Un male in crescita: gli usa lanciano l’allarme e una grande campagna di sensibilizzazione. Da noi qual è lo stato delle cose?

Diabete: anche l’Italia è a rischio?

Di Francesco Sartirana

Allarme diabete. Negli Stati Uniti si assiste a una espansione che, sostengono gli esperti, potrebbe ripetersi anche nel nostro Paese. Causa scatenante è la cattiva alimentazione, o meglio la sovralimentazione, associata alla mancanza di esercizio fisico (n.d.r.: si sta naturalmente parlando di una delle concause più importanti, come vedremo in seguito, del diabete Tipo 2, o dell'adulto). E quella che era una malattia tipica della terza età sta lentamente abbattendo le frontiere delle diverse generazioni e oggi colpisce persone sempre più giovani. “Sì, negli Stati Uniti è stato diagnosticato anche a bambini di otto, nove anni, che hanno una glicemia degna di uomini di sessanta o settant’anni”, interviene Marco Songini, primario del servizio di diabetologia dell’ospedale Brotzu di Cagliari. “Il motivo: hamburger e patatine a volontà e ore davanti alla televisione o ai videogiochi”, continua Songini. Al di là dell’Atlantico i diabetici sono aumentati di un terzo tra il 1990 e il 1998: dal 4,9% al 6,5% della popolazione totale. Ma ciò che più ha messo in guardia gli esperti è che nello stesso periodo, i trentenni ai quali è stato diagnosticato il diabete sono aumentati del 70 per cento. E in Italia? “Gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare il problema dell’obesità infantile già vent’anni fa, mentre nel nostro Paese è un problema attuale: si può allora ipotizzare che tra vent’anni anche da noi si potrebbe registrare un aumento vertiginoso della malattia, afferma Marco Songini.

In gravidanza senza problemi

Una particolare forma di diabete può colpire le donne in gravidanza. Nulla di grave, ma l'insorgere della patologia comporta un'attenzione maggiore all'alimentazione della gestante (*). Il diabete gestazionale è provocato soprattutto nel terzo trimestre, dalla produzione nella placenta di alcuni ormoni con un effetto antagonista rispetto all'insulina. Con la conseguenza che si registra una glicemia elevata. Normalmente la disfunzione non comporta complicazioni e scompare al termine della gravidanza. In alcuni casi però la gravidanza è proprio il fattore scatenante il diabete ed è quindi buona cosa controllare la glicemia a distanza di sei o sette settimane dal parto. Anche per il diabete scatenato dalla gestazione le persone a rischio sono quelle che appartengono a famiglie in cui già si sono verificati casi della malattia. Donne già diabetiche, se attentamente seguite, possono portare a termine la gravidanza senza incappare in alcun problema. Gli stretti controlli a cui sono tenute valgono più che altro per assicurare loro quella tranquillità necessaria nella gestazione(*).

(*): n.d.r.: pur d'accordo con l'autore dell'articolo sul fatto di non voler inutilmente allarmare le gestanti, questa forma di diabete non va comunque sottovalutata, ma tenuta sotto stretto controllo per la salute sopratutto del nascituro. Clicca qui per un articolo completo sull'argomento: Il diabete mellito gestazionale

Sotto osservazione. “Una recente indagine condotta nel Lazio e non ancora pubblicata conferma l’aumento dell’incidenza della malattia, non certo delle proporzioni degli Stati Uniti. Così come è stato registrato un leggero abbassamento dell’età dei nuovi pazienti”, interviene il professor Domenico Casa, docente di Genetica medica all’Università La Sapienza di Roma. “L’Organizzazione mondiale della sanità ha osservato che ogni dieci anni i malati di diabete raddoppiano. Se quindi nel 1990 i diabetici italiani erano due milioni e mezzo, oggi sono cinque milioni. In questi dati si comprendono anche i malati che non sanno ancora di esserlo, ai quali nessun medico ha ancora diagnosticato il diabete”, precisa il professor Michele Muggeo, primario della Divisione di endocrinologia e delle malattie del metabolismo presso l’Ospedale Civile Maggiore di Verona e presidente della Società italiana di diabetologia, l’associazione che raccoglie i medici diabetologi. L’alimentazione errata, ricca di carboidrati e proteine, unita allo scarso movimento sono le cause scatenanti. Ma attenzione: la cattiva alimentazione è solo uno dei motivi che portano all’insufficienza di insulina. Gli esperti parlano infatti di “predisposizione genetica” al diabete: è più facile che chi ha in famiglia casi di diabete si ammali, ma non è scontato; di contro c’è chi può - beato lui - abbuffarsi di dolci in razioni pantagrueliche senza comunque ammalarsi mai.

