I SUCCESSI NELLA BATTAGLIA AL NEMICO SILENZIOSO
Diabete senza segreti
Una pillola invece delle iniezioni. Uno spray. Farmaci per evitare le complicazioni sgradite... Tutte le novità per combattere uno dei killer più pericolosi. Che colpisce nel mondo 125 milioni di persone. Ed è figlio dell'opulenza
di Cinzia Tromba
Il killer silenzioso: così una rivista statunitense ha titolato di recente un lungo articolo sul diabete. E questa volta non si tratta del solito sensazionalismo. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità non ha esitato a definire un'epidemia l'imperversare di questa malattia, che già oggi riguarda circa 125 milioni di persone in tutto il mondo, ma secondo gli esperti di Ginevra arriverà a colpirne 300 milioni entro il 2025.
Di fronte a una sindrome così diffusa, la ricerca farmaceutica ferve: i guadagni che si prospettano per ogni nuovo ritrovato immesso sul mercato sono talmente alti che nessuna industria si lascerebbe sfuggire un'occasione così ghiotta. Anche se si tratta di finanziare una spedizione in Africa per scovare qualche molecola racchiusa in uno strano vegetale. Ed è proprio seguendo questa strada che i ricercatori di uno dei colossi della farmaceutica americana hanno scoperto, in un fungo che cresce in Congo, una molecola molto simile all'insulina (vedi Un composto estratto da un fungo al posto dell'insulina). La buona notizia è che, a differenza dell'insulina oggi disponibile (che deve essere iniettata), la nuova sostanza può essere presa sotto forma di una banale pillola, semplificando così di molto la vita dei malati.
Nel futuro dei diabetici si profila dunque un sistema più comodo per tenere sotto controllo il livello di zuccheri nel sangue: l'alta concentrazione di glucosio non è solo il segnale della presenza del diabete, ma è anche la causa dei numerosi cattivi effetti che la malattia ha su molte parti dell'organismo, a cominciare dalle arterie. Per il momento, però, si tratta di una prospettiva non proprio dietro l'angolo: la ricerca farmaceutica ha bisogno di un periodo lungo di sperimentazione per mettere in commercio il nuovo ritrovato.
Questa non è certo l'unica novità. Ben altre se ne stanno preparando, e più a portata di mano. La Food and Drug Administration (l'ente statunitense incaricato del controllo dei farmaci), per esempio, sta approvando una nuova formula, l'insulina spray, che può essere semplicemente spruzzata nel naso. Ma cominciamo dall'inizio. Perché il numero di malati di diabete sta aumentando in modo così vertiginoso, e perché si parla di questa malattia come di un killer?
«Troppo cibo, poco movimento e aumento dei vecchi sono le ragioni del diffondersi del diabete», risponde Renzo Navalesi, direttore del Centro di riferimento regionale per il diabete dell'adulto dell'università di Pisa. «Associate, beninteso, a una predisposizione genetica. La quale da sola però non basta: come capita spesso quando si ha a che fare con malattie complesse, i geni devono essere aiutati, come micce che vanno innescate da condizioni esterne: un'alimentazione troppo ricca, uno stile di vita sedentario e l'invecchiamento sono proprio i fattori che spianano la strada all'espressione del diabete».
Quella di cui si sta parlando è la forma più comune della malattia, detta di tipo II, o dell'adulto, perché comincia a farsi sentire in età matura: colpisce di preferenza ultraquarantenni in sovrappeso ed è dovuta a una sorta di perdita di sensibilità dell'organismo all'ormone che stimola l'utilizzo del glucosio, l'insulina. Il diabete di tipo I, che colpisce prevalentemente i giovani, è più raro (circa il 10 per cento di tutti i casi di diabete), ed è invece una malattia autoimmune: è lo stesso organismo a distruggere le cellule del pancreas che producono l'insulina.
