Gli zuccheri e gli amidi nella gestione alimentare del diabete mellito

David E Kelley (*)

Del reparto di Endocrinologia e Metabolismo, Facoltà di Medicina, Università di Pittsburgh.

Presentato al Sugar and Health Workshop, tenutosi a Washington DC, dal 12 al 20 settembre 2002. Gli atti per la pubblicazione sono stati curati da David R Lineback (University of Maryland, College Park) e Julie Miller Jones (College of St Catherine, St Paul).

La preparazione del manoscritto è stata sostenuta da ILSI NA.

Inviare eventuali richieste di copie a DE Kelley, Division of Endocrinology and Metabolism, 810N Montefiore-University Hospital, 3459 Fifth Avenue, Pittsburgh, PA 15213.

SintesiTesto integraleArticolo originale

  • SOMMARIO
  • INTRODUZIONE
  • LE NORME DIETETICHE ATTUALI…
  • CONSUMO DI ZUCCHERI …
  • L’INDICE GLICEMICO
  • IL RUOLO DELL’IPERGLICEMIA…
  • ESIGENZE DI RICERCA
  • CONCLUSIONI
  • BIBLIOGRAFIA
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    SOMMARIO

    Le norme dietetiche, a lungo considerate un aspetto importante della cura del diabete mellito, sono anche state oggetto di lunghe controversie, riguardanti soprattutto le quantità e i tipi di carboidrati e di grassi. Il presente studio approfondisce il ruolo degli zuccheri nell’ambito della terapia medica nutrizionale per il diabete mellito. Le norme dietetiche per la cura del diabete mellito sono state riviste recentemente. Le nuove linee guida non limitano in modo specifico l’assunzione di zuccheri, ma sono state formulate norme generali per l’ inclusione di fibre, cereali integrali, verdure e frutta che accompagnino le scelte alimentari contenenti amidi. Quanto ai carboidrati, l’attenzione è rivolta soprattutto alle quantità caloriche complessive.  Nel diabete di tipo 1 l’approccio più efficace al controllo dell’iperglicemia postprandiale continua ad essere l’adattamento delle dosi di insulina prepasto in base al conteggio dei carboidrati. Nel diabete di tipo 2, oltre all’attenzione al contenuto calorico dei carboidrati, si deve continuare a tenere in considerazione il ruolo dell’indice glicemico come elemento determinante dell’iperglicemia postprandiale e del controllo metabolico complessivo. Tuttavia, le norme comunemente accettate non appoggiano l’uso su vasta scala dell’indice glicemico. Un certo cambiamento (in tali norme) consiste nel fatto che vi è ora una più netta approvazione all’inclusione (nella dieta) di acidi grassi monoinsaturi: secondo le norme attuali una combinazione di acidi grassi monoinsaturi e di carboidrati dovrebbe fornire il 60-70% dell’assunzione energetica giornaliera, con una flessibilità individuale nelle rispettive proporzioni, mentre l’assunzione di grassi saturi deve essere limitata a <10% dell’assunzione energetica. Questa nuova impostazione riflette una maggiore consapevolezza dell’importanza di mostrare sensibilità alle preferenze dietetiche individuali e culturali e la necessità di indirizzare la terapia nel diabete mellito sia contro l’iperglicemia, sia contro la dislipidemia.

    Parole chiave: Diabete mellito; alimentazione; dieta; zuccheri; amidi; indice glicemico 

     

    INTRODUZIONE

    La diffusione del diabete mellito (DM) aumenta in tutto il mondo e ad una velocità così drammatica da essere stato definito una malattia epidemica (1, 2). Questo aumento è dovuto quasi interamente ad una maggiore diffusione del diabete di tipo 2, un disturbo causato da una combinazione di insulinoresistenza e di diminuita secrezione di insulina. L’incidenza del diabete di tipo 1, un grave problema metabolico causato da insufficienza di secrezione insulinica risultante da distruzione autoimmune delle cellule pancreatiche b, è rimasta relativamente stabile a paragone con quella del diabete di tipo 2. L’aumentata diffusione del DM di tipo 2 è stata rilevata in quasi tutti i paesi, in tutti i gruppi etnici e razziali e in tutte le età dall’infanzia e adolescenza fino agli anziani, sebbene rimanga un evidente maggior rischio associato con l’età più avanzata.

    Molti fattori sono supposti contribuire a questa epidemia di diabete. Si è posta l’attenzione particolarmente sui fattori ambientali, a causa della rapidità dell’aumento del DM di tipo 2. (3). L’elemento più notevole è l’aumento della diffusione dell’obesità parallelamente alla crescita del DM di tipo 2 e di stili di vita sedentari correlati.(4, 5). Non tutte le persone obese o che svolgono scarsa attività fisica si ammalano di diabete, ma questi fattori costituiscono parte del rischio di DM di tipo 2 a causa del loro forte influsso nel produrre l’insulinoresistenza. Perfino fra coloro che non sviluppano il DM di tipo 2, l’evoluzione di una sindrome di insulinoresistenza, che è l’insieme di deteriorato metabolismo del glucosio, iperinsulinemia, ipertensione e dislipidemia oltre ad altri disturbi metabolici, costituisce un maggior rischio cardiovascolare. (6, 7). Di conseguenza, vi è rinnovato interesse nella prevenzione dell’insulinoresistenza e del DM di tipo 2, attraverso interventi sia farmacologici sia non farmacologici o nello stile di vita. Gli  interventi chiave nello stile di vita sono l’attività fisica e un piano dietetico che comporti un’assunzione calorica ridotta.

