Si chiarisce l'ipotesi nutrizionale nell'Iddm che dà il via al Progetto prevenzione
Latte vaccino e virus coimputati nel diabete 1
Cecilia Razza
Sarebbe almeno in parte celato nelle proteine del latte vaccino il rischio di diabete di tipo 1 (Iddm). In gioco ci sono l'assunzione dell'alimento a maturazione intestinale non completa e similitudini strutturali tra i costituenti del nutriente e alcuni antigeni. Prima dei sei mesi di vita, le proteine del latte vaccino sensibilizzerebbero il sistema immunitario a produrre anticorpi. In anni successivi, uno stimolo virale (soprattutto da virus Coxsackie) potrebbe risvegliare questa pre-immunizzazione, che si dirigerebbe anche contro le beta-cellule pancreatiche. Una reazione anomala, sostenuta dalle analogie tra alcune proteine del latte vaccino, autoantigeni beta-pancreatici Ica 69 e antigeni virali. Sarebbero infatti queste similitudini a ingannare i linfociti. Da tale ipotesi nutrizionale ha preso il via un Progetto di prevenzione nelle due aree europeee a maggior incidenza di Iddm (Finlandia e Sardegna) e in tutte le zone UE dotate di registro per la malattia.
Up-to-date da un incontro internazionale a Cagliari
Nel latte vaccino insidia diabete 1
Proteine a valenza pre-immunizzante se assorbite prima dei sei mesi
Lo studio UE e la situazione sarda
Prevenzione nutrizionale
Sardegna e Finlandia insieme con le altre aree UE dotate di registro per la malattia: qui si condurrà il progetto Prevenzione nutrizionale dell'Iddm.
Valuterà soggetti ad alto rischio genetico di diabete di tipo 1, determinato alla nascita, seguendoli nel tempo con una dieta priva delle proteine del latte vaccino che si sono dimostrate coinvolte nello sviluppo della malattia autoimmune. "È l'unico modo per cercare di accertare la consistenza dell'associazione tra consumo di latte vaccino e sviluppo di Iddm in soggetti predisposti" precisa Marco Songini, dipartimento di Medicina interna, Ospedale San Michele, Cagliari.
Nel frattempo, attenzione specifica viene dedicata alla Sardegna. "Bisogna ricordare che questa è l'area italiana a minore frequenza di aplotipi parzialmente o totalmente protettivi nei confronti del diabete 1. Dal punto di vista ambientale, inoltre, l'incidenza di diabete di tipo 1 in Sardegna è bruscamente aumentata a partire dagli anni Sessanta, successivamente all'importazione, dal Veneto verso l'area di Oristano, di razze bovine da latte diverse da quelle tradizionali. Si ipotizza quindi che la selezione di nuovi stipiti bovini abbia selezionato un latte contenente una proteina più diabetogena". Che fare? "Analizzeremo nella regione la presenza di questa variante proteica in soggetti in età scolare sani e in bambini della stessa età, diabetici di nuova diagnosi" conclude Songini.Latte vaccino e sviluppo di diabete tipo 1 o insulinoprivo. Nel reciproco gioco di influenze tra genetica e ambiente, è questa la frontiera più recente di indagine che guarda anche a un ben definito obiettivo di prevenzione nutrizionale della malattia. Proprio in Sardegna, ben noto "hot spot" dell'Europa meridionale per quel che riguarda l'incidenza del dismetabolismo autoimmune, si è appena tenuto un incontro internazionale su "The milky way to Iddm in Sardinia". Ricorda Marco Songini, dipartimento di Medicina interna, Ospedale San Michele, Cagliari: "L'ipotesi di partenza è che il latte vaccino agisca come pre-immunizzante nei neonati prima dei sei mesi di vita per quanto riguarda l'autoimmunità beta-cellulare. Attorno a quest'età infatti si completa la maturazione intestinale, con la capacità di selezionare le proteine da assorbire. Ora, si è visto che proteine del latte vaccino (albumina bovina sierica, beta-caseina, beta-latto globulina) erano diabetogene in modelli animali. Inoltre si sono osservati elevati livelli anticorpali contro queste proteine in diabetici insulinoprivi di tipo 1. E non basta: l'albumina sierica bovina mostra analogie strutturali con gli autoantigeni beta-cellulari Ica 69. Altre similitudini preoccupano, come quella tra proteine del latte vaccino e antigeni presenti in alcuni virus, Coxsackie in primis, e quella tra gli stessi Coxsackie e le beta-cellule pancreatiche. L'ipotesi nutrizionale assume contorni più netti: l'assunzione di latte vaccino con i latti formulati prima dei sei mesi di età sensibilizzarebbe il sistema immunitario del bambino (memoria immune) a produrre nel corso della vita anticorpi, come di fronte a qualunque stimolo estraneo, diratta anche contro i costituenti della beta-cellula pancreatica.
Similitudini strutturali ingannano i linfociti
"In anni successivi, un'infezione virale (per esempio Coxsackie), tramite produzione di interferon, potrebbe riattivare la risposta linfocitaria che, ingannata dalle similituini strutturali alle quali è stato fatto cenno, rivolgerebbe la propria reattività contro il pancreas.
