Le lesioni sono curabili se si lavora in team
Le nuove terapie sono molto efficaci ma richiedono un approccio multi-professionale I nuovi sviluppi della ricerca scientifica e tecnologica hanno aperto importanti prospettive in termini di efficacia e sicurezza terapeutica, soprattutto nell'ambito dell'ingegneria genetica, anche in tema di medicazione delle lesioni.
È quanto è emerso dal simposio organizzato in settembre a tirrenia dal dipartimento di oncologia dei trapianti e delle nuove tecnologie dell'Università di Pisa - in collaborazione con l'industria farmaceutica Smith & Nepbew - che ha affrontato il tema delle medicazioni avanzate nel trattamento delle ferite. A dibatterlo, un gruppo multidisciplinare di medici, provenienti da tutta Europa.
Le nuove terapie sono più costose di quelle tradizionali, ma riescono a ridurre notevolmente i tempi di guarigione delle lesioni, la frequenza delle medicazioni, nonché il rischio di recidiva. Cosicché, alla fine del ciclo di cura, il rapporto costi-benefici è decisamente positivo. L'utilizzo di nuovi materiali e prodotti tecnologici deve però andare di pari passo con la creazione di team multi-professionali che, superando le barriere esistenti tra i vari reparti ospedalieri, siano in grado di affrontare in modo unitario il problema della riparazione tessutale. Infatti, il trattamento delle ferite è una delle poche specialità mediche prive di una figura professionale ben definita, che richiede l'intervento congiunto di diversi specialisti (chirurgo, dermatologo, cardiologo, podologo, ecc.).
Aspetto, questo, che pone problemi di coordinamento professionale e che rende il trattamento delle ferite una terapia tra le più costose.
I lavori del simposio hanno preso in considerazione diverse patologie, fra cui ulcere e pede diabetico. In particolare, quest'ultima rappresenta una delle principali complicanze croniche legate al diabete, e che interessa appunto, almeno una volta nella vita, il 15% dei diabetici: questo significa che ogni anno in Italia si manifestano circa 30mila casi.
Il piede diabetico rappresenta la causa più frequente di amputazione degli arti inferiori nei Paesi industrializzati ed è la principale causa di ospedalizzazione tra i diabetici, costituendo così la patologia in assoluto più costosa tra quelle legate alla malattia.
Sviluppando un modello organizzativo ispirato alla collaborazione interdisciplinare fra i vari specialisti, sotto il coordinamento del diabetologo, l'Azienda ospedaliera di Pisa ha istituito nel 1992 un'unità specialistica di prevenzione, diagnosi e cura delle complicanze degli arti inferiori. All'interno dell'Unità operativa di malattie del metabolismo e diabetologia è stata così creata un'attività ambulatoriale ad hoc, che nell'arco di otto anni si è occupata di ben 3mila casi. Il centro di Pisa è uno dei pochi esistenti in Italia (due a Roma, due a Milano, uno a Vicenza, uno a Bologna e uno a Pavia) e rappresenta un modello da imitare per la sua funzionalità organizzativa, importata direttamente dagli Usa.
Ad Alberto Piaggesi, della Uo di Pisa, il compito di sottolineare come sia delicata e complessa la gestione terapeutica del piede diabetico, soprattutto nell'ultima fase, quando si tratta di garantire il ripristino dell'integrità epidermica delle lesioni.
Il ruolo della medicazione è quello di assicurare le migliori condizioni affinché il processo di riparazione segua il suo normale svolgimento fisiologico, fino alla completa guarigione della ferita. Questo aspetto è molto importante, se si considera che nei diabetici i fattori ostacolanti sono numerosi, tanto che a parità di lesioni la guarigione in un soggetto diabetico è più lenta. Lo stesso Piaggesi sostiene la necessità di sviluppare le nuove tecnologie di medicazione, che riducono notevolmente i rischi di recidiva e infezioni e di conseguenza favoriscono la completa rigenerazione dei tessuti lesionati.
«Ma il principale obiettivo dei diabetologi italiani - ricorda - è quello di sensibilizzare e informare il settore medico, che spesso è impreparato ad affrontare questo tipo di patologia, per garantire maggiore prevenzione e migliore capacità diagnostica anche a livello degli interventi di base. Altro presupposto irrinunciabile per utilizzare al meglio queste tecnologie è la definizione di chiare e precise linee terapeutiche, in base a cui individuare e selezionare le diverse lesioni. Solo così è possibile stabilire la gerarchia dei trattamenti curativi necessari.»
L'esperienza di Pisa dimostra l'importanza di differenziare gli interventi terapeutici, privilegiando l'attività ambulatoriale e il day-hospital e ricorrendo al ricovero solo nei casi più gravi. Un'attenzione particolare deve essere rivolta all'educazione dei pazienti e dei familiari, per vigilare in modo attivo sulle condizioni di rischio e prevenire così l'insorgere di eventuali recidive.
Per concludere, le nuove tecniche di medicazione e la biotecnologia rappresentano i cardini del trattamento delle ferite, ma è altrettanto importante assicurare una gestione terapeutica qualificata e interdisciplinare.
Sara Fattorini
Tratto da: Il Sole 24 Ore Sanità, 24-30 Ottobre 2000, Url: www.ilsole24ore.com
Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 30 Novembre 2000 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_128.html
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