Quello di “tipo uno” è di maggior impatto sociale e richiede cure più attente

Sempre in guardia col diabete giovanile

di Guido Pozza *

Il diabete di tipo 1 è una delle malattie a maggior impatto sociale del nostro tempo. Sebbene infatti la sua incidenza possa a prima vista apparire non elevatissima (circa 7 nuovi casi ogni 100.000 abitanti per anno nelle nostre regioni, con l'eccezione della Sardegna dove, per motivi ancora misteriosi, è 4 o 5 volte più frequente) in Italia sono oltre 500.000 le persone che ne sono affette. Il diabete di tipo 1 può insorgere a qualsiasi età, anche se prevalentemente si manifesta in età infantogiovanile, e costringe per tutta la vita il malato a ripetute iniezioni giornaliere di insulina.

Questa malattia è la conseguenza di un'interazione, ancora da definire nei suoi esatti meccanismi, tra una predisposizione genetica e fattori ambientali (virus, alimentazione, condizioni di vita o altro ancora) al momento non tutti identificati, col risultato di avviare un processo autoimmune che porta alla distruzione delle cellule "beta" delle isole pancreatiche. Malgrado le notevoli carenze che ancora persistono sulle conoscenze circa le cause della malattia, la prospettiva di giungere alla prevenzione del diabete di tipo 1 non è del tutto infondata e forse raggiungibile in una decina di anni. Il presupposto di tale speranza sta nel fatto che esiste una lunga fase d'incubazione della malattia, durante la quale il processo di autoimmunità si avvia e matura progressivamente, tanto che può durare da alcuni mesi a molti anni. Questa fase preclinica, identificabile attraverso la misurazione di alcuni anticorpi nel sangue (vedi box sui test di predizione), rappresenta il periodo ideale per intervenire sul processo morboso, al fine di ritardarne o arrestarne l'evoluzione. Quale tipo di intervento risulterà efficace nella prevenzione in questo momento non è noto, ma numerose sperimentazioni sono in corso in varie parti del mondo ed è ragionevole attendersi importanti risultati nei prossimi anni.

In attesa che arrivi la prevenzione da un lato, o una terapia definitiva che affranchi i pazienti dalla schiavitù dell'insulina, dall'altro (trapianto, terapia genica, pancreas artificale), il diabete di tipo 1 deve essere curato al meglio sin dal momento della diagnosi.

I test lo rivelano prima

L'INSORGENZA del diabete di tipo 1 è preceduta da una lunga fase asintomatica durante la quale il processo di autoimmunità contro l'isola pancreatica si avvia e matura progressivamente fino alla distruzione delle cellule. Gli indicatori più affidabili di questo processo, che può durare da alcuni mesi a molti anni, sono gli autoanticorpi contro le proteine dell'isola.
La presenza di questi anticorpi nel sangue di un soggetto sano indica quindi un rischio di sviluppare il diabete di tipo 1. I “marcatori” anticorpali fino a questo momento identificati di cui si è dimostrata una utilità nella predizione della malattia sono quattro: gli anticorpi anti isola pancreatica, noti come ICA, gli anti-GAD, gli anti-IA2 e gli anti-insulina. Numerosi studi prospettici hanno dimostrato che il rischio di sviluppare il diabete di tipo 1 è direttamente proporzionale all'intensità della risposta autoimmune, e quindi al titolo ed al numero di anticorpi presenti. Si fanno screening basati sulla ricerca di questi anticorpi nei familiari di primo grado di pazienti con diabete di tipo 1.

La malattia tende ad insorgere in modo acuto, soprattutto in età infantogiovanile, con i classici sintomi di poliuria (urine abbondanti), polidipsia (molta sete) e dimagramento. In assenza di una tempestiva e adeguata terapia insulinica, il quadro può evolvere anche rapidamente verso la chetoacidosi ed il coma. In molti casi tuttavia le modalità di insorgenza della sintomatologia sono meno clamorose, consentendo una diagnosi ed una terapia più precoci

Il cardine della terapia del diabete di tipo 1 è rappresentato dalla ter'apia insulinica, ma molto importanti sono anche un corretto regime dietetico ed un programma adeguato di attività fisica, strettamente integrati con uno schema di sorveglianza glicemica. Un altro aspetto fondamentale è quello dell'educazione del paziente e della famiglia in cui vive, in cui tutti devono avere piena consapevolezza della malattia, dei suoi aspetti clinici e delle implicazioni nella vita di tutti i giorni.

Il diabete mellito, se non trattato adeguatamente, rappresenta una condizione predisponente nei riguardi di una quantità di complicanze che possono seriamente compromettere la funzione di alcuni organi vitali e la complessiva qualità di vita del paziente. Si è soliti classificare le complicanze croniche del diabete in macroangiopatia, che si identifica in un più precoce e severo processo di aterosclerosi, patologia che peraltro colpisce in modo più o meno grave la totalità della popolazione, e in complicanze che sono invece specifiche della malattia diabetica: retinopatia, nefropatia e neuropatia.

Altre complicanze, come ad esempio il piede diabetico, sono il risultato di un perverso sinergismo tra diversi meccanismi patogenetici. Si è tuttavia ampiamente dimostrato che tutto questo si può prevenire mediante un buon controllo della glicemia, che deve rappresentare l'obiettivo costante di qualsiasi condotta terapeutica nel diabete. Questo è stato chiaramente dimostrato da un ampio studio prospettico, conclusosi negli Stati Uniti nel 1994 e chiamato DCCT, che significa appunto effetto del controllo metabolico sulle complicanze diabetiche.

Guido Pozza
Professore di Clinica Medica Generale
Università S. Raffaele, Milano


Tratto da: Salute, settimanale di Repubblica, Anno 5, n.168, 4 febbraio 1999

Data ultimo aggiornamento: Gio, 4 Marzo 1999 6:00.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_69.html

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