono nella sua camera, dove venne delicatamente adagiata nel mezzo del suo accogliente letto.
Dopo averla osservata a lungo, il medico del Palazzo declinò ogni responsabilità sulla sorte della principessa, ritenendo di non avere mezzi in suo potere per farla resuscitare: certo, conveniva anche lui che ella era pur sempre viva, ma da vedere sembrava morta, molto morta... e in questo caso il caso era ben strano!
Nel frattempo la regina Udilia era schizzata a piedi e di corsa, seguita altrettanto di fretta dalla sua fedele ancella Fiorenza, e sollevandosi il davanti dell'abito a millestrati con entrambe le mani onde non ingarbugliarsi correndo nella Foresta a cercare le tre magnifiche Fate.
“Fata Mirabileeeeeeee! Fata Eccelsaaaaaaaaaal Fata Fantasmagoricaaaaaaaaa!” è risaputo che le Fate sono sempre molto indaffarate ad imparare nuove magie e, quindi, non sempre rispondono ai primi cento richiami.
“Eccelsaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!…Mirabileeeeeeeeeeeeeeeeee!….Fantasmagoricaaaaaaaaaaaa!”
La regina ormai aveva le tonsille in fiamme e gli occhi fuori dalle orbite a furia di chiamare, idem per la sua ancella Fiorenza che le faceva da eco per rendere più proficuo il suo richiamo... quand'ecco...da tre parti diverse del bosco spuntare tre luminosità più luminose del giorno: la luce indaco cosparsa di sprazzi stellari della Fata Mirabile, l'evanescenza argentea attraversata da raggi di luna della Fata Eccelsa e il fulgore dei diamanti picchiettato dell'oro del sole della Fata Fantasmagorica...
“Fate, Fate supreme, presto, vi prego, accorrete in nostro aiuto: la piccola Melarosa è morta... no, è viva!... no, è morta! Fate, non lo sappiamo, ma abbiamo bisogno di voi, che corriate subito!” implorò la madre in quel momento non più regina.
E così come si erano materializzate, esse, tutte e tre in un lampo, si smaterializzarono per rimaterializzarsi di nuovo l'attimo dopo nella camera della principessa mezzaviva e mezzamorta, anche da loro tanto amata: chiesero a tutti di vuotare la stanza e di lasciarle sole con lei perché avevano necessità di fare un consulto privato fra di loro nel più assoluto silenzio e nella più santa pace... almeno tre ore!
Tutti, ovviamente, accondiscesero di buon grado: dopo tre ore spaccate da sotto l'uscio della camera si vide trapelare un raggio di luce come se qualcuno dentro avesse aperto le persiane che prima erano state accostate per lasciare tutto in penombra.
Di lì a poco le tre Fate uscirono passando attraverso i battenti chiusi della porta, a loro questo era permesso e anche molto più di questo!, e si presentarono nella stanza attigua dove tutti erano in trepida attesa del responso.
“È stata una grave intolleranza allo zucchero: d'ora in poi, se vorrà restare in vita , la principessa non dovrà più separarsi da tre scatoline' che le abbiamo regalato noi... le terrà sempre appese a una funicella di cui cingerà la vita e rimarranno nascoste nelle pieghe degli abiti. In ognuna è contenuto un qualcosa che si lega a un altro qualcosa che si lega a un altro qualcosa, ma la principessa sa cosa fare... non c'è bisogno che nessun altro se ne occupi!”
Se ne andarono, salutando, con bagliori di luce accecanti: qualcuno addirittura allungò la mano quasi per trattenervi un po' di quello splendore.
La porta della camera non si aprì se prima non fu sera e solo alla luce fioca delle candele la principessa fece la sua apparizione: aveva un aspetto patito, quasi spettrale, e gli occhi cerchiati da lividi calamari... il sorriso sulle sue labbra sembrava spento per sempre.
Molto in antitesi con questa triste visione, tutti gli altri ebbero in realtà un moto di gioia, a Bylluss sembrava quasi si stesse staccando la coda da tanto che si muoveva, nel vederla tornata alla vita... Melarubina perfino applaudì all'ingresso della cara sorellina!