Niente bis a tavola e praticare uno sport

I SINTOMI Nel diabete, il "carburante" di cui abbiamo bisogno c'è ma non riesce a raggiungere le cellule dove dovrebbe venir "bruciato" per permetterci di correre, studiare, giocare, fare le scale. Insomma mangiamo, ma il cibo non fornisce energia
I sintomi più comuni sono quindi spossatezza e una grande sete, si aumenta di peso o si diminuisce repentinamente, si urina oltre misura e si possono denunciare cambiamenti d'umore e dolore ai muscoli.
QUATTRO REGOLE D'ORO dieta controllata, poco alcol, attenzione allo stress e praticare sport. Non eccedere a tavola e bere poco alcol perché l'eccesso di lavoro che si chiede al pancreas per produrre insulina può mettere a repentaglio, con l'andare del tempo, la sua funzionalità. Anche lo stress può avere un effetto deleterio: lo stress è una risposta del nostro organismo al superlavoro a cui è chiamato il cervello. Quando siamo sotto pressione il cervello chiede maggiore energia, in pratica più zuccheri, e per produrli invia al pancreas il messaggio di acellerare la produzione di insulina (*). Lo sforzo fisico aiuta invece a consumare il glucosio in eccesso.
GLI ESAMI Per diagnosticare la malattia basta la determinazione della glicemia (la presenza di glucosio nel sangue) riscontrabile con un semplice esame: se è pari o suiperiore a 126 milligrammi per 100 millilitri di sangue (fino a pochissimi anni fa il limite era stabilito a 140 mg) si è malati. Ma attenzione, la glicemia varia durante la giornata e in base a quanto si è mangiato, quindi va fatta a digiuno ed è bene ripetere l'esame più volte.
CURARSI GIOCANDO per un malato capire le proprie esigenze di insulina nell'arco della giornata, rispetto a quanto si è mangiato e all'attività che si è chiamati a svolgere, non sempre è facile. Occorre imparare a conoscere il proprio organismo e sapersi regolare. E se si tratta di bambini le operazioni diventano ancora più complesse. "da anni organizziamo campi scuola con i bambini diabetici", spiega Marco Songini, primario di diabetologia all'ospedale Brotzu di Cagliari. "Insegnamo loro, giocando, come tenere sotto controllo la glicemia, per esempio prima e dopo una nuotata o una partita di calcio, per abituarli a gestire la malattia e il fabbisogno di insulina in piena coscienza e senza complessi di inferiorità".

(*) n.d.r.: più precisamente lo stress può essere seguito dalla comparsa di iperglicemia in quanto si accompagna a ipersecrezione di ormoni antagonisti dell'insulina (catecolamine, glucocorticoidi, glucagone e ormone somatotropo), ma può sfociare in un diabete vero e proprio solo nel caso di una situazione non conclamata preesistente o quantomeno una predisposizione genetica.

Che cos’è esattamente. Il diabete - il cui nome esatto è diabete mellito (diabete zuccherino) - comporta l’incapacità da parte dell’organismo di utilizzare gli zuccheri che introduciamo attraverso l’alimentazione perché viene a mancare l’insulina, l’ormone che “accompagna” gli zuccheri all’interno delle cellule dove vengono “bruciati” per permettere al nostro corpo di correre, giocare a tennis, portare a casa i sacchetti della spesa, concentrarsi mentalmente. Ebbene, un malato di diabete non può, o incontra gravi difficoltà, nel metabolizzare i carboidrati (pane, pasta, riso, patate) che rappresentano la principale fonte di energia. Più in particolare, nella digestione gli alimenti vengono scomposti in sostanze più semplici come il glucosio (zucchero semplice) che poi, sotto questa forma, raggiungerà le singole cellule per rifornirle del “carburante” necessario al movimento. Per permettere al glucosio di raggiungere le cellule e di essere “bruciato” occorre però l’insulina. I diabetici non sono più in grado di produrla (o ne producono in maniera insufficiente) e il glucosio si ferma nel sangue provocando quella che viene chiamata iperglicemia.