    Nel presente articolo, si pongono al centro dell’attenzione i fattori dietetici nella gestione del DM.

    Dato che il DM è una malattia correlata direttamente con il metabolismo di carboidrati, lipidi e proteine, l’alimentazione ha sempre avuto un ruolo integrante nella sua gestione. Il termine contemporaneo usato per descrivere le prescrizioni dietetiche è terapia medica nutrizionale (MNT) (8). Prima dell’avvento della terapia insulinica all’inizio del 20mo secolo, la MNT era l’unica forma di terapia per il DM (9). L’attenzione sulle norme dietetiche all’epoca era rivolta al DM di tipo 1: al controllo delle gravi iperglicemie da cui quei pazienti possono essere colpiti e alla prevenzione di quello che allora, prima dell’avvento della terapia insulinica, poteva essere un episodio mortale di chetoacidosi.  Le prescrizioni dietetiche a quel tempo enfatizzavano una rigida diminuzione dei carboidrati assunti e, in particolare, l’eliminazione degli zuccheri (9). La restrizione all’immissione di zuccheri era forse in quel periodo un concetto intuitivo poiché vi era poca sperimentazione clinica diretta, secondo modelli randomizzati; la documentazione di quel tempo manifesta l’opinione corrente che una malattia definita da un'elevata quantità di zuccheri nel sangue fosse quasi certamente legata all’ingestione di zuccheri. Paradossalmente, questo è un concetto che divenne profondamente radicato e che persiste spesso anche oggi fra la gente comune e perfino fra alcuni sanitari. Per limitare l’assunzione di carboidrati, i medici di quel periodo incoraggiavano una maggiore assunzione di lipidi. Più tardi, quando migliorò l’aspettativa di vita per i pazienti di DM di tipo 1 con l’introduzione della terapia insulinica, si identificarono meglio le gravi complicanze cardiovascolari del diabete. A metà del secolo e più tardi, le norme dietetiche per il diabete furono nettamente emendate per moderare il consumo dei grassi e liberalizzare, su basi isocaloriche, l’uso dei carboidrati.

    Circa vent’anni fa, ci si posero nuove domande su quali proporzioni relative di carboidrati e grassi fossero più sane per i pazienti diabetici di tipo 2. Dalla sperimentazione clinica è risultato che, se considerata su basi isocaloriche, un’alta proporzione di carboidrati (in relazione ai grassi monoinsaturi) causa un innalzamento dei triacilgliceroli nel plasma e potrebbe quindi provocare un peggioramento della dislipidemia caratteristica del DM di tipo 2 e insulinoresistenza. (10, 11). Il Seven Countries Study mise in rilievo i benefici per la salute delle diete arricchite con acidi grassi monoinsaturi (MUFA) (12). Test eseguiti contemporaneamente su soggetti non diabetici dimostrarono che una dieta con alte proporzioni di MUFA, a paragone con una dieta ricca di carboidrati, produceva minori concentrazioni di triacilglicerolo (13). A risultati simili si arrivò anche per i diabetici di tipo 2 (14), e si constatò che ne era migliorato pure il controllo glicemico. Altri sperimentatori riferirono che il sostituire i grassi saturi con carboidrati complessi portava effetti benefici sulla dislipidemia nel DM di tipo 2, abbassando il colesterolo LDL, indipendentemente dall’assunzione di colesterolo, senza produrre effetti negativi sul colesterolo HDL e sui triacilgliceroli (15).

    Relativamente poche persone furono studiate durante queste sperimentazioni, ma i risultati stimolarono un dibattito intenso riguardante le norme dietetiche per il DM di tipo 2; la maggior parte di tale dibattito si concentrò sul rischio dei problemi cardiovascolari. Tuttavia, in molti pazienti, nella generalità del pubblico e perfino nella comunità medica, perdurò l’opinione che le persone diabetiche dovrebbero particolarmente evitare l’assunzione di zuccheri. I dati disponibili non implicano in modo preciso un rischio di DM di tipo 2 correlato al consumo di carboidrati in generale o di zuccheri in particolare (16). Sono state trovate invece connessioni sicure fra il consumo di grassi e di carni e l’incidenza del DM di tipo 2 (17), come pure un collegamento fra una maggiore proporzione di acidi grassi trans nella dieta e il rischio di DM di tipo 2 (18).

