Recenti acquisizioni sull’eziopatogenesi del diabete di tipo 1

Marco Songini, Mattia Locatelli e Gian Franco Bottazzo*
per conto dei “IDDM-Sardinia Study Groups”
Unità di Predizione e Prevenzione dell’ IDDM, Azienda Ospedaliera Brotzu, Cagliari.
*Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, Roma.

Introduzione

Il diabete mellito insulino-dipendente (IDDM) rappresenta una delle più gravi forme cliniche di diabete mellito. La malattia colpisce prevalentemente i bambini e gli adolescenti, ma non è rara la sua comparsa in età adulta e senile. L’eziologia della malattia resta ancora in gran parte misconosciuta, anche se è ampiamente accettato che l’origine del disturbo sia multifattoriale, particolarmente legata ad un’interazione fra predisposizione genetica da una parte e fattori ambientali dall’altra. Ne consegue lo sviluppo di una risposta autoimmunitaria, soprattutto mediata da linfociti T autoreattivi, che alla fine determina la distruzione delle beta cellule insulari del pancreas. È oggi noto che particolari combinazioni genetiche degli antigeni HLA possono contribuire al rischio di sviluppare la malattia, così come sono state definite nei particolari le lesioni anatomopatologiche che si evidenziano nelle isole pancreatiche al momento della diagnosi, ma resta tuttora insoluto come si inneschi, e soprattutto che cosa determini, l’inizio dell’aggressione autoimmunitaria. L’attacco autoimmune può iniziare anche diversi anni prima della manifestazione clinica della malattia. Infatti, le indagini eseguite in ampie coorti di parenti di primo grado di pazienti affetti da IDDM, di gemelli omozigoti ma discordanti per la malattia, di casi con patologia endocrina autoimmune e di bambini in età scolare, hanno dimostrato la presenza di anticorpi anti-isola pancreatica (ICA), determinati con la classica tecnica dell’immunofluorescenza indiretta, prima della manifestazione clinica della malattia. Successivamente sono stati individuati nuovi autoanticorpi anti-isola pancreatica, che sono risultati essere ulteriori marcatori sierologici predittivi della malattia. Fra questi vanno ricordati gli autoanticorpi anti-insulina (IAA), gli autoanticorpi anti-GAD (GADA) e gli autoanticorpi contro gli antigeni triptici insulari di 37kD/40kD; più recentemente, è stato dimostrato che questi due ultimi antigeni appartengono alla famiglia delle proteine tirosina-fosfatasi, e denominati rispettivamente IA-2 (o fogrina) e IA-2ic.

Come già accennato, il rischio di sviluppare l’IDDM è strettamente associato a ben definiti alleli dei geni che codificano le molecole HLA, un dato confermato anche a livello molecolare. In linea generale, più del 90% dei bambini di razza caucasica affetti da IDDM posseggono gli aplotipi HLA-DR3 e/o HLA-DR4, mentre l’aplotipo HLA-DR2 è raramente presente e rappresenta così un allele di protezione. Successivi studi hanno dimostrato un’ancora più stretta associazione fra la malattia e gli alleli DQ del complesso HLA, e precisamente la combinazione di arginina in posizione 53 del DQA1 (DQ 53-Arg ) e l’assenza di acido aspartico in posizione 57 del DQB1 (DQ 57-non-Asp ), determinerebbero un rischio ancora più alto per l’insorgenza di IDDM.

A questo riguardo è importante sottolineare che questo tipo di combinazione è frequentemente presente nella razza caucasica, ma solamente una piccola frazione di essa sviluppa l’IDDM.

In merito alla relazione fra fattori ambientali ed IDDM, resta da confermare se virus comuni, quali i Coxsakie, il CMV, etc., possano giocare un ruolo rilevante nell’eziologia della malattia anche se recentemente è stato segnalato che i virus Coxsakie sarebbero dei potenziali agenti causali, almeno nella prima infanzia. È stato anche ipotizzato che alcuni virus appartenenti alla famiglia dei virus lenti potrebbero indurre la risposta autoimmunitaria contro le beta cellule pancreatiche. Alcuni dati ottenuti su altre malattie autoimmuni, come ad esempio la malattia di Basedow, la sindrome di Sjögren, l’artrite reumatoide e, più di recente, la cirrosi biliare primitiva tenderebbero a sostenere quest’ultima ipotesi, ma sono necessarie ulteriori conferme. Allo stesso modo, restano da approfondire gli studi riguardanti il ruolo che i superantigeni potrebbero svolgere nella patogenesi dell’IDDM, con alcuni studi che indicherebbero un possibile coinvolgimento di particolari retrovirus endogeni ed altri che però non hanno potuto confermare questi dati.

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Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 15 Giugno 2000 6:30:00
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