Chiarimenti sul primo trapianto di cellule staminali in Argentina
Vi raccomandiamo, prima di procedere nella consultazione, di leggere le avvertenze.
Il 13 Settembre 2005 Giovanni M. scrive:
Sono il papà di una bimba di cinque anni, affetta da diabete mellito di tipo I, ed ho appreso che in Argentina è già stato eseguito il primo trapianto di cellule staminali autologhe.
Premetto, che sono riuscito a inviare una E-mail a questi Dott. Vina e Sosa, i quali, mi comunicano che hanno iniziato questa tipo di terapia e assicurano che la stessa, non comporta alcun rischio, pertanto vi inoltro detta documentazione per esaminarla e chiedervi un consiglio in merito.
Inoltre desideravo sapere, se era possibile, non comprendendo molto le lingue:
1) Se il trapianto è da intendersi definitivo oppure il paziente deve ripetutamente sottoporsi a continui trapianti;
2) Con quale tecnica o metodo, questi medici combattono la malattia auto immune!! Perché, da quanto ho appreso, iniettando nuove cellule, ma chi ci dice che il sistema immunitario non le distrugga nuovamente?;
3) Come mai, se questa terapia funziona veramente, non viene promossa a livello mondiale, tramite gli organismi preposti (Organizzazione Mondiale della Sanità – e l’International Diabetes Federation) con dei convegni, approfondimenti tramite mass-media e quant’altro.
Dato che la Vs. Associazione è una delle tante che si occupa del problema Diabete, magari queste stesse domande che Vi sottopongo, potranno essere di aiuto a moltissimi altri soggetti interessati al problema.Risponde il dr. Federico Bertuzzi, esperto in isolamento e trapianto delle isole pancreatiche:
La proposta fatta dal gruppo argentino è senza dubbio interessante anche se al momento non esistono sufficienti presupposti scientifici per poterne avallare l’impiego nei pazienti.
Esistono in genere modelli animali di trapianto o di malattia (prima piccoli animali e poi grandi animali) sui quali prima si verifica una ipotesi e poi, in caso di riuscita, si passa al paziente. Questo non per accanimento verso gli animali, ma per evitare di considere cavie I pazienti ed evitare sofferenze inutili a chi è già malato. Per 100 idee all’apparenza buone una arriva in clinica. L’ipotesi dei ricercatori argentini non è stata sufficientemente verificata negli animali.
Il mio parere è pertanto di aspettare l’esito del loro studio. In caso di successo questa procedura sarà facilmente riprodotta anche qui in Italia a pazienti italiani.
Data ultimo aggiornamento: Venerdì, 14 Ottobre 2005 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/2005/e2_02381.html