Bambini-pazienti: il caso Sardegna

Con 200 nuovi casi ogni anno di diabete insulino-dipendente in bambini e ragazzi fino a 14 anni, la Sardegna ha il primato dell'incidenza della malattia in Italia. "Nel mondo siamo secondi solo alla Finlandia", afferma marco Songini, primario di diabetologia all'ospedale Brotzu di Cagliari. "La popolazione della Sardegna ha una particolare predisposizione alle malattie cosiddette autoimmuni come il diabete di Tipo 1, l'ipotiroidismo o l'artrite reumatoide. Sulle particolari condizioni genetiche si inseriscono fattori ambientali. Non sappiamo esattamente i motivi, ma è scontato che il diabete di Tipo 1 ha fatto registrare un aumento di casi a partire dal secondo dopoguerra e ancor più negli ultimi anni". I pazienti del diabete di Tipo 1 sono destinati ad assumere insulina per tutta la vita. Una possibilità viene però dalle ricerche in corso all'ospedale San Raffaele di Milano - polo di riferimento nazionale per il diabete - dove, nell'ambito di un progetto internazionale, si sta effettuando un particolare tipo di trapianto. Ne i casi più gravi di diabete si trapiantano l'intero pancreas e i reni, mentre al San Raffaele si stanno sostituendo in forma sperimentale solo quelle cellule del pancreas destinate a produrre insulina. Tali operazioni - semplici da un punto di vista tecnico e che non richiedono l'anestesia totale - stanno dando ottimi risultati. In futuro anche la ricerca genetica porterà beneficio ai malati di diabete. "Oggi conosciamo solo alcuni geni che sottendono all'insorgere del diabete", precisa Domenico Casa, docente di genetica all'Università La Sapienza di Roma. "Tra due o tre anni riconosceremo però tutti i geni coinvolti e si potranno così individuare quelle persone predisposte alla malattia e tenerle sotto controllo a fine preventivo".

Il paradosso dell’iperglicemia. Si assiste a un paradosso: il diabetico ha tantissimo “carburante” (il glucosio), ma perde peso e forze perché non riesce a trasferirlo dal sangue alle cellule. In alcuni pazienti - quelli che hanno bisogno delle iniezioni di insulina prima di ogni pasto - il diabete è insorto perché le cellule del pancreas che producono insulina (le Beta cellule) sono state distrutte. È la forma più grave dela malattia (chiamata diabete insulino-dipendente o di Tipo 1) la cui origine è più squisitamente genetica. Il sistema immunitario impazzisce e colpisce, distruggendole, anche le cellule destinate a produrre insulina. Il diabete di Tipo 1 insorge in modo brusco e può portare, se non curato, al coma e alla morte. Ma ben più diffuso è il diabete mellito non isulino-dipendente - o di Tipo 2 - in cui la produzione di insulina non si arresta: sono piuttosto le cellule che non sono in grado di utilizzarla correttamente, limitando l’ingresso al loro interno del glucosio. In questi pazienti si assiste a un altro paradosso: a un’alta glicemia (la quantità di glucosio nel sangue) corrisponde un’alta presenza di insulina. L’iperglicemia induce il pancreas a produrre sempre più insulina - che risulterà comunque inutile - fino a quando lo stesso pancreas, sfinito dal continuo lavoro, non si indebolisce e ne diminuisce la secrezione fino, nei casi più gravi, a sospenderla.

Dal diabete non si guarisce, ma farmaci e insulina rendono oggi la vita del paziente più che accettabile. Importante è però non abbassare mai la guardia, pena l’insorgere di disturbi ben più gravi. L’alto glucosio nel sangue può portare all’insufficienza renale e quindi alla dialisi, alle retinopatie (malattie della retina oculare), fin all’infarto del miocardio e ai disturbi neuronali. Nelle forme più gravi si può addirittura rendere necessaria l’amputazione degli arti inferiori, non più irrorati dal sistema circolatorio.

Ammalati di troppo cibo. “Il diabete è una malattia tipica dei Paesi opulenti”, spiega Marco Songini. “i nostri antichi progenitori riuscivano a sfamarsi solo quando la caccia andava a buon fine. Il loro organismo sfruttava ogni minimo apporto calorico. Oggi che basta andare al supermercato non ci sono limiti, e non occorre più rincorrere la preda per giorni e giorni. Il risultato è che si mangia troppo rispetto alle esigenze, mentre il nostro organismo, pur essendosi modificato con uno stomaco più grosso e una capacità digestiva maggiore, non è ancora pienamente capace di bruciare tutti gli alimenti introdotti. La conseguenza è l’iperglicemia, una delle condizioni che portano al diabete”, racconta Songini. Non a caso, negli Stati Uniti, il maggior numero di nuovi malati si riscontrano fra gli afroamericani, ispanici e caraibici che fino a poco tempo fa avevano un’alimentazione scarsa e sui quali la nuova opulenza di cibo ha come effetto l’insorgere del diabete. “Si aggiunga il particolare sistema sanitario americano dove è meglio assistito chi può permettersi l’assicurazione privata e dove la prevenzione è lasciata in second’ordine”, aggiunge Songini. “L’Italia invece è dotata di una buna rete di servizi di diabetologia estesa su tutto il territorio nazionale, dove le persone a rischio sono tenute sotto controllo. Sarà anche per questo che possiamo vantare un tasso di mortalità inferiore alla media europea”, sottolinea il professor Muggeo. Una consolazione non da poco.


Tratto da: tratto da Grazia, N.38 26/09/2000

Data ultimo aggiornamento: Mercoledì, 15 Novembre 2000 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/e1_126.html

Predizione e prevenzione del Diabete Mellito tipo 1 Epidemiologia e genetica Diabete e Vaccini
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