Psicopedagogia
Il diabete, noi e gli altri
Recentemente, partecipando ad una trasmissione radiofonica sul diabete mandata in onda da una emittente della città in cui vivo, una simpatica e spigliata speaker mi ha chiesto, praticamente a bruciapelo : - Ma i diabetici possono, ad esempio, andare in discoteca ??- .
Ho avuto come un tonfo al cuore e, cercando di riprendermi, pensando che avevo pochissimo tempo per rispondere, mi è sfuggita l’esclamazione : - Oh, mamma mia ! - e, prontamente ho aggiunto con veemenza : - Certo, DEVONO ! - .
Ancora non ho smesso di pensarci, scindendo, nel mio ragionamento, due fattori : quello di cui hanno bisogno i diabetici e quello di cui hanno bisogno gli altri che vivono a loro intorno.
Per deformazione professionale, ho riportato alla mente il significato di un processo importantissimo, nella vita dell’uomo : la Socializzazione. Essa, secondo fonti autorevoli (A. Oliverio Ferraris et. al.), consiste in un percorso che porta l’individuo a comportarsi in modo “adeguato” nel suo rapporto con il mondo esterno; più esattamente, per Socializzazione si intende l’acquisizione, da parte del soggetto, dei comportamenti, dei modelli, delle convinzioni e motivazioni accettati generalmente dalla famiglia, dalla società e dalla cultura cui appartiene.
In altre parole, socializzare significa, in un altalena di dare ed avere, manifestare reazioni e comportamenti che gli altri ci rimandano come positivi o, quantomeno accettabili, permettendoci di sviluppare e potenziare il nostro essere sociale e fornendoci nello stesso momento una base e un gruppo cui poter appartenere. Le conseguenze peggiori di una socializzazione non riuscita, sono il pregiudizio, l’emarginazione, l’incomprensione, l’isolamento.
Si capisce comunque, che tutti gli esseri umani socializzano in base ad un bisogno fondamentale, quello di confronto e accettazione di sé.Pensiamo per un attimo a tutte le situazioni di malattia: ogni forma, più o meno transitoria, di mancanza di salute stimola in noi una rimessa in discussione di tutto, equilibri, immagine, organizzazione, abitudini. Si tratta di un lavoro su se stessi svolto e in solitudine, e in integrazione con gli altri: sono proprio gli altri, poi, a rimandarci un’immagine adeguata o meno di noi, in relazione a quella malattia, a quel problema, che pensiamo o sentiamo (o temiamo) abbia infranto, intaccato, cambiato qualcosa nella nostra persona.
È vero che ci sono relazioni diverse, ma tutte possono assumere una chiave di attaccamento ulteriore come di abbandono o rifiuto e sono allora proprio esse ad intaccare qualcosa nella nostra immagine globale, compromettendo il nostro cammino.Prima di tutto c’è la famiglia, la famiglia che si preoccupa, entra in ansia, opprime, soffre; ci sono anche famiglie che vivono molto male la presenza del loro nuovo membro malato, che quasi non lo riconoscono, e hanno serie difficoltà a seguirlo e rimandargli un immagine accettabile nella convivenza sia all’interno della famiglia stessa, che con la malattia; ci sono ancora nuclei, che convinti di dover vivere nel rispetto della vita altrui, camuffano l’interessamento con una malcelata indifferenza.
D’altra parte, l’altra faccia della malattia è anche la cura, e sono proprio le mansioni di cura ad appartenere come ruolo alla famiglia, legate al benessere di tutti i suoi appartenenti.
La dimensione della cura coinvolge anche un nuovo rapporto sociale che il malato viene ad instaurare: quello col medico (ma anche con le Strutture). Fiducia, affidamento, conoscenza, consolazione, esplicazione, informazione ne sono i componenti principali: anche la possibilità di rapporto, di investimento reciproco e collaborazione, sono fondamentali per l’accettazione del malato, in special modo per quello cronico.E poi ci sono gli altri: gli amici, più o meno stretti, la scuola, il gruppo, il posto di lavoro, ma anche, e non ultima, l’opinione pubblica, cioè quello che comunemente si sa sulla condizione specifica di un tale individuo. Questo è esattamente il filtro, talvolta, purtroppo, il blocco, insieme alla paura di chi vive la condizione in prima persona. Questo è quello che coinvolge ed impegna il soggetto in un grosso lavoro su se stesso, ma anche con gli altri.
Il diabete è una condizione non grave, ma seria, ricca di implicazioni, richiedente informazione e spirito di iniziativa, di autogestionalità e soprattutto, una bella quantità di amor proprio e spinta, motivazione, ad avere cura di se stessi.
Dovremmo essere tutti predisposti e pronti a farlo, nella giusta condizione per stimarci e volerci bene... ma talvolta c’è un’età ancora immatura, delle difficoltà oggettive, culturali o personali, di relazione, e si è indifesi, impreparati, qualche volta, purtroppo, effettivamente soli.
E il mondo là fuori è lo stesso per tutti, talvolta giudica, ha paura, molto, molto spesso, IGNORA.
Molti diabetici arrivano ad aver paura che il diabete “si veda”, che li cambi irreparabilmente, e si nascondono, nella pur remota possibilità di essere allontanati, mettendo a rischio anche la loro sicurezza; altri non si curano correttamente, come in una costante operazione di autosvalutazione.Soprattutto perdono di vista il fatto che una nuova condizione non cambia sostanzialmente nulla, che la chiave di accettazione è sempre legata primariamente a noi stessi, al nostro nome, alla nostra faccia, al nostro modo di essere perché siamo noi ad interpretare e a dominare (si spera) la nostra malattia.
In realtà, GLI ALTRI VANNO AIUTATI AD AIUTARCI, messi in condizione di sapere, conoscere e, se occorre, anche di intervenire, di vivere insieme a noi la nostra esperienza.
Chi ha il diabete ha bisogno di tempo per crescere e rispetto, di comprensione; gli altri…anche !
Il “guaio” è che questo grande lavoro sta spesso al diabetico stesso, che informa , di sovente tranquillizza gli altri, aiutandoli a raggiungere una visione realistica della cosa.
E a tutti serve una vastissima APERTURA MENTALE.
Altrimenti il rischio è quello non di incorrere in malattie più o meno incurabili, ma in persone incurabili, in mentalità malate o parziali.
Che purtroppo non sanno che ci si cura ovunque, anche in discoteca!Dott.ssa Paola Marchionne Toscanelli
Psicopedagogista
Esperta Diabetes Team del sito Internet Progetto Diabete
Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 25 Gennaio 2002 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_170.html
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