Una malattia tipica delle società opulente, dunque. Un fio pagato all'esplosione del benessere. Paradigmatico a questo proposito è il caso di una tribù di indiani nordamericani, i Pima dell'Arizona, tra le popolazioni dove l'incidenza del diabete è più alta: più o meno la metà di chi ha oltre 35 anni è colpita dalla malattia. Ma questo vale solo per la parte della tribù che vive negli Stati Uniti: i loro cugini, i Pima che vivono poco più in là, a sud del confine con il Messico, sembrano non conoscere neppure questa malattia. Eppure, il corredo genetico è molto simile. è la «sindrome di Mc Donald», come l'ha battezzata Sanford Garfield, specialista diabetologo dei National Institutes of Health. Ovvero la tendenza, sempre più diffusa negli Stati Uniti (ma non solo), a nutrirsi di cibi troppo grassi e troppo calorici, a muoversi sempre meno e, quindi, a ingrassare, che sta addirittura cambiando l'epidemiologia della malattia.
Tant'è vero che oggi il diabete dell'adulto, che non si manifestava mai prima dei 30 anni d'età, ha cominciato a colpire presto: sono già stati riscontrati casi in bambini di otto anni. «è proprio l'eccesso di grasso», spiegano infatti gli esperti, «il responsabile di quella sorta di impermeabilità all'azione dell'insulina che è la causa della malattia».
La sindrome di Mc Donald ha colpito molto duro tra la popolazione statunitense: negli ultimi vent'anni le morti per diabete sono aumentate del 30 per cento. Tradotto in cifre, significa che ogni anno muoiono per il diabete circa 200 mila persone.
Sono molte le complicazioni che un sangue troppo ricco di zucchero porta con sé: danni alla circolazione sanguigna e ai nervi, una maggiore predisposizione ad ammalarsi di cuore e venire colpiti da ictus, retinopatie, insufficienza renale.
«Il glucosio in eccesso nel circolo sanguigno tende a legarsi ad alcune proteine, un processo tipico dell'invecchiamento», spiega Navalesi. Ciò innesca una reazione a cascata. Tra i primi a risentirne è il microcircolo, ossia quella parte del sistema sanguigno attraverso cui avviene lo scambio di nutrienti e sostanze di rifiuto tra sangue e tessuti: il sangue cede sostanze nutritive e porta via quelle tossiche. Se però i capillari diventano meno permeabili (come avviene a causa delle modificazioni indotte dal glucosio) questo meccanismo di scambio perde di efficienza. Si hanno allora danni alla retina (il diabete è tra le più importanti cause di cecità nel mondo occidentale), e ai reni, che possono causare insufficienze renali, talvolta tanto gravi da costringere alla dialisi.
Non solo: gli uomini malati di diabete rischiano di contrarre gravi malattie cardiovascolari (coronaropatie e ictus): in questi casi la mortalità ha una frequenza che è due volte e mezzo più alta degli altri. Per le donne è ancora peggio: per loro questa probabilità è quattro volte più alta rispetto alle loro coetanee non diabetiche. E non è finita: l'arteriosclerosi dei vasi che irrorano le gambe è tra le maggiori cause di amputazioni. Tenuto conto di tutti questi fattori, si calcola che il diabete, se non è adeguatamente curato, accorci di 10-15 anni l'aspettativa di vita dei malati. «A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che lo zucchero è tossico per le cellule del pancreas che producono l'insulina», continua Navalesi: «Con il risultato che queste funzionano sempre meno e producono minori quantità di ormone». Si innesca così un circolo vizioso.
