Il micro delle meraviglie

Riflessioni sulle nuove terapie insuliniche di oggi..e anche di domani?

Dr.ssa Paola Marchionne Toscanelli (Psicopedagogista, Trento)

Da tempo è ormai possibile, praticamente ovunque, poter optare in favore della terapia insulinica attraverso un microinfusore, in vece dell’ormai classica ed ortodossa terapia multiniettiva, tramite siringhe o “penne”.
In pratica, il microinfusore è un computer, di dimensioni variabili, pressappoco corrispondenti a quelle di un cellulare o di un pacchetto di sigarette, in grado di erogare insulina, tramite un piccolo catetere inserito principalmente nella zona dell’addome, secondo due modalità che si sovrappongono : continua, quindi basale, e secondo “boli”, che vanno a coprire insulinicamente la fascia notturna e a sostituirsi alle iniezioni fatte per i pasti.
Si potrebbe allora dire, anche se con un tono un po’ maccheronico e casareccio, che un micro è, in sostanza, un piccolo pancreas, non perfetto e adeguato come quello individualmente funzionante di cui madre natura ci dota, ma leggermente, unilaterale, sostitutivo non troppo, in quanto l'impossibilità di controllare in modo continuo la glicemia non gli permette di prendere decisioni automatiche sulla dose di insulina da iniettare. Meglio di niente? Ebbene, in un certo senso, sì.
Molto resta ancora all’iniziativa del diabetico che deve imparare ad usarlo, gestirlo, permettendogli personalmente e direttamente di eseguire degli ordini adeguati al proprio fabbisogno.

La possibilità di curarsi con un microinfusore offre sicuramente dei vantaggi non riducibili al semplice cambiamento, perché, oltre a questo, comporta una consistente variazione : la sua posizione intermedia, infatti, rispetto ad un pancreas sano che espleta normalmente le sue funzioni, consente al diabetico di liberarsi da alcuni ben noti, e spesso pesanti (perché compromettono l’assolvimento delle normali funzioni ed abitudini vitali) vincoli, come Il continuo “denudarsi” e appartarsi per poter praticare le punture, la necessità di portare con se’ tutta una serie di “ammennicoli” necessari alla somministrazione di insulina, l’orario dei pasti, compresa l’inderogabile necessità di nutrirsi per consentire all’insulina (ricordiamolo: un farmaco salvavita) di fare il suo corso. Volendo, infatti, si potrebbe saltare un pasto, o spostarlo, cibarsi di una semplice insalata (come al contrario, di un pasto luculliano) confidando sul fatto che la microinfusione basale garantisce una insulinizzazione minima e continua e che l’erogazione del farmaco è immediata e semplicemente legata ad un “clic”.
E in un’epoca di meccanizzazione, tecnologia e telecomandi, vogliamo farcene spaventare?

Io, tu e il micro

…Qui casca l’asino : lavorando sia su se stessi che sugli altri, ci si rende conto ben presto che il “nodo” è proprio questo.
Il micro…sì è bello : migliori glicemie, migliori glicosilate, complicanze scongiurate, insomma un paradiso!… Sì, però… DOVE LO METTO?
Per stare meglio, insomma, bisogna sacrificare il proprio corpo, la propria intimità, le proprie relazioni, la propria identità: i microinfusori sono piccoli, perfetti, colorati, anche carini, però stanno sempre in mezzo, addosso e fra noi e gli altri. E se si vede? E se si sente? Gli altri cosa mai potrebbero pensare? E se sembrassi un alieno, un cyborg, una creatura bionica? E se si venisse a vedere (peggio ancora!) che ho il diabete?<

Soprattutto i giovani lamentano questo,forse unico, ma grande inconveniente, denunciando la grande importanza, l’enorme significato del proprio corpo, dell’immagine interiore ed esteriore, del proprio senso di benessere, già perso una volta e recuperato, non infrequentemente a fatica, grazie ad una terapia ripetitiva ma rassicurante.
Cambiare in favore di un micro significa abdicare alla propria integrità, accettare di aggiungersi un qualcosa di visibile invece di un organo invisibile ma che abbiamo perso, almeno nelle sue abituali funzioni; significa trovare delle nuove modalità di porsi, nonchè di accettarsi, di vivere la propria condizione, di superare personali ostacoli, insomma di ricercarsi, ritrovarsi e riproporsi.

Mia libertà…

Perché, allora, dovrebbe valerne la pena?
Se nella vita di ogni persona, attraverso strade diverse e motivazioni, si “scivola” gradualmente in uno stato di esperienza e maturità, quella che ci dovrebbe sovvenire è la consapevolezza e la spinta serena a curarci sempre meglio, anche rimettendoci in gioco in un cambiamento che ci porta ad accettarci ancora una volta e a farci nuovamente accettare.
Si tratta di un cambiamento e di una novità che i diabetici meritano, anche nell’ottica dei tempi odierni, sicuramente più moderni di quelli in cui c’erano soltanto noiose e fragili siringhe di vetro a cui, comunque, dobbiamo molto; da considerare anche in vista di quelli futuri che ci parlano di trapianti sempre più infinitesimali e raffinati. Un’altra “meraviglia”, oltre alla comodità e all’accessibilità d’uso, è un nuovo modo “ragionandi” che porta a pensare non più in termini di “abbattimento” delle glicemie (nel senso, soprattutto di Iper) nella relazione fra dosi e valori, ma in termini di “obiettivi glicemici”. Supponiamo, infatti, che la glicemia, ad esempio, dopo la colazione e prima del pranzo debba stabilizzarsi tra gli 80 e i 110 : il micro PUÒ mantenerla per 2/3 ore (a scanso di interventi del diabetico, tipo alimentazione extra o non preventivati consumi energetici) immancabilmente intorno ai 100 o anche meno!!

Il micro è qui, relativamente accessibile, come relativamente accettabile : stimola ad un cambiamento, ad un adattamento ed in più è un progresso; rende indietro un margine più ampio di libertà, di elasticità e possibile delega, perché, mentre noi svolgiamo tutte le nostre abituali attività, lui svolge quei compiti che, per svariate proporzioni di tempo, abbiamo dovuto continuamente ricordare e praticare.
Dopo un attento, sentito e ragionato lavoro di collocamento..dentro e fuori!


Data ultimo aggiornamento: Martedì, 14 Gennaio 2003 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_190.html


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