Rapporti tra beta-caseina del latte e insorgenza di diabete mellito insulino-dipendente: una nuova ipotesi.

di Elisabetta Michetti


Alcune proteine del latte potrebbero favorire l'insorgenza del diabete? Questa la domanda che pone uno studio (Cavallo M.G. et al.; The Lancet vol. 348, 1996) in base al quale l'ingestione di latte di mucca nei primi mesi di vita scatena una reazione autoimmune che può portare all'insorgenza del diabete mellito insulino-dipendente (IDDM).

La patologia si sviluppa quando il sistema immunitario autodistrugge le cellule beta del pancreas normalmente deputate alla produzione di un ormone, l'insulina, fondamentale nel controllo della glicemia. Così le persone affette da IDDM, non potendo più produrre l'ormone pancreatico, sono costrette a ricorrere per tutta la vita a somministrazioni giornaliere di insulina. Il diabete insulino-dipendente, pur avendo una importante componente genetica, si manifesta precocemente in seguito all'esposizione ad uno o più fattori ambientali, come confermato da alcune osservazioni sull'incidenza della malattia: diversa per aree geografiche, tra gemelli identici e in persone che non hanno una storia familiare della patologia. Questi dati hanno fatto rivolgere l'attenzione a fattori ambientali come l'alimentazione e in particolar modo all'allattamento artificiale. Infatti, secondo lo studio l'alimentazione fino ad un anno d'età con latte di mucca può stimolare il sistema immunitario a reagire contro le proteine di questo alimento. Ma gli anticorpi attivati distruggono contemporaneamente anche le cellule beta del pancreas per la presenza sulla loro superficie di alcune catene polipeptidiche simili a quelle contenute nel latte.

Lo studio è stato condotto mettendo a confronto la risposta immunitaria di 47 giovani di entrambi i sessi, con età media di 18 anni, colpiti recentemente da IDDM, 10 persone con una malattia autoimmune della tiroide e 36 persone sane.
E' stata osservata una proliferazione di linfociti (deputati alla difesa dell'organismo) in presenza di antigeni rappresentati dalle proteine del latte nella metà dei pazienti con IDDM contro il 2,7 per cento delle persone sane, mentre in nessun campione di sangue dei soggetti colpiti da malattia autoimmune della tiroide sono stati ritrovati linfociti. Il fenomeno riguarda, quindi, esclusivamente il diabete e non in generale tutte le malattie autoimmuni. Non tutti i polipeptidi del latte sono, però, in grado di stimolare la risposta immunitaria; infatti la produzione di anticorpi si attua solo in presenza di caseina. Al contrario, non c'è nessun tipo di stimolazione, oppure essa è molto bassa, in presenza di beta-lattoglobulina e albumina contenute anch'esse nell'alimento.
La caseina è formata da 4 frazioni, alfa, beta, gamma e kappa. La parte predominante (35%) è rappresentata dalla beta che è direttamente implicata nella reazione autoimmune.

A confermare questi dati ci sono, oltre agli studi in vitro, esperimenti in vivo su animali di laboratorio predisposti al diabete. Questi, alimentati con proteine diverse, non hanno sviluppato la patologia. Cosa che si è invece verificata nel momento in cui sono stati alimentati con beta-caseina.
La beta-caseina presente nel nostro organismo differisce da quella bovina per circa il 30% della composizione in aminoacidi. Ed è proprio questa differenza che attiva il sistema di difesa quando l'organismo entra in contatto con la caseina nei primi mesi di vita, cioè nel momento in cui l'intestino del neonato è ancora permeabile alle molecole proteiche prima che queste siano metabolizzate. Infatti, il grado di tolleranza alle proteine provenienti dal mondo esterno è in rapporto all'età perchè riflette la maturazione del sistema immunitario della mucosa intestinale.

Le conclusioni di questi risultati non trovano però il consenso di tutto il mondo scientifico. Alcuni autori (Ellis T. et al. The Lancet, vol.347; 25 maggio 1996) hanno mosso critiche ad alcuni precedenti lavori di questo tipo sia per quanto riguarda la produzione di anticorpi contro le proteine del latte riscontrabili anche in soggetti sani o con altre malattie autoimmuni, sia i risultati su animali da laboratorio. I modelli animali mostrano che una breve esposizione, come quella che può essere paragonata ai primi mesi di vita di una persona, non è sufficiente a provocare la malattia. Il periodo necessario per scatenarla sembra invece molto più lungo.

Alla luce di questo, sono indispensabili altre ricerche per chiarire il meccanismo descritto e la valutazione dei risultati, anche per evitare inutili fobie nei confronti di un fondamentale alimento come il latte. Inoltre è necessario valutare la rilevanza effettiva della scoperta in rapporto all'insorgenza dell' IDDM: ora, al punto in cui si trovano gli studi, si può solo affermare che il rapporto tra latte di mucca e risposta autoimmune è plausibile ma non ancora provato.
Ulteriori esperimenti potranno avvantaggiarsi della disponibilità di latte vaccino selettivamente privato di beta-caseina, un progetto al quale stanno lavorando da tempo alcuni industriali e ricercatori che operano nell'ambito del Parco Scientifico e Tecnologico d'Abruzzo.

Tratto da: Mass-MediCa - 13 dicembre 1996 - anno 1 - n. 1

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