Da quel giorno, comunque, l'atmosfera a Palazzo cambiò radicalmente, forse proprio per colpa di Melarosa: la prima cosa che richiese, e nessuno osò negarglielo, fu di essere trasferita nella stanza dai vetri color fumo che, normalmente, nessuno occupava da tanto che era tetra e da tanto che era nera la visuale che offriva... poi decise di non partecipare più a pranzi o cene e altro, e per mangiare si faceva apparecchiare poche cose su un tavolino coi piedi a forma di zampe di struzzo posto in un angolino della sua camera, non rideva più non giocava più, e a nulla valevano gli sforzi che tutti, in particolare le sue sorelle, facevano per coinvolgerla di nuovo e renderla contenta e divertirla.
Melargenta suonava pezzi di musica con l'arpa, Melafucsia cercava di farsi aiutare a finire un ricamo, Melalilla inventava sempre nuovi balletti... macché, ella con molta durezza spegneva ogni entusiasmo e stroncava ogni tentativo dicendo: “voi non capite.”
Passarono alcuni anni, e una alla volta le undici principesse, richieste in sposa da altrettanti bei principi, convolarono a nozze: anche Melarosa era diventata più grande e, oltre al fatto che era di una rara bellezza, poteva vantare il fascino che il velo del dolore, a volte, stende sui visi delle persone... cosicché alla fin fine era considerata la più bella fra tutte!
Avendo la sua fama varcato i confini del regno, giunse anche all'orecchio di un principe di un regno molto lontano da lì il resoconto di tanta bellezza e, così questo incuriosito un giorno si presentò a Palazzo: l'intraprendente e motivato nonché splendido Principe Sua Altezza Reale Arcangelo di Vallespersa in persona voleva fare la conoscenza, col consenso dei sovrani Udilio e Udilia, della Principessina Melarosa delle Mele!
Il principe bello come il sole si innamorò a prima vista perdutamente e, per dire il vero, tutti concordarono nel dire che negli occhi della principessa era apparsa una luce che lasciava presagire lo sbocciare, almeno, di una certa simpatia.
Sì, questo che si era inteso venne confermato nei giorni che si susseguirono al loro primo incontro: infatti Melarosa aveva ripreso a sorridere, curava i particolari del suo abbigliamento e, soprattutto, aveva ripreso a stare a tavola con tutti anche se, ovviamente, continuava ad alimentarsi di cibi cucinati apposta per lei... pesci, cosciotti di pollo, mozzarelle di latte, insalatine... ma niente pane e niente dolci!
L'unica stranezza, forse, rimaneva quel suo appartarsi qualche minuto nella sua stanza chiusa a doppia mandata ogniqualvolta ci si doveva mettere a tavola: un giorno il principe Arcangelo decise per amore della sua principessa di guardare dal buco della serratura cosa accadeva di tanto misterioso da doversi nascondere alla vista di tutti.
Come ella si allontanò subito la seguì furtivo come un ladro, e forse veramente stava per commettere un furto!, e non appena sentì i giri della chiave nella toppa appoggiò l'occhio alla porta per vedere all'interno...
Dato il buio della stanza e la chiave che impediva, fu con molta difficoltà che la osservò armeggiare nelle pieghe del vestito e tirarne fuori le tre scatoline: una sembrava di stagno e conteneva un filino argenteo simile a un ago, nella seconda di legno intarsiato c'era un esile cilindro di cristallo che al suo interno ne aveva uno uguale più piccolo e, infine, la terza di velluto aveva dentro una minuscola ampollina colma di un liquido opalescente e biancastro, molto molto attraente!
Con abilità estrema Melarosa collegò l'aghetto al cilindro più grande e infilò lo stesso nel collo sottilissimo dell'ampolla da cui, tirando verso l'alto il cilindro più interno, assorbì alcune gocce di liquido... dopodiché, gli parve ma non ne fu subito sicuro, sempre con l'ago si fece un invisibile forino nella pelle del braccio sinistro.
La vide riporre tutto nelle scatoline, sistemarsi i capelli e l'abito e avviarsi di nuovo verso la porta: lui non aspettò che aprisse e scappò via un po' turbato per quello che gli era capitato di vedere e di cui non comprendeva l'arcano! ma cos'era: una stregoneria?
