Ho vissuto quarant'anni la vita di un paziente diabetico di RD Lawrence, MD FRCP, Londra
Spesso i medici si specializzano nelle malattie di cui essi stessi soffrono. Non è raro che i dirigenti di sanatori abbiano, o abbiano avuto, la tubercolosi. Io certamente ho scelto il diabete perché il diabete ha scelto me, e fu diagnosticato in un modo insolito.
Dopo la guerra del 1914-18 lavoravo come giovane assistente nel Dipartimento di Otorinolaringoiatria dei King's College Hospital mentre preparavo l'esame di Fellow dei Royal College of Surgeons (FRCS) inglese. Quando non esistevano ancora i sulfamidici e gli antibiotici, le mastoiditi e le loro complicanze intracraniche erano cause frequenti di morte. Io avevo l'abitudine di indagare con precisione nel cadavere la malattia che aveva causato la morte e poi di esercitarmi a praticare sull'altro lato l'intervento chirurgico adeguato.
Taluni potrebbero indignarsi ed altri invece lodare il mio metodo per migliorare le mie conoscenze e le mie capacità pratiche. Una sera una scheggia di osso mi schizzò nell'occhio destro, che sviluppò una violenta infezione. Quest'ultima si trasmise all'altro occhio e la situazione continuò a peggiorare nonostante le medicazioni e due interventi sotto anestesia.
Nel reparto in cui ero ricoverato le infermiere del turno di notte avevano l'abitudine di insegnare alle allieve come fare l'esame delle urine in una stanzetta a fianco della corsia. Una sera per caso esaminarono le mie urine e le trovarono cariche di zucchero. Il nostro biochimico, il dott. G.A. Harrison, trovò che la mia glicemia era più che doppia rispetto al normale e senza indugio diagnosticò un diabete. Il sospetto di diabete non era mai insorto prima di allora, in quanto io ero considerato un giovanotto sano e vigoroso, giocavo a tennis e hockey, e non mostravo alcuno dei classici sintomi dei diabete: non ero particolarmente assetato né urinavo eccessivamente.
Anche la tendenza ad addormentarmi quando studiavo tardi la sera era, penso siate tutti d'accordo, normale e fisiologica durante lo studio dell'anatomia e di altre materie altrettanto noiose. Venni pertanto posto a digiuno e poi mi venne imposta la dieta strettissima di Allen che ben presto ridusse a tracce lo zucchero nell'urina e fece rapidamente guarire l'infezione agli occhi, per quanto da un occhio la vista sia rimasta danneggiata irrimediabilmente.
Successivamente stabilii un ragionevole livello di tolleranza ai carboldrati (circa 150 grammi) ma una carriera chirurgica era ormai impossibile, per cui mi dedicai alla medicina Ogni qualvolta il lavoro si faceva duro e impegnativo tuttavia, la glicemia saliva e la mia resistenza diminuiva
Mi resi conto allora che le prospettive per la mia salute, e per la mia stessa vita, erano molto scoraggianti e, siccome non volevo morire a causa di una situazione carica di ansia, né rimanere di peso per le finanze del mio buono e pur ben disposto padre, decisi di praticare medicina generale in un posto tranquillo e che mi potesse garantire un pur modesto livello di sussistenza. Così, seguendo i consigli e le utili presentazioni del capo dei mio dipartimento mi stabilii a Firenze in Italia come medico della comunità inglese colà residente e dei viaggiatori non abituati al cibo e ai vini locali. Fui così fortunato da trovarmi uno studio proprio sulla via principale e presto ebbi abbastanza pazienti da riuscire a mantenermi e anche, in loro assenza, da potermi godere le favolose gallerie d'arte e l'architettura per qualche altro mese di discreta salute, che mi lasciò sufficiente energia da giocare a tennis e andare a ballare con una scultrice olandese molto attraente. Poi una bronchite peggiorò troppo il mio diabete (ero carico di zucchero e acetone) perché potessi ancora godere di questi piaceri. A malapena riuscivo a rimanere sveglio quando interrogavo o visitavo qualche nuovo paziente. Ridussi al minimo possibile la dieta, in particolare i carboidrati: a colazione niente pane ma solo formaggio, lattuga, sedani, olive e caffè nero. A pranzo e cena la carne e la verdura erano resi più gradevoli dall'aggiunta di un bicchiere di Chianti secco: mi dava energia, come avevano descritto già i medici francesi dei XVIII secolo che prescrivevano un litro di vin ordinaire al giorno.
A dispetto di questo stretto regime, continuavo ad avere pesante glicosuria (3-4 per cento) insieme a livelli pericolosi di chetoni. Tutta l'energia svaniva insieme ai miei muscoli. Non riuscivo più a salire le scale fino alla camera della mia pensione e mi capitava anche di cadere. C'era per fortuna un ascensore, e così tenevo duro.