    Le norme attuali per la MNT del diabete saranno qui esposte come base per considerazioni più specifiche sul ruolo degli zuccheri nella dieta dei diabetici. In relazione a questo, sarà discussa l’importanza dell’indice glicemico (IG) nella MNT del diabete e saranno esaminate le controversie correnti sulla terapia dell’iperglicemia postprandiale nella gestione del diabete.

     

    LE NORME DIETETICHE ATTUALI PER IL DIABETE MELLITO

    Le norme per la MNT per il diabete sono pubblicate annualmente dalla American Diabetes Association (ADA) nel contesto di una revisione complessiva annuale delle linee guida dell’assistenza clinica pubblicate in Diabetes Care (8). Durante lo scorso anno, tuttavia, oltre a questo aggiornamento annuale, sono stati ultimati e approvati dall’ADA i risultati di un’analisi tecnica più approfondita su questo argomento, condotta da un gruppo di esperti (19). Questa analisi tecnica ha rappresentato la più notevole revisione della MNT da parte dell’ADA dalla relazione del 1994 (20). Nell’analisi tecnica più recente, le norme per la MNT sono state basate sulla rassegna della documentazione attinente da parte di un gruppo di esperti in alimentazione ed è stata valutata la validità delle prove fornite (19). Le prove più convincenti sono state quelle risultate da sperimentazioni cliniche randomizzate di grandezza e durata sufficienti e che siano rimaste costanti per almeno un certo numero di sperimentazioni. Molto meno convincenti sono state giudicate le norme basate sull’opinione generale o su quella di esperti, ma non su analisi rigorose di una sperimentazione clinica. I risultati epidemiologici indicanti associazioni fra fattori dietetici e salute hanno una rilevanza molto minore delle sperimentazioni cliniche randomizzate. Sono state fissate norme diverse per il diabete di tipo 1 e quello di tipo 2 e norme per i macronutrienti e i micronutrienti.

    Uno dei cambiamenti fondamentali messo in rilievo dalle linee guida recenti riguarda la necessità di individualizzazione della prescrizione dietetica. Invece di prescrivere una stessa proporzione di grassi e di carboidrati per tutti i pazienti, come è stato fatto precedentemente ( e fino a pochi anni fa) le norme correnti danno importanza ad una maggiore flessibilità. Le regole precedenti erano che i carboidrati dovrebbero costituire ≈50% e i grassi ≈30% dell’assunzione calorica. Le norme attuali sono che carboidrati e MUFA insieme dovrebbero costituire il 60-70% dell’assunzione calorica giornaliera. La proporzione esatta di carboidrati e di MUFA non è specificata e si raccomanda l’individualizzazione.

    Una delle ragioni per tendere verso una maggiore flessibilità nelle proporzioni di carboidrati e di MUFA è la varietà etnica e culturale del gran numero di persone diabetiche; la MNT deve proporre delle regole realistiche, adattabili ai modi di alimentarsi di tale varietà e, naturalmente, riflettere le preferenze individuali. La maggiore flessibilità riguardante carboidrati e MUFA rispecchia anche le discussioni dei decenni precedenti sugli effetti potenziali dei carboidrati nell’aggravare la dislipidemia e sui benefici potenziali per la salute dei MUFA.

    Un progresso scientifico considerevole è stato compiuto delineando gli effetti salutari della composizione degli acidi grassi della dieta. Una recente presa di posizione dell’American Heart Association riconsidera i benefici e i rischi potenziali per la salute riguardo alla composizione degli acidi grassi della dieta (21). Gli acidi grassi infatti influiscono in modo diverso sulla sensibilità all’insulina (22).

    Tuttavia, il comitato incaricato del riesame della MNT per il diabete espresse la preoccupazione che un uso senza limitazioni dei MUFA per i diabetici di tipo 2 potesse portare ad un maggior aumento di peso di quanto accadrebbe con una dieta con una quantità più alta di amidi e fibre: l’obesità è il maggior fattore di rischio per lo sviluppo del diabete di tipo 2 (3). Non solo un’obesità grave ma anche un recente aumento di peso può aumentare il rischio di diabete di tipo 2 (23) e quindi il controllo del peso è di cruciale importanza nella MNT per il diabete di tipo 2. Nessuna sperimentazione clinica randomizzata ha affrontato direttamente la questione riguardante l’ assunzione di MUFA e il controllo del peso a lungo termine. Generalmente, una forte immissione di grassi predispone ad un aumento di peso. Alcuni studi indicano che una dieta con una proporzione relativamente alta di fibre e amidi porta alla stabilizzazione del peso o ad una leggera perdita di peso almeno a breve termine (24), un risultato che non è stato ripetuto in un altro studio più recente (25). Torneremo sull’argomento del contenuto di fibre nella dieta in seguito.