Il principe si era un po' intristito, sebbene il suo amore per Melarosa aumentasse ogni giorno di più.
Finalmente si decise a parlarle e così, tra le lacrime che accompagnarono il suo racconto, seppe, e non ebbe motivo per non crederle, del fatto che le era accaduto quando era fanciulla, delle Fate che, essendo veramente molto magiche, avevano creato un portentoso rimedio alla sua allergia allo zucchero inventando quella sostanza liquida chiamata Lacrime di Gatto, di natura sconosciuta, che lei doveva iniettare tre volte al giorno nella sua pelle per annullare gli effetti mortali dello zucchero contenuto in tanti cibi... e gli disse anche con la speranza accesa sul volto che agli antipodi del loro regno viveva l'Imperatrice delle Fate, Eburnea, che possedeva una scatolina tutta di brillanti con dentro delle “cosine viventi” che l'avrebbero guarita per sempre: l'unica cosa era che l'Imperatrice era disponibile a cedere la sua miracolosa scatolina solo a colui che le avesse portato in cambio tre cose che ella desiderasse enormemente e che per conquistare le quali occorresse superare tre difficilissime prove.
Non ebbe bisogno di pensarci: Arcangelo dichiarò subito di volersi mettere in viaggio e chiese solo di poter prendere con sé il più bello e veloce dei cavalli della scuderia, il mitico Uragano, e di portare anche Bylluss che, sicuramente, sarebbe stato di valido aiuto per lui nel portare a termine una così ardua impresa.
Partirono un giorno di sole Arcangelo Uragano e Bylluss: tutti li salutavano dalle finestre sventolando delicati e finissimi fazzoletti...
Persino Melarosa aveva spalancato i vetri e finalmente un po' di luce solare invase la stanza rallegrandola.
Non incontrarono ostacoli nel viaggio come promesso dalle Fate della Foresta a cui Arcangelo aveva chiesto consiglio e alcune informazioni per giungere presto al Castello dell'Imperatrice senza smarrirsi lungo il percorso.
Eburnea l'Imperatrice risultò essere “issima” in tutto: bellissima, gentilissima, coltissima, profumatissima, testardissima eccetera eccetera... possedeva tutte le ricchezze possedibili e, siccome aveva tutto comprese le cose inventate, desiderava ciò che già apparteneva a qualcun altro e che sembrava impossibile da ottenere!
Le tre richieste furono presto fatte: potevano riuscire solo a un principe molto innamorato e di certo non sarebbe bastata solo la bacchetta magica!
Voleva un bracciale fatto con le uova depositate dalla gigantesca Farfalla Azzurra occhiata di nero che, unico esemplare, viveva su una montagna dell'India: essa, però, era gelosissima delle sue uova che si schiudevano ogni cento anni e, inoltre, aveva il potere di paralizzare chiunque toccasse con le sue lunghissime antenne... il principe non avrebbe dovuto dimenticare che la Farfalla Azzurra non temeva nessun essere umano essendo troppo abituata a vederne.
Voleva un mantello fatto dei peli del bruco giallo della Cina, peraltro poco peloso: qui non ci sarebbero stati particolari pericoli, ma era solo questione del tempo che ci voleva a mettere insieme un quantitativo sufficiente di peli per fare una bella stola... tutti i peli tassativamente dovevano essere strappati dai bruchi vivi, molto restii a farseli togliere dato che questo era un canone di bellezza a cui tenevano molto essendo essi malati di vanità, e, ancora più ovvio, non dovevano essere raccolti da terra dopo essere stati perduti, in quanto a quel punto privi della loro rinomata lucentezza paragonabile a quella del cristallo!
Voleva l'abito fatto di squame di pesce dorato che la regina di Hong Kong si era fatta cucire dal sarto cieco del suo palazzo in occasione del suo venticinquesimo compleanno che si sarebbe festeggiato di lì a sei mesi e che, nel frattempo, era custodito in un armadio di ferro chiuso con sette serrature: l'ingresso alla porta della stanza dell'armadio era guardato da mille cani mastini neri come una notte senza luna, pronti ad azzannare qualsiasi estraneo di cui non conoscevano l'odore... ovviamente voleva essere lei la prima ad indossare l'abito per cui era assolutamente necessario carpirlo alla regina prima del giorno fissato per la sua festa.
