Visita invalidità: la buona educazione dove è finita?

Vi raccomandiamo, prima di procedere nella consultazione, di leggere le avvertenze.


Il 23 Maggio 2006 Discovery scrive:
Oggi voglio raccontarvi una storia. Una di quelle storie, di quelle esperienze, che ti rimangono dentro, che ti fanno pensare, riflettere e capire come va il mondo. Purtroppo questa esperienza che vi sto a descrivere, non l’ho vissuta in prima persona ma ho solo assistito. Premetto che la vita, sociale e interiore, per un diabetico, secondo me, non puo’ essere considerata “uguale” a quella di un individuo che non lo ha vissuto sulla propria pelle, pertanto solo il diretto interessato, potrebbe salire in cattedra e dire come vive personalmente la propria esperienza con questa “malattia”. Però per chi sta vicino, come me, ad un diabetico, potrebbe capire i sentimenti, i problemi, i disagi, per una persona che ha avuto questa “maledizione”, non certo per propri sbagli o sfortune. Da un anno, la mia ragazza ha il diabete. L’anno scorso ad aprile (2005), fu ricoverata in ospedale con 400 di glicemia, dopo dei controlli effettuati in seguito ad un dimagrimento e una continua sete. I classici sintomi insomma. Quel ricovero e quella diagnosi furono per noi due, come il crollo delle Torri Gemelle di New York, anche perchè coincidevano con un nostro periodo di crisi. dimessa dopo 10 giorni dall’ospedale, con la classica terapia, insulina 4 volte al giorno e continui controlli glicemici. I primi giorni sono stati difficili. Abituarsi a questa “nuova” vita non è stato facile. La dieta, le siringhe, le “ricette”,la puzza di alcool, i dottori, e aggiungiamoci i parenti “comprensivi”, le visite, i “parenti dottori” esperti ma non si sa come. Tutte le frasi: “Non ti preoccupare”, “Non è niente” “Passerà” “E’ normale!” ecc....Va be, credo che abbiate capito.In seguito a questa diagnosi, la mia ragazza ha sviluppato, una lieve (e forse giustificata) forma di depressione e una malattia (momentanea) della pelle che poi è passata. Insomma, l’enorme scoglio del Diabete è stato superato,e credo di dirlo, fortunatamente, con buoni esiti, sia per le nuove abitudini che per il controllo glicemico. Verso la fine del maggio 2005, la mia ragazza decide di fare domanda di invalidità presso la Asl competente. Dopo circa UN ANNO, e dopo che avevamo pensato piu’ di una volta, che la domanda fosse andata smarrita, la chiamano a visita. Nella lettera vi era indicato, logicamente data e ora, nonche’ la possibilità di produrre in copia autenticata anche tutta la documentazione medica. Ci presentiamo in anticipo sull’orario e ci tocca aspettare un’ulteriore ora per entrare a visita. Da quanto riferito dalla mia ragazza accade quanto segue: “Entrata a visita, ho notato che i medici erano due, uno seduto di fronte e uno seduto alla mia sinistra. Uno di questi, credo il presidente cominciava a rivolgermi poche domande sulla patologia e se ero sposata. Guardava i documenti, o meglio le fotocopie da me autenticate con autodichiarazione (Dichiarazione di conformità di documento in originale, tramite atto notorio art. 19 e 47 del dpr 445 del 28/12/2000) e le copie del mio documento di identità (tre). Guardando quelle copie, batteva forte con un pugno sul tavolo e mi indicava, con un cenno del dito che quei documenti non andavano bene, o meglio che le autentiche non dovevano essere fatte cosi. Detto cio’ gli precisavo che comunque, in quel momento, avevo con me gli originali e che poteva controllare quelli. Nel frattempo, nella sala, entrava una terza persona, e il secondo medico allora, avvolgeva i miei documenti a rotolo, a mò di cannocchiale, e attraverso gli stessi guardava il collega, da poco entrato nella stanza, ad una specie di giuco. Cio’ mi creava un po di imbarazzo, poichè era chiaro che la mia documentazione era stata arrotolata e vi stavano giocando. Quello di fronte a me scriveva qualcosa e strappava dalla mia autodichiarazione, la copia allegata del documento d’identità. Insomma, avrà dedicato circa un minuto a chiedere della mia patologia e non mi ha fatto o dato modo di parlare, perche ogni volta che andavo a parlare dei miei problemi, mi sovrastava con la voce, affermando più di una volta che i documenti non