Malgrado il quadro un po' fosco di oggi, i medici cominciano a essere ottimisti. «Fino a poco tempo fa la parola diabete evocava lo spettro di amputazioni degli arti, perdita della vista, reni messi fuori gioco. Ma oggi la ricerca sta facendo passi da gigante, e ben presto un numero sempre maggiore di malati potrà godersi una vita lunga e in salute», dice Ronald Kahn, presidente del Gruppo di ricerca sul diabete istituito dal Congresso degli Stati Uniti. «è una delle malattie su cui si concentra il maggiore impegno di risorse», conferma Navalesi.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i nuovi farmaci usciti dai laboratori di ricerca. Alle più recenti formulazioni di insulina (che resta il farmaco base per ogni diabetico), sono andati infatti ad aggiungersi nuovi antidiabetici orali, farmaci che potenziano l'azione dell'ormone. Dalla repaglinide, che stimola la secrezione dell'insulina, ma solo in corrispondenza dei pasti - evitando così le crisi ipoglicemiche causate dai farmaci più vecchi, a effetto prolungato - alla glimepiride, appartenente alla classe delle sulfaniluree (prototipi degli antidiabetici orali) più selettiva per le cellule del pancreas e con meno effetti collaterali dei suoi predecessori.
Tra le proposte più nuove vanno poi rimarcati i glitazoni, molecole che, invece di agire sulla produzione di insulina, aumentano la sensibilità dell'organismo all'ormone. Un meccanismo d'azione rivoluzionario, che aveva suscitato le speranze di molti ricercatori. Se non fosse che il primo farmaco di questa famiglia immesso in commercio, circa due anni fa, negli Stati Uniti, si è dimostrato tossico per il fegato. Due suoi sostituti (che le industrie produttrici assicurano essere più sicuri) stanno per passare al vaglio della Food and Drug Administration.
Su una cosa tutti gli esperti sono d'accordo: prima ancora di ricorrere alle medicine è sufficiente tenere sotto controllo l'alimentazione. «Con una dieta corretta si riescono a impedire le impennate della glicemia», spiega Navalesi. «Bastano 2-3 settimane di dieta per far scendere il tasso di glucosio da 200 a 80 milligrammi per decilitro di sangue. E se la glicemia si mantiene su valori vicini alla norma, si evitano tutte le complicazioni. O quanto meno, si ritardano di molti anni».
Occorre però diagnosticare in tempo la malattia. Un compito non sempre facile. «Il diabete è una malattia subdola», avverte infatti il diabetologo di Pisa. «All'inizio il tasso di glucosio nel sangue può raggiungere punte di 200 dopo i pasti, senza che ciò provochi alcun disturbo». Ma quando si cominciano ad avvertire i primi segnali (disturbi della vista, bruciori alle gambe, stanchezza) è già troppo tardi: significa che la malattia ha già cominciato a fare danni. Per questo il diabete viene diagnosticato con un ritardo che va da sette a dieci anni, condannando i malati a inutili sofferenze, che potrebbero invece essere evitate con un semplice esame del sangue eseguito periodicamente.
«Il diabete è forse la malattia per la quale è più facile fare una diagnosi precoce tramite uno screening di massa davvero poco costoso», dice il diabetologo di Pisa. «è sufficiente che tutte le persone oltre i 40 anni d'età controllino periodicamente la glicemia».
Se il tasso di glucosio supera i limiti considerati accettabili conviene mantenersi sotto controllo. Allora basterà qualche rinuncia alimentare e un po' di esercizio fisico per evitare che la malattia si faccia strada. Su quale sia il limite accettabile di glucosio nel sangue la comunità scientifica discute da tempo.
Recentemente i diabetologi, soprattutto quelli americani, hanno insistito perché questo limite venga abbassato a 126 milligrammi per decilitro di sangue (prima era posto a 140). Il maggiore rigore, dicono i diabetologi, consente un migliore controllo, un intervento più precoce e quindi più efficace.
Non tutti però sono d'accordo. Massimo Tombesi (autore del testo "La prevenzione in medicina generale", pubblicato dalla Utet), dalle colonne della rivista "Occhio Clinico" lancia l'allarme: da una strategia del genere si otterrebbe solo un'ingiustificata medicalizzazione per individui cui si impongono controlli sempre più ristretti nel tempo, costosi e stressanti, senza avere le prove che una tale strategia sia veramente utile per prevenire le complicazioni del diabete.
(08.07.1999)
Tratto da: L'Espresso, Salute & Corpo, 8 Luglio 1999
Data ultimo aggiornamento: Ven, 9 Luglio 1999 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_85.html
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