Di nuovo ripartirono senza neanche aspettare l'alba... il cavallo Uragano galoppava così forte che il movimento delle sue zampe non era più visibile a nessun occhio umano e gli zoccoli nemmeno toccavano il terreno: proprio come un vero uragano il loro passaggio sollevava un polverone di cose e tantissimo fogliame, mentre il principe con una mano reggeva le redini e con l'altra si teneva stretto il cagnolino per paura di perderlo.
Arrivarono che stavano uscendo le prime luci del giorno, si abbeverarono a una fonte e subito, dopo aver legato il cavallo a un maestoso albero, il principe e il cane iniziarono l'impervia salita che doveva condurli alla cima: erano quasi giunti alla nuda vetta, quando furono obbligati a fermarsi per il vibrare sonoro e poco rassicurante di un qualcosa che non conoscevano.
Guardando meglio, il principe si accorse che la Farfalla forse percependo la loro presenza si era messa in uno stato di allerta allargando in tutta la loro estensione le sue ali così spettacolari da togliere il fiato e mettendo in vibrazione le sue micidiali antenne, lunghe almeno dieci piedi.
Sconsolato il principe si accosciò al suolo con la testa tra le mani...
Quand'ecco... una luce indaco cosparsa di note stellari annunciò l'arrivo della Fata Mirabile: “tieni” disse indicandogli una grossa lente biconvessa “la Farfalla non teme, e quindi è più forte di essi, nessun essere umano... ma non ha mai visto un cane!”
E sparì così com'era giunta.
Il principe capì al volo: si accontentò di aspettare l'imbrunire e poi, dopo essersi cosparso di terriccio per nascondere il proprio odore, arrivò fin quasi al nido della Farfalla davanti a cui fissò la poderosa lente, dopodiché tornò vicino al suo cagnetto e insieme si accoccolarono per riposare posare almeno un po'...
Una splendida aurora salutò la nascita del nuovo giorno: Arcangelo svelto svelto salì su e sistemò Bylluss a contatto della lente di ingrandimento, poi gli fece cenno di abbaiare il più forte possibile con una voce degna del più gigantesco cane.
La Farfalla Azzurra che in quel momento era ancora assopita fu svegliata di soprassalto e, quando si trovò davanti quei due occhioni sbarrati e feroci mai visti prima, si spaventò a tal punto che in un lampo volò via disperdendo nell'aria una quantità di polvere azzurra e nera.
In men che non si dica Arcangelo si riempì le tasche delle rarissime e anche perfettissime uova e, dopo aver recuperato cane e cavallo, di nuovo si mise in viaggio per la Cina galoppando furiosamente...
Giunsero in Cina, nella landa dove si diceva che prosperavano i bruchi, proprio all'ora del mezzogiorno: il sole era perpendicolare a tutte le cose e il caldo era così forte che, probabilmente, fu quello il motivo per cui,
Non vedendo nessun bruco in giro, il principe pensò di aver sbagliato posto...
Dopo essersi rifocillati e riposati stavano per riprendere il viaggio in un altra direzione ma, dato che nel frattempo erano calate le penombre del crepuscolo, ecco sbucare in mezzo a un sentiero un magnifico e lucentissimo bruco: il principe si buttò per afferrarlo ma dovette constatare che, oltre che di peli bellissimi erano dotati di una velocità supersonica, cosicché questo gli sfuggì tra le mani così di fretta che nemmeno riuscì a sfiorarlo! a poco a poco i bruchi, che ora non temevano più che il sole sbiadisse la loro preziosa peluria, cominciarono a uscire da tutte le parti... ma catturarli fu un'impresa assolutamente impossibile per il povero principe che continuamente sbatteva di qua e di là nel tentativo di riuscire ad acchiapparli.
Ancora una volta Arcangelo si lasciò prendere dallo sconforto... quand'ecco.. un'aura lunare svelò l'arrivo della Fata Eccelsa: “tieni” gli disse porgendogli una fotografia e uno specchio “questa è una recentissima immagine dei dieci bruchi rossi del Sultano del Brunei... dove la ricchezza detta moda!”