andavano bene. Gli dicevo nuovamente che avevo con me gli originali ma lui rispondeva che non aveva tempo per controllarli o guardarli e sarei dovuta tornare in seguito per parlare con il segretario. Detto cio’ gli chiedevo dove a quando sarei dovuta venire per parlare con il segretario, la sua risposta, alzando un po’ la voce, non fu chiara e sinceramente me ne uscii dalla stanza un po’ confusa e contrariata. Primo per la visita stessa, in quanto non avevo pienamente comunicato la mia patologia, compreso il fatto che soffro di ipertensione arteriosa, secondo per aver assistito a quel gioco del binocolo, e terzo perchè non mi era stato chiaro cosa avrei dovuto fare in seguito. Uscita fuori, informavo il mio ragazzo dell’accaduto e gli dicevo che non avevo capito cosa dovevo fare. Dopo cio’ siamo tornati insieme per chiedere informazioni e il presidente della commissione, alzando la voce mi diceva che lui non era tenuto a dare queste informazioni, tanto meno a me, che non dovevo essere li, attraverso quelle frasi già confezionate, sentite risentite nei numerosi uffici pubblici italiano Invitandolo a non alzare la voce, poichè comunque non ve n’era il bisogno, mi ripeteva lui lui poteva gridare e anzi che le motivazioni e i chiarimenti glieli dovevo chiedere “per favore”. Feci cio’ anche perchè, non credo che sia una cosa non dovuta. Allora prese delle fotocopie di altri certificati e li sbattè sul tavolo. Tutto cio in un atmosfera di polemica e astio. Il medico a fianco, mentre era al telefonino, mi diceva che la documentazione presentata dalla mia ragazza non andava bene , perche le autocertificazioni non posso essere presentate per la documentazione medica. Ma io gli precisavo che nell’autodichiarazione non aveva elencato un suo stato di salute ma solo l’autenticità delle copie. Mi rispondeva che non era cosi. Un po’ irritato, ma senza darlo a vedere, ci allontanammo entrambi e tengo a precisare che la mia ragazza, era molto spaventata e contrariata, per il loro comportamento, sopratutto per le grida e il tono minaccioso, ogni volta che si rivolgevano nei nostri confronti. Lo tengo a precisare, gridavano in continuazione, un atteggiamento molto poco cortese, nei riguardi di un malato. Tanto lo spavento per la tumultuosità della visita, la mia ragazza era costretta a fermarsi ad un bar per acquistare una bottiglietta d’acqua poiché era nervosa e stava tremando e sudando. Veramente, credo che abbia assistito a qualcosa che si allontana molto dalla professionalità e dalla buona educazione con la quale dovrebbe comportarsi certi medici. Ci eravamo recati per fare una visita medica e abbiamo assistito agente che giocava con il “binocolo” . Eravamo solo ritornati a chiedere delle informazioni e siamo stati accolti da insulti e grida. Attualmente non sappiamo cosa fare, nè abbiamo saputo l’esito della visita. Ma ci si può comportare in questo modo? La buona educazione dove è finita? Dopo circa un anno dalla presentazione della domanda? Chiedo un vostro consiglio e parere.

Risponde il dr. Carlo Pisano, avvocato:
La situazione descritta è veramente inqualificabile e meriterebbe forse una publicizzazione (naturalmente stando ben attenti a fare accuse precise solo se si è in grado di provarle, per non incorrere nella diffamazione e passare così dalla parte del torto) almeno allo scopo di far sapere a cosa si può andare incontro in modo da potersi presentare preparati, e magari accompagnati da un testimone che potrebbe essere utile in caso di necessità (per esempio il proprio medico curante, se è disponibile).
Per quanto riguarda il cosa fare in relazione alla domanda di invalidità, bisogna innanzi tutto aspettare la trasmissione del verbale della visita; se l’esito è negativo (e dalla descrizione credo non ci possano essere molti dubbi in proposito) è possibile, entro sei mesi dalla comunicazione, presentare ricorso al Giudice del lavoro. Per il ricorso è necessaria l’assistenza di un avvocato (eventualmente si può chiedere l’aiuto di un patronato). Attenzione: i sei mesi sono un termine perentorio; se passano si può solo fare una nuova domanda.


Data ultimo aggiornamento: Giovedì, 8 Giugno 2006 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/2006/e2_02573.html