Ipoglicemia una parola che sfiora la follia. Una porta sull’oblio dell’incoscienza
di Giorgia
Mi chiamo Giorgia, 40anni compiuti nel pieno dell’estate scorsa, due figlie molto carine che mi tengono ancorata a terra e nello stesso tempo danno un senso alla mia vita, che dico sempre, senza di loro, sarebbe molto, ma molto più strampalata. Sì, perché sono una di quelle persone sempre con la testa tra le nuvole, che vive in suo mondo. Sono diabetica dai 16 anni. Correva l’anno 1981; solita trafila: eccessivamente magra, stanca per nulla, assetata da bersi l’Adige intero con tutte le sue schifezze (sono trentina, abito a Rovereto per l’esattezza), figlia di un medico e mai fatto un esame del sangue prima di quell’anno memorabile.
A casa dei calzolai, solo scarpe rotte solita storia. E qui ci andrebbe un sorriso amaro.
È primavera, per scherzo ficco una strisciolina di quelle della mia nonna, diabetica di tipo 2, nella mia pipì, ed è il disastro. Papā controlla la scadenza del flacone in questione, borbotta tra sé, poi “pedonando” avanti e in dietro farfuglia qualcosa e mi pare di afferrare che sono grave, che c’è un dramma in corso. Forse morirò?
Nel pieno delle mie prime battaglie ormonali me ne frego altamente della malattia che posso avere, mi importa piuttosto che non potrò vedere il mio ragazzo, né baciarlo sotto un melo in fiore.
Alla clinica Solatrix, sono in camera con altre due ragazze, le giornate passano in fretta, mentre mi bucano inesorabilmente a destra e manca, per trovare la giusta terapia.
Passa il primario: “Come sei carina in quella camicia da notte pastello, certo che quelle braccia! Sembri una tossica”. Grazie, prego ci scivolo sopra, penso al mio ragazzo che mi molla del tutto, e intanto usa il mio motorino, non c’erano scooter allora, e passa sotto la clinica a dirmi come trascorre il tempo.
Giā, perché io ho sempre pensato che il diabete mi fosse “arrivato” a causa sua. “Forti emozioni, forti dispiaceri possono provocare il diabete”.
Questo avevo letto, e lui qualche mese prima mi aveva un po’ lasciato, quelle cose ambigue da ragazzini, e forse anche da grandi. Un tira-molla, e io che per il dispiacere avevo avuto pure la febbre.
I primi anni da diabetica li ho passati a farmi un’iniezione alla mattina e a non pensarci più. Ho un buon carattere. Accetto di buon grado quello che succede e cerco di abbozzare. Ho avuto una vita stranormale, senza vietarmi mai nulla per la mia malattia. Le gravidanze portate a termine senza particolari problemi, a parte i due tagli cesarei superati egregiamente e la macrosomia di Giulia, nata sette settimane prima, simile ad una bella pera matura, ma comunque sana come un pesce, e a parte il coma ipoglicemico, una combinazione tra distrazione e calo di zuccheri del primo trimestre di gravidanza.
Ci provo con la “telecronaca” del coma, anche se io non c’ero, io ero al di lā, nel mare sconosciuto.
Che bella lingua è il greco antico. Una specie di madre che semina geni nel nostro dolce idioma, particelle di pensiero che dānno un senso particolare ad una stessa parola, un trucco rapido che ne cambia i connotati.
Così iperglicemia significa “livello elevato di zucchero nel sangue” e ipoglicemia “livello sotto la media”. Partendo da glicemia, dolcezza nel sangue, si arriva agli estremi, con la semplice aggiunta dei due suffissi: ipo e iper. Nel vocabolario scopro, e giā lo so, che pure glico (glykys) ed emia (aimìa-hemia) sono termini greci, dolce e sangue, impastati insieme dānno un significato compiuto, e me ne stupisco quasi, la mia vita scandita al ritmo di un idioma che dicono morto.
Io cavalco l’onda di questo ballo inusuale, abbozzando i caschè con rapidi movimenti di mascella a mo’ di neonato che succhia avidamente il nutrimento e abbracciando stretta la tecnologia con un sorriso soddisfatto a fior di labbra. 23 anni fa si bollivano ancora le siringhe, che erano di vetro, e se ti cadevano era un piccolo dramma; allora rifiutavo questo mio ballo e lasciavo scorrere il mio destino senza pormi troppi problemi.
E poi un’oscillata più ampia della tela di ragno su cui s’intesse la mia vita, una folata di vento capricciosa che mi fa perdere l’equilibrio, e io, che sbircio sotto, l’abisso di un’incoscienza che è l’anticamera del nulla. Cellule “amare” del cervello, cellule che non hanno la forza di funzionare, cellule con basso livello di dolcezza. Movimenti inconsulti degli arti, una marionetta dalla pelle tiepida di donna, coi capelli arruffati e gli occhi sbarrati dall’assenza di pensieri articolati.
Nel sonno, scivolo in quel novilunio pastoso di pece nera. A calci e pugni disarticolati do l’allarme a chi mi dorme al fianco, in un meccanico appigliarmi al filo sferzato dal vento anomalo. La sirena che mi salva è solo un racconto; una semplice ennesima iniezione dell’ormone antagonista, glucagone si chiama, sempre il greco che interviene a scandirmi il tempo. Mi richiama alla coscienza un dottore occhialuto che snocciola numeri e domande. Ho visioni sfocate nel rollio di luciditā che scandisce il mio tempo. Mi vedo seno all’aria, seduta sul tavolaccio della rianimazione e ciocche di capelli scompigliati coprono a tratti la mia indifferente nuditā, e sono sempre brandelli di coscienza, fino a che la dolcezza del mio sangue non rientra nei suoi limiti, fino a che, piano, piano, torno donna. I miei muscoli rispondono docilmente ai comandi della mente. Mi copro i seni nudi, rotondi di maternitā, mi riapproprio del mio corpo, come di un vestito abbandonato sulla riva di un mare nero sconosciuto. Ancora, a tratti, onde viscide di pece mi scippano i pensieri, e poi secche dense di conchiglie li restituiscono, tremolanti di paura ancestrale.
Ipoglicemia una parola che sfiora la follia. Una porta sull’oblio dell’incoscienza.Giorgia
Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 1 Marzo 2006 6:45:00
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