    Sebbene la recente MNT liberalizzi le linee guida riguardo ai MUFA, tali linee guida mettono in rilievo chiaramente le preoccupazioni per la salute riguardo all’assunzione di acidi saturi. Le norme espresse dall’ADA per la MNT sono che i grassi saturi non dovrebbero eccedere il 10% dell’assunzione energetica giornaliera. Esistono valide prove che, nei diabetici di tipo 2 come pure nella popolazione non diabetica, gli acidi grassi saturi peggiorano la dislipidemia e l’insulino resistenza, fanno aumentare il colesterolo LDL e conseguentemente aumentano il rischio di malattie cardiovascolari (15, 22). E’ stata consigliata cautela anche a riguardo degli acidi grassi trans.

    Studi diversi suggeriscono che gli acidi grassi trans possano avere effetti negativi sulla sensibilità all’insulina e sul diabete. Lo Nurses’ Health Study ha fatto pensare che un maggior consumo di acidi grassi trans sia un fattore di rischio per il diabete di tipo 2 (18). La sostituzione degli acidi grassi trans con acidi grassi polinsaturi (PUFA) può diminuire o invertire tale rischio.Uno studio

    recente rinforza il collegamento fra consumo di acidi grassi trans e induzione di insulinoresistenza (26).

    Si raccomanda anche che i grassi con alte quantità di PUFA compongano ≈10% dell’assunzione energetica giornaliera. Fra i tipi di PUFA, si è rivolta particolare attenzione ai PUFA n-3 ( che si trovano nell’olio di pesce). Una recente rassegna ha valutato molti dei problemi correnti e le ricerche relative all’ingestione di PUFA riguardo al diabete. I PUFA n-3 a catena lunga abbassano le concentrazioni di triacilglicerolo e possono avere effetti benefici sulla conduzione elettrica del cuore tali da diminuire il rischio di aritmie e di morte improvvisa. Tuttavia, nonostante questi importanti benefici potenziali, vi è stata qualche preoccupazione che un’assunzione relativamente alta di PUFA n-3 a catena lunga potesse peggiorare l’iperglicemia e aggravare l’insulinoresistenza. Questo problema è stato investigato con sperimentazioni cliniche e i risultati forniscono una base relativamente chiara per le norme correnti: gli effetti ampiamente favorevoli dei PUFA n-3 a catena lunga sulla diminuzione dell’ipertrigliceridemia possono essere raggiunti senza effetti negativi sull’iperglicemia se l’assunzione non supera 3 g/d (28-30).

     

    CONSUMO DI ZUCCHERI E DIABETE MELLITO

    La ADA raccomanda di usare le classificazioni zuccheri, amidi e fibre come definizioni funzionali dei carboidrati per la MNT (19). I termini usati precedentemente come zuccheri semplici, carboidrati complessi e carboidrati ad azione rapida si trovano frequentemente nella documentazione ma è preferibile non usarli ulteriormente e non sono più raccomandati per l’educazione del paziente. Riguardo ai carboidrati, l’enfasi della MNT per il diabete è posta sul totale complessivo di carboidrati in termini di assunzione energetica (31). Riguardo al tipo di carboidrati ingeriti, le linee guida per la MNT del diabete mettono in rilievo l’importanza di scegliere verdure, frutta e cereali in modo che gli amidi consumati includano quantità adeguate sia di fibre sia di micronutrienti (8).

    L’atteggiamento sugli zuccheri deriva direttamente dai principi presentati sopra. Il saccarosio e gli altri zuccheri possono essere consumati dai diabetici e devono essere considerati primariamente dal punto di vista dell’energia consumata: quindi come sostituzione di altre fonti di carboidrati (8). Un avvertimento in relazione al consumo di zuccheri è che nelle bevande zuccherate e in alcuni cibi pronti, il contenuto di micronutrienti può essere basso e che una dieta con un’elevata proporzione di zuccheri può essere manchevole di fibre e di micronutrienti (19). Tale percezione della sensibilità del controllo metabolico all’equilibrio energetico nel diabete è alla base delle norme che enfatizzano il contenuto di carboidrati come punto chiave per l’educazione del paziente. I tre punti messi in rilievo sono 1) il conoscere quali alimenti contengano carboidrati, 2) l’identificare la quantità di razioni di carboidrati in un pasto (calcolando circa 15 gr. come 1 porzione di carboidrati) e 3) il sapere quante porzioni di carboidrati siano appropriate per un pasto o uno spuntino.

    Questa priorità posta sul consumo energetico totale e sul conteggio dei carboidrati è fondamentale per sottolineare che il controllo metabolico, sia in termini di iperglicemia sia in relazione alle concentrazioni di triacilglicerolo nel plasma in persone sovrappeso o obese con diabete di tipo 2, è molto sensibile all’equilibrio energetico sia positivo che negativo. Un equilibrio energetico negativo può condurre rapidamente a riduzioni di iperglicemia e di ipertrigliceridemia, anche prima di ottenere una perdita di peso sostanziale, mentre un consumo energetico eccessivo ha l’effetto opposto (32, 33). Naturalmente anche una perdita di peso a lungo termine può migliorare il controllo metabolico(34), e una perdita di peso considerevole, come può avvenire con un intervento chirurgico bariatrico, può portare alla remissione del diabete di tipo 2 (35). Un aumentato consumo energetico senza badare da quali elementi provenga, ma includendo sicuramente dei carboidrati, porta direttamente all’insulinoresistenza (36).