Il dott. Harrison mi scrisse da Londra che in Canada era stata trovata una nuova sostanza, chiamata insulina, che sembrava promettente. Ma io avevo provato tante delusioni tentando rimedi di vario genere che risposi, poco motivato, che sarei rimasto a vedere senza troppo ottimismo.
Quando agli altri disturbi si aggiunse una neurite periferica, che mi impediva perfino di tenere in mano un fiammifero per accendere il breve sollievo di una sigaretta, sentii che la lotta per mantenermi vivo, anche se quella non si poteva più chiamare vita, non era più né tollerabile né giustificata, benché Firenze continuasse ad offrire qualche meravigliosa consolazione di tipo sedentario, in termini di edifici, dipinti e musica. Proprio allora, giusto in tempo, arrivò un telegramma dal fido dott. Harrison. - "Ho un po' di insulina. Funziona. Torna subito". Entrambi sapevamo che il coma si stava avvicinando. Così abbandonai la mia attività medica, che pur incontrava un certo successo, e partii per Londra infagottato nella mia Fiat insieme ad un compagno di viaggio italiano che veniva a visitare dei parenti a Soho.
Fu un viaggio assai duro per me, il mio co-pilota era spaventato dal traffico di Parigi e dalla guida a sinistra in Inghilterra, ma arrivai comunque, più morto che vivo ma non ancora in precoma, su un letto dei Pronto Soccorso dei King's College Hospital dove caddi in un sonno profondo, dovuto più alla stanchezza dei viaggio che alla chetosi. Per quella sera non ricevetti insulina, in quanto il mio caso doveva essere riesaminato con cura in modo che potessi essere una buona cavia per studiare gli effetti clinici della nuova medicina.
Il mattino successivo raggiunsi il laboratorio non appena questo fu aperto dalla tecnica la signorina Taylor e si trovò che la mia glicemia a digiuno era 4 volte più alta dei normale, 410 mg per 100 mi, e che le urine erano piene di zucchero e chetoni. Appena arrivato, il dott. G.A.H. aprì immediatamente una fiala di insulina e, dopo una discussione resa breve dalla reciproca ignoranza, alle 10 del mattino, decidemmo di praticarmi 20 unità. L'iniezione fu fatta con tale abilità che mi sembrò niente in confronto a certe orribili esperienze con vaccini anti-tetano, tifoide e colera.
Così non ebbi più remore per le future iniezioni di insulina. Poi consumai una vera colazione, uova e pancetta cotte a puntino sul becco Bunsen e perfino 30 grammi di pane che mangiai senza sensi di colpa. Nelle urine lo zucchero e l'acetone scendevano ad ogni ora finché, alle 3 dei pomeriggio, erano completamente prive di zucchero. Ciò indusse un sincero urrà per l'insulina e per Banting e Best, anche se io personalmente non mi sentivo ancora meglio.
Un'ora più tardi cominciai a sentirmi stanco, sudato e ad avere una fame intensa, che migliorarono gradualmente con qualche biscotto: chiaramente il mio primo attacco ipoglicemico. Lo zucchero ricomparve nelle urine dopo alcune ore e, nel giro di qualche giorno imparammo che servivano due iniezioni al giorno (13/15 unità ciascuna) per tenere ragionevolmente a bada il mio diabete. Durante la prima settimana di insulina recuperai un po' di forze, lottando ancora su per le scale per raggiungere il laboratorio con le mie gambe doloranti, ma ero incoraggiato dall'aver ripreso 10 libbre di peso nonostante la dieta ancora ristretta e pre-insulina: 75 grammi di carboidrati e 1150 calorie.
Poi commisi l'errore di dare ascolto al suggerimento che, mantenendo la glicemia su livelli normali-bassi, le insule del pancreas avrebbero potuto riprendersi o almeno migliorare la loro capacità di produrre insulina. Così passai due mesi miserabili mangiando solo 20 grammi di carboidrati e iniettando sufficiente insulina da causarmi ipoglicemie quotidiane e comunque valori glicemici persistenteniente al limite della sopportabilità umana.
Al termine dell'esperimento, il mio fabbisogno di insulina era rimasto lo stesso della prima settimana. Un'altra pubblicazione aveva suggerito che mangiare pancreas crudo poteva sostituire le iniezioni di insulina. Fu questo il peggiore esperimento che abbia mai condotto su me stesso: masticare, inghiottire e tenere nello stomaco pancreas crudo - nulla da spartire con le animelle in questa forma culinaria - fu una prova durissima e nauseante: dopo averlo inghiottito, mi sembrava che venissero digerite le mie stesse budella.
Zucchero e acetone ricomparvero in quantità grave nelle urine, a totale sconfessione di questa stupidaggine. Infine, insieme ad un ragionevole regime di carboidrati ed insulina, tornarono il benessere fisico e la capacità di tornare al lavoro.
Tratto da: Diabetes vol. 10, pp. 483-486, 1960
Data ultimo aggiornamento: Mer, 28 Ottobre 1998 06:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/forum/s3_1_06.html
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