Anche stavolta il principe afferrò il concetto: dispose appoggiati ad un ramo la fotografia e lo specchio e si mise ad aspettare.
Dopo che il primo bruco finì di osservare la foto e di osservarsi nello specchio, questo ebbe un moto di orgoglio tale che comunicò a tutti gli altri con uno squittio acutissimo: fu una processione infinita, prima la foto poi lo specchio, che durò fino alla sera del giorno dopo e che vide il passaggio ultrasonico di non si sa quanti bruchi... la stessa sera il primo bruco si fermò tra le dita del principe che cominciò la sacra tonsura: pur veloce che fosse, il barbiere Arcangelo impiegò quattro mesi a depilarli tutti, mentre Bylluss collaborava reggendo tra i denti con delicatezza il bordo del sacco di raso dove venivano gelosamente riposti i peli asportati, cinque per ogni bruco.
Alla fine dell'opera il contenuto del sacco pesava sì e no trecentoventitrè grammi... il sarto cieco certo avrebbe avuto un bel daffare a confezionare il manto!
Mancava ormai di portare a compimento l'ultima impresa e dopo, ottenuta la scatola delle "cosine viventi" il principe avrebbe potuto correre a riabbracciare la bella Melarosa di cui sentiva la mancanza.
Dopo aver galoppato a lungo più veloci del vento, si accorse di essere arrivato al luogo dell'abito dal rumorio che tutti insieme producevano mille cani mastini neri come una notte senza luna: la visione dei loro occhi fosforescenti demoralizzò a tal punto il principe che neanche osò scendere da cavallo e per un attimo e per la prima volta disperò di potercela fare...
Quand'ecco... un fulgore di diamanti e di sole rivelò l'arrivo della Fata Fantasmagorica: “tieni” gli disse allungandogli una cosa che da vedere sembrava un boccetto di profumo con su un'etichetta floreale.
“Fragranza di mastina nera”
e che ci volle a capire: in un secondo sparse tutto il contenuto della bottiglia sul corpo vigoroso del suo cavallo e battendogli una forte pacca sul gluteo lo lanciò in un galoppo sfrenato, mentre tutti i mastini allettati dall'afrore della loro femmina, così credevano, si lanciarono in un impossibile inseguimento.Si occupò Bylluss,di trovare le sette chiavi nascoste in luoghi diversi per motivi di sicurezza, poi velocissimamente, il principe si impossessò, senza nessun senso di colpa perché aveva saputo che la regina di Hong Kong era arrogante e antipaticissima, dello straordinario abito.
Ripreso il cavallo che in quel momento stava facendo il terzo giro e che, ormai, aveva perduto l'odore posticcio, si rimise in viaggio per ritornare da Eburnea. I mastini, pare, girarono intorno ancora un bel po' completamente disorientati, mentre la regina di Hong Kong quando si accorse della sparizione ebbe una stratosferica crisi d’ira!
L'Imperatrice fu molto fiera del principe Arcangelo e soddisfatta delle cose ottenute così senza fare una piega, aprì uno scrigno d'oro da cui estrasse la scatolina delle meraviglie: il principe si ritrovò nel palmo della mano una scatola che in realtà misurava appena un centimetro cubico, ma che era così bella così bella e così splendente da sembrare pulsante.
Il fiato gli si mozzò e il cuore prese a battergli all'impazzata: fu solo superato quel momento che si salutarono tutti cordialmente, con una riverenza particolare all'indirizzo dell'Imperatrice anche da parte di Bylluss.
Melarosa, come promesso, guarì perfettamente bevendo le cosine viventi dentro a un bicchier d'acqua color menta e i due principi, finalmente felici, poterono sposarsi in mezzo al gaudio generale e per la gioia del loro cane.
La finestra della loro camera nuziale fu decorata di tutti i milledodici colori, perfino del nero che comunque aveva fatto parte della loro vita:
ovvio che la parte centrale conservò là sua più trasparente trasparenza per permettere di continuare a vedere il sole giallo come il sole e il cielo azzurro come il cielo azzurro!
Data ultimo aggiornamento: Lunedì, 12 Settembre 2001 6:15:00
URL: http://www.progettodiabete.org/games/melarosa.html
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