    Sono stati effettuati studi metabolici per paragonare la risposta glicemica al consumo di zuccheri con quella al consumo isocalorico di carboidrati di altro tipo, in persone diabetiche. Bantle e altri (37) hanno studiato la risposta glicemica postprandiale a varie forme di carboidrati (42 gr. separatamente di glucosio, fruttosio, saccarosio, amido di patate e amido di grano) componenti il 25% dell’apporto energetico totale in un pasto che conteneva anche proteine e grassi. L’ingestione di fruttosio ha provocato nei diabetici una risposta glicemica più bassa, ma gli altri tipi di carboidrati hanno avuto risposte quasi identiche. In una sperimentazione a breve termine, l’aggiunta di saccarosio non ha inciso negativamente sul controllo glicemico se computato su base isocalorica (38). Un gruppo di esperti dell’ADA ha analizzato 22 studi che approfondivano questo problema, concludendo che il saccarosio, ingerito in quantità isocaloriche, non incide sul DM in modo significativamente diverso dagli altri carboidrati (19). Si raccomanda perciò che, quando si consumi saccarosio, esso dovrebbe essere usato in sostituzione di altri carboidrati.

    La ragione per cui il fruttosio, in sostituzione su base calorica di altri carboidrati, abbia una risposta glicemica più bassa è da attribuire ad una captazione prevalentemente epatica del fruttosio con rilascio molto limitato di produzione glicemica endogena. Un recente studio fisiologico su cani fa pensare che una piccola aggiunta di fruttosio faccia aumentare la captazione epatica del glucosio ingerito (39), una scoperta interessante ma che necessita di maggiori studi prima di poter divenire base per raccomandazioni cliniche. Sebbene vi sia potenzialmente un andamento metabolico postprandiale favorevole in relazione all’assorbimento del fruttosio per quanto riguarda l’iperglicemia, il fruttosio può innalzare i lipidi nel plasma (40). Per esempio, il consumo di grandi quantità di fruttosio (15-20% dell’assunzione energetica giornaliera) fa aumentare il colesterolo LDL e i triacilgliceroli in soggetti non diabetici.

    Un’ulteriore questione è quella riguardante l’assunzione di fibre. Le norme correnti per la popolazione in generale sono che gli uomini dovrebbero assumere una quantità di fibre di ≈38 gr/d e le donne una di ≥25 gr./d. C’è stato un particolare interesse per il ruolo delle fibre nella gestione nutrizionale del diabete. Sono stati riscontrati effetti positivi delle fibre sul controllo glicemico, sul colesterolo HDL e LDL e sui triacilgliceroli (25). Tuttavia uno studio recente di Jenkins e altri (41) non ha riscontrato vantaggi metabolici nei cereali ricchi di fibre rispetto a quelli con meno fibre. Considerando il complesso dei dati disponibili, il comitato di esperti dell’ADA non ha riscontrato l’utilità di raccomandare per i diabetici un aumento dell’assunzione di fibre al di sopra dei livelli generalmente raccomandati (19).

     

    L’INDICE GLICEMICO

    Una parte delle continue controversie e dei motivi di interesse sul contenuto di carboidrati nella MNT per il diabete riguarda l’indice glicemico degli alimenti. L’indice glicemico (IG) di un carboidrato è definito come l’aumento di glucosio nel plasma (al di sopra di una linea di base) rispettivamente a quello provocato da un alimento standard, di solito 50 gr. di glucosio o una misura di pane bianco (42). Valori più bassi di IG indicano un minor aumento glicemico. Un altro valore discusso a questo proposito è il carico glicemico (43), che è la quantità di carboidrato moltiplicata per il suo IG. Il carico glicemico può essere regolato dalla quantità di carboidrati assunti, mentre l’indice glicemico dipende da diverse risposte glicemiche nel plasma su un backgound di un apporto equivalente di carboidrati.

    L’indice glicemico di vari carboidrati sembra essere determinato sostanzialmente dagli indici di idrolisi intestinale (31, 32). La cottura dà agli amidi una consistenza gelatinosa, rendendoli maggiormente disponibili all’amilasi pancreatica, che aumenta gli indici di idrolisi e di conseguenza alza l’IG, a paragone con quello dello stesso alimento a crudo. Similmente, un carboidrato a matrice alimentare densa, come gli spaghetti, ostacola l’azione dell’amilasi. Alimenti come i legumi contengono un amido resistente, sono digeriti più lentamente e hanno in misura corrispondente un IG più basso. Amidi con strutture amilosiche (es. una molecola di amido a catena lunga), come il riso a chicco lungo, sono idrolizzati più lentamente di quanto non siano gli alimenti con amilopectina (es. un amido strutturato a catena ramificata). Potrebbe sembrare, seguendo questi principi sulla digeribilità, che zuccheri come il fruttosio o il saccarosio debbano avere un IG alto, ma non è così. Il fruttosio è sostanzialmente assorbito dal fegato dopo l’ingestione e quindi solo una piccola parte di esso entra direttamente nella circolazione periferica. Il fruttosio, perciò, ha un IG basso; gli alimenti ricchi in galattosio e fruttosio, come molti cibi ricchi di zuccheri, hanno un IG più basso degli amidi, che sono composti da un polimero del glucosio.

