Diabete ed hockey

Un ragazzino di 12 anni un giorno ritornò a casa con una locandina gialla in mano.

 La posò nelle mani della madre e disse: “io voglio fare hockey”.  

Il ragazzino è diabetico. Tipo I.
 Ovvero insulino dipendente. Quattro infiltrazioni giornaliere e 6 controlli glicemici.
 I medici avevano consigliato di praticare qualche sport per una migliore metabolizzazione degli zuccheri.
 Ha praticato il karate. Presto cintura gialla. Il maestro diceva che aveva talento.
 D’estate praticava tennis al circolo Maggioni di San Benedetto del Tronto. Il maestro diceva che era una promessa.
 A tempo perso seguiva sua sorella in piscina. L’istruttore lo voleva nell’agonistica.  

 Ma lui amava il pattinaggio. O meglio una parte del pattinaggio.
 Con pattini “aggressive”, “slaidava” sugli scalini, saltava scalinate, saltava le panchine al centro città, sfuggiva ai vigili urbani.
 Aveva costruito con amici delle rampe, dei “bank”, “quarter”, “half pipe”. E altro che non so come chiamarli.  

 Ma un giorno assistette ad una partita di hockey in line.
 Era una partita della stessa società che aveva distribuito le locandine per un corso di hockey in line per ragazzi.
È stato subito amore. Era quello lo sport che voleva fare.  

 Il ragazzino non saltava un allenamento, sempre presente. Finalmente felice di fare uno sport che lo faceva felice. Poco importava se si giocava in una campo di calcetto senza balaustre con il disco che usciva dalle maglie della rete.
 Presto si conquistò il posto nella prima squadra in A2. Un sogno realizzato.  

 Non un allenamento perso. Alle volte anche quanto non poteva.
 Con la glicemia alta che gli appesantivano le gambe come sopportare dieci volte il suo peso.
 Alle volte anche con la glicemia bassa con giramenti e vuoti di testa. Sempre con il glucagone e merendine nel marsupio. Sempre a misurare il suo tasso di zuccheri nel sangue per compensarlo con dosi di insulina o piccoli spuntini. Pur di non saltare un solo allenamento.
 A volte per questo suo “stato” gli allenamenti non gli riuscivano bene. Ma non si scoraggiava. Continuava ad allenarsi, come sempre, con volontà, con passione, con caparbietà. Confidava nell’allenatore che lo conosceva da anni.

 Ma inspiegabilmente l’allenatore lo abbandonò, proprio come avevano fatto i suoi professori impedendogli di partecipare alle gite scolastiche pur di non “gestire” un caso “difficile”.
 Si vide, così, accantonare dalle prime linee e giocare sempre meno scampoli di partite, pur di non avere “problemi”.
 Il ragazzo ne soffrì, a casa piangeva.  

Con la delusione nel cuore lasciò gli allenamenti. Scoraggiato voleva abbandonare.
 Pur di farlo felice (e di non vederlo avviare verso strade sbagliate e costantemente davanti alla play station), pur nel vederlo praticare la cosa più bella che aveva, i genitori lo mandarono ad una scuola estiva di hockey su ghiaccio a Cavalese.
Il ragazzo ritornò incoraggiato dai risultati e dagli apprezzamenti dell’allenatore in seconda della nazionale di hockey su ghiaccio, istruttore della scuola.

A volte il destino vede e provvede.
 Un’altra società sportiva, l’HP Sambenedettese, società militante nella serie A2 del campionato di hockey in-line, fu lieta di accoglierlo. Riprese gli allenamenti. Ritrovò la fiducia in se stesso, la fiducia dei nuovi compagni, l’incoraggiamento del nuovo allenatore che comprese il suo “stato”, conquistò la fiducia di tutta la società.  

Quel ragazzo giocò tutte le partite di campionato.
 Segnò 15 reti. Secondo migliore attaccante del campionato.
 Ha contribuito alla vittoria del campionato della sua squadra.
 Ha partecipato ai play off.

Quel ragazzo, ora ventenne, è uno dei migliori giocatori di A2.

 Quel ragazzo diabetico è Adriano.
 Mio figlio.

Silvano


Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 20 Agosto 2004 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/forum/s3_1_16.html


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