"Una riduzione dei tempi di allattamento materno a meno di sei mesi esporrebbe quindi a un maggior rischio di sviluppo di diabete di tipo 1 negli anni successivi, tanto più elevato quanto maggiore è il consumo di latte vaccino in questo arco della vita del bambino. Infatti la Finlandia, sicuramente la nazione con la maggior frequenza di diabete insulinoprivo nel mondo (insieme con la Sardegna) è anche il paese dei più convinti consumatori di latte vaccino e derivati."
"La Sardegna, però, anche da questo punto di vista sembra fare un'eccezione, nonostante sia una zona di riconosciuto alto rischio per il diabete tipo 1" aggiunge Anna Maria Marinaro, del dipartimento di Pediatria dell'Università di Sassari. "Abbiamo infatti valutato cento soggetti Iddm (età alla diagnosi tra 1 e 15 anni) e cento controlli, paragonando le abitudini nutrizionali del primo anno di vita (questionario sottoposto alle madri). Ebbene, la durata dell'allattamento al seno non sembra rappresentare nei sardi un fattore protettivo nei confronti dello sviluppo del diabete tipo 1 e, parallelamente, l'assunzione di latte vaccino e l'avvio precoce dello svezzamento non sembrano aver incrementato il rischi di malattia.Conferme dalle pagine di Jama
Ora e sempre in movimento
Aumento della sensibilità all'insulina con un'attività fisica moderata e costante
Non soltanto diabete di tipo 1. Il tipo 2, infatti, non allenta la sua pressione sull'età più matura. Proprio per quel che riguarda la strategia di controllo di questa forma, si confermano le evidenze positive nei confronti dell'attività fisica come parte integrante del programma terapeutico. L'imperativo continua a essere: moderata e costante, come confermano anche osservazioni recenti raccolte nel corso dell'Insulin resistance atherosclerosis study, condotto tra California, Colorado e Texas. I dati apparsi su Jama sono relativi a 1.467 uomini e donne, di età compresa tra 40 e 69 anni, nei quali la tolleranza al glucosio variava da valori di normalità ad altri indicativi di un lieve diabete di tipo 2.
Psico-supporto al paziente
Si è costituito da un triennio in Europa il Gruppo interdisciplinare "Psychosocial aspects of diabetes": diabetologi, psicologi, psichiatri che studiano tecniche di supporto specifiche per il vissuto emotivo del paziente diabetico, di tipo 1 e di tipo 2. "Il diabete è comunque una malattia cronica che influenza in modo negativo la qualità della vita del malato e dei suoi familiari. D'altro canto, non è ancora stata istituita una figura di riferimento che, all'interno della struttura diabetologica specializzata, possa intervenire in modo specifico su ciascun malato: nel caso del diabete di tipo 1 coinvolgendo anche i genitori, tanto più bisognosi di supporto quanto più il paziente è piccolo; nel caso del diabete di tipo 2 facendo emergere le reali necessità del malato per offrire risposte adeguate" spiega Ilaria Vannucci, psichiatra e psicoterapeuta di Cagliari. "Lo scopo è migliorare l'autostima del paziente. Chi lavora all'interno di una struttura come questa, inoltre, deve conoscere tutte le sfaccettature della malattia diabete: per esempio che uno stato ipoglicemico o iperglicemico possono mimare, rispettivamente, ansia e depressione". Per ulteriori informazioni sul lavoro del Gruppo: ilavan@tin.it
Coloro che dichiaravano di svolgere abitualmente un'attività fisica vigorosa (livelli di equivalente metabolico del consumo energetico superiori a 6) per almeno cinque volte alla settimana mostravano valori di sensibilità all'insulina quasi doppi rispetto a chi non sosteneva per abitudine alcun esercizio fisico. Analizzando però in modo più fine la correlazione tra spesa energetica totale e sensibilità all'insulina, si è visto che anche attività meno impegnative dal punto di vista fisico, ma svolte in modo costante, erano in grado di influire in modo graduale sul profilo metabolico glucidico. Un dato che si è rivelato del tutto indipendente dalle variabili sesso, etnia (bianchi non-ispanici, bianchi ispanici, afro-americani) e presenza di malattia diabetica. Gli autori (prima firma Elizabeth Mayer-Davis della School of Public Health, University of South Carolina a Columbia) sottolineano che al crescere dell'impiego fisico aumenta anche il dato di sensibilità all'insulina. Commenta Marco Songini, del dipartimento di Medicina interna dell'Ospedale San Michele di Cagliari: "Lo sforzo fisico isolato e rapido incrementa la quota lattacida e penalizza il metabolismo glucidico. Mentre un'applicazione costante e moderata presuppone un adattamento progressivo dei sistemi metabolici dell'organismo. La cascata di reazioni positive non coinvolge soltanto la sensibilità all'insulina, anche se alcuni dati suggeriscono per l'attività fisica da sola addirittura una valenza preventiva del diabete 2".
Tratto da: Giornale del Medico, Anno XIV, Num. 15, lunedì 27 aprile 1998, pagg.1-2
Data ultimo aggiornamento: Lun, 25 Maggio 1998 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_48.html
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