    Nonostante l’esattezza e la validità dei risultati empirici in condizioni controllate, l’utilità di applicazione dell’ IG all’assistenza clinica e alla terapia nutrizionale del diabete ha incontrato sia un certo scetticismo, sia un forte entusiasmo. Riflette probabilmente questi atteggiamenti e opinioni un articolo intitolato “E’ la dieta la pietra angolare nella gestione del diabete?” di Wood e Bierman (44), pubblicato circa due decenni fa, poco dopo che il concetto di IG era stato sviluppato per la prima volta. Wood e Bierman trovarono interessante questo concetto, ma si domandarono se tali principi potessero essere insegnati efficacemente ai pazienti, data la molteplicità dei fattori che determinano l’indice glicemico.

    Il dibattito riguardo all’IG rimane altrettanto intenso oggi come due decenni fa (42, 43, 45-47).  Facendo obiezione ad una piena annessione dell’IG nelle norme nutrizionali per la terapia del diabete, Pi-Sunyer (47) ha messo in rilievo vari argomenti simili a quelli sollevati da Wood e Bierman (44). Pi-Sunyer ha notato che l’IG degli alimenti è influenzato dalla presenza di altri macronutrienti nel pasto. Per esempio, la presenza di grassi nello stesso pasto altera sostanzialmente (riducendole) le risposte glicemiche di alimenti come le patate e quindi il dare consigli sugli alimenti considerati isolatamente non ha una verosimile utilità informativa. Un altro esempio è che la cottura in generale, e certi tipi di cottura in particolare, possono alterare notevolmente l’IG. Quindi, come sostenuto da Pi-Sunyer, anche i pazienti più motivati dovrebbero prendere in considerazione una serie complessa di informazioni, che potrebbero sembrare almeno superficialmente incompatibili, e ciò renderebbe difficile utilizzare l’IG, limitando perciò la validità di questa nozione.

    Le argomentazioni per sostenere l’utilità dell’IG e per incorporarlo nella MNT del diabete includono invece il postulato patofisiologico che una maggiore risposta glicemica prandiale susciterà una maggiore secrezione insulinica e iperinsulinemia (48). Ciò può provocare due effetti deleteri: una forte e ripetuta stimolazione del pancreas potrebbe accelerare la perdita o l’esaurimento della funzione pancreatica e l’iperinsulinemia potrebbe aggravare ulteriormente l’insulinoresistenza. Si è sostenuto inoltre che un IG alto e un alto carico glicemico avrebbero effetti negativi più gravi, cioè intolleranza al glucosio e insulinoresistenza, nelle persone obese, proprio quelle considerate a più alto rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 (43). Luscombe e altri (49) hanno provato a manipolare sperimentalmente l’IG nella dieta di soggetti diabetici di tipo 2 e non hanno constatato un effetto chiaro sul controllo glicemico, benché siano stati notati alcuni effetti sul metabolismo dell’HDL. Nel prendere in esame nove sperimentazioni cliniche randomizzate riguardanti la realizzazione di un cambiamento nell’IG, il gruppo di esperti dell’ADA non ha riscontrato chiare prove a supporto di un effetto benefico di una dieta a basso IG sul controllo glicemico nel diabete di tipo 2 (19).

    La ragione fisiologica fondamentale addotta a favore della presa in considerazione dell’IG (43, 48) può perdere di significato relativamente alle persone con diabete di tipo 2 conclamato, al contrario che per coloro con insulinoresistenza e normale tolleranza al glucosio, perché i molteplici squilibri del metabolismo prandiale presenti nel diabete di tipo 2 conclamato possono mettere in ombra la rilevanza dell’IG. Vari fattori metabolici contribuiscono all’iperglicemia postprandiale nel diabete di tipo 2 (50-52), compresi una secrezione insulinica deteriorata, un’indebolita soppressione del glucagone, un ridotto stimolo della captazione del glucosio da parte dei tessuti periferici e una più debole soppressione della lipolisi e della produzione di glucosio endogeno. Fra questi fattori, il processo fisiologico con il maggior effetto immediato sulla gravità dell’iperglicemia postprandiale è l’indebolimento della soppressione della produzione di glucosio endogeno (50, 51).

    Normalmente, nelle persone che non hanno il diabete di tipo 2 (e perfino in coloro con insulinoresistenza ma normale tolleranza al glucosio), vi è una soppressione pronta e sostanziale della produzione di glucosio endogeno in risposta alla secrezione di insulina e alla soppressione del glucagone. L’eliminazione della produzione di glucosio endogeno serve a supplire al glucosio ingerito, limitando così l’ipoglicemia postprandiale e favorendo l’utilizzazione del glucosio ingerito da parte sia dei tessuti stimolati dall’insulina (per es. i muscoli) sia di quelli insulinoindipendenti (per es. il cervello) (50). Nei diabetici di tipo 2 e nelle persone con diminuita tolleranza al glucosio, gli isotopi tracciatori usati per misurare la penetrazione nel sistema del glucosio ingerito e di quello  endogeno hanno mostrato che, sebbene le caratteristiche dell’assorbimento  del glucosio ingerito siano simili a quelle delle persone con normale tolleranza al glucosio, la gravità dell’iperglicemia postprandiale è dovuta ad un forte indebolimento del processo di soppressione della produzione di glucosio endogeno (50-52). Inoltre, risulta ridotta l’efficienza della rimozione del glucosio dai tessuti periferici. Su questo sfondo di relativamente gravi squilibri metabolici, l’effetto isolato dell’IG può essere difficile da percepire con qualche chiarezza, il che potrebbe costituire il problema alla base dell’andamento piuttosto negativo dei dati delle sperimentazioni cliniche citate sopra. Forse, se la cinetica postprandiale della secrezione insulinica e l’indebolimento della soppressione della produzione di glucosio endogeno del diabete di tipo 2 fossero rettificati, farmacologicamente o in altro modo, potrebbe allora apparire più distinguibile l’effetto dell’IG.

    Nel diabete di tipo 1, un affermato orientamento clinico relativo al controllo dell’iperglicemia postprandiale è che la dose di insulina prepasto ed anche l’adattamento di tale dose al contenuto di carboidrati del pasto siano gli elementi determinanti della risposta glicemica (53). Le variazioni giornaliere nella quantità di grassi e di proteine hanno un effetto minore sul controllo glicemico. A causa di questo rapporto predominante fra glicemia postprandiale e dose di insulina, il gruppo di esperti che ha riesaminato la MNT ha concluso che per quanto riguarda il diabete di tipo 1 non vi sono chiare prove che si ottengano benefici dall’uso dell’IG (9).

     

    IL RUOLO DELL’IPERGLICEMIA POSTPRANDIALE QUALE OBIETTIVO GESTIONALE NEL DIABETE MELLITO

    Con il completamento dell’United Kingdom Progressive Diabetes Study, del Diabetes Control and Complications Trial e di altre sperimentazioni minori, è ormai universalmente riconosciuta l’importanza di raggiungere un controllo glicemico normale o quasi normale per diminuire l’incidenza e la gravità delle complicanze microvascolari (54, 55). Rimangono tuttavia due importanti questioni. La prima è se il controllo glicemico sia ugualmente importante per la prevenzione delle complicanze macrovascolari del diabete. Sebbene nessuno degli studi già citati fosse diretto specificamente ad approfondire se lo stretto controllo glicemico diminuisca il rischio di complicanze macrovascolari, i risultati fanno pensare che l’effetto sia positivo (anche su queste) ma non così determinante come sulle complicanze microvascolari. L’importanza di correggere la dislipidemia e l’ipertensione è vigorosamente sostenuta dai dati della sperimentazione clinica e, in tale contesto, un controllo rigoroso dell’iperglicemia può dare benefici aggiuntivi.

    La seconda questione, riemersa negli ultimi anni, è se il controllo postprandiale dell’iperglicemia di per sé, senza tener conto del controllo dell’iperglicemia a digiuno e degli indici complessivi di controllo glicemico ( riflessi nell’emoglobina A1c), sia importante riguardo ai fattori di rischio metabolico per le malattie cardiovascolari. I dati dello studio DECODE fanno pensare che la glicemia postprandiale possa essere un fattore determinante di rischio di malattie cardiovascolari indipendentemente dalle glicemie nel plasma a digiuno (56). Una recente rassegna tecnica sull’argomento da parte dell’ADA è arrivata ad una conclusione più problematica e non raccomanda il monitoraggio specifico delle glicemie dopo il pasto, né stabilisce obiettivi precisi ma sollecita maggiori informazioni su questo tema.

    Varie alternative di terapia, sia già disponibili sia in evoluzione, hanno come obiettivo primario l’iperglicemia postprandiale: fra queste vi sono alcuni farmaci che fanno parte degli inibitori della alfaglucosidasi; due sostanze facenti parte dei meglitinidi che provocano una risposta secretoria dell’insulina più rapida di quanto non facciano le sulfoniluree; l’amilina, che rallenta lo svuotamento gastrico; e varie sostanze formulate per aumentare il peptide 1 (simile al glucagone), un’incretina gastrointestinale che ugualmente rallenta lo svuotamento gastrico. Possiamo, quindi, attenderci che le conseguenze della dieta sulla risposta glicemica rimarranno un argomento importante su cui continuare le ricerche e che i fattori nutrizionali che determinano tale risposta continueranno a giustificare un attento esame, via via che si sviluppano ed evolvono le altre componenti della terapia per il diabete.

     

    ESIGENZE DI RICERCA

    Molte aree potenziali di ricerca riguardano il ruolo di zuccheri e carboidrati nella patogenesi e nella terapia del diabete. I dati riguardanti il ruolo di un forte carico glicemico come fattore di rischio per il diabete di tipo 2 hanno prodotto considerevole interesse ed anche un ampio dibattito sulla validità di questa conclusione; tale argomento necessita di approfondimenti supplementari, compresi studi su popolazioni diverse. Da quando fu sviluppato questo concetto nel decennio 1980-90, sono state fatte notevoli ricerche sull’IG come influenza dietetica sul controllo metabolico nel diabete. Forse un motivo per esaminare più a fondo questo problema è che, con l’introduzione di terapie farmacologiche più specifiche dirette all’iperglicemia postprandiale, ci può essere un rinnovato interesse a riesaminare se la combinazione di tali terapie con i principi nutrizionali dell’IG potrebbe portare a un ulteriore miglioramento nel controllo dell’iperglicemia postprandiale.

    Ricerche più approfondite sul ruolo degli alimenti con carboidrati in generale e più precisamente degli zuccheri  nella patogenesi dell’ipertrigliceridemia sarebbero utili per tutta la popolazione, ma vi sarebbe particolarmente bisogno di questo tipo di studi per il diabete di tipo 1 e di tipo 2. In relazione a questo, sarebbe specialmente interessante riuscire a comprendere meglio quale ruolo abbia l’accumulo di triacilglicerolo nella muscolatura scheletrica e nel fegato riguardo alla patogenesi dell’insulinoresistenza e del diabete(58, 59). Sebbene l’obesità sia un forte fattore di rischio per l’accumulo di triacilglicerolo nella muscolatura e nel fegato, si sa poco dell’effetto delle abitudini nutrizionali su tali depositi dovuti all’accumulazione di lipidi. Dato che i carboidrati producono maggiori concentrazioni di triacilgliceroli nel plasma, sarebbe bene approfondire il problema se i carboidrati in generale e gli amidi e gli zuccheri, paragonati in modo isocalorico, regolino direttamente i lipidi tissutali non giustificati dall’assunzione energetica.

     

    CONCLUSIONI

    Nell’ultimo decennio, ci sono state varie revisioni delle norme nutrizionali per i diabetici di tipo 1 e di tipo 2. Alcune parti di tali revisioni riguardano direttamente il ruolo degli zuccheri  nella gestione nutrizionale del diabete. Le norme più recenti per la MNT del diabete sono favorevoli ad una flessibilità nella distribuzione dell’assunzione calorica fra MUFA e carboidrati. Queste due fonti, insieme, dovrebbero comporre il 60-70% dell’assunzione calorica. La ripartizione relativa fra carboidrati e MUFA assunti non è stabilita, ma si raccomanda invece che ciò sia personalizzato in base alle preferenze alimentari e ad altre considerazioni. Fra queste vi è la considerazione che i MUFA, a paragone con un consumo isocalorico di carboidrati, possono far diminuire la quantità di triacilglicerolo nel plasma.

    Le norme ora in vigore sono che l’assunzione di zuccheri può essere accettabile per i diabetici, purché il consumo di zuccheri sia valutato sulla base del consumo di calorie. Un monito a tale riguardo è la raccomandazione di assumere adeguate quantità di fibre e micronutrienti nella dieta.

    Questa stessa enfasi sulla preminenza dell’assunzione calorica come fattore determinante del controllo metabolico piuttosto che la distinzione fra tipi di carboidrati (o, più in generale, fra MUFA e carboidrati) ha portato alle più recenti norme, che raccolgono la maggioranza dei consensi, sull’utilità clinica dell’IG. Sebbene si continui a fare ricerche e a discutere sui valori nutrizionali dei carboidrati con basso IG a paragone con quelli a più alto IG, numerose variabili possono alterare l’IG, anche per un determinato tipo di carboidrati e tale considerazione limita la praticità di effettuare l’educazione dei pazienti su questo argomento. Inoltre, la validità del fatto che l’IG sia un fattore determinante significativo del controllo metabolico nel diabete continua ad essere messa in discussione sulla base dei dati raccolti in esperimenti clinici precedenti. Raggiungere un buon controllo metabolico dell’iperglicemia postprandiale rimane uno degli aspetti più impegnativi del conseguimento di un buon controllo glicemico complessivo. Forse, solamente quando alcuni degli approcci farmacologici più specialistici ora in corso di studio daranno prova di essere efficaci, si presenteranno le circostanze adatte per riprendere in considerazione il ruolo dell’IG nell’ottimizzare l’uso della dieta per il controllo metabolico nel diabete.

     

    Questo manoscritto è stato preparato con l’apporto dell’International Life Sciences Institute e l’autore è stato consigliere scientifico di questa organizzazione.

     

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    SintesiTesto integraleArticolo originale


    Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 19 Novembre 2003 6:00:00
    Traduzione a cura di Anna Manetti

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