Domande agli esperti Vi raccomandiamo, prima di procedere nella consultazione, di leggere le avvertenze.
Il 7 Novembre 2001 Aldo P. scrive:
Spett.PD, ho letto sulla rivista LE SCIENZE N399 del novembre 2001, in un articolo sul diabete, scritto da Claudia Haimann, docente di fisiologia presso l'università di Torino che l'assunzione di vitamina D3 contribuisce a ridurre il rischio d'insorgenza del diabete mellito. Avendo mia moglie il diabette mellito dall'età di 16 anni (Ora nè ha 38) ed essendo anch'io un soggetto a rischio (mio padre ha il diabete di tipo 2) mi chiedevo se era consigliabile fare assumere questa vitamina a nostro figlio che ha 10 anni visto che anche lui è un soggetto molto a rischio. Certo di una vostra risposta, vi porgo distinti saluti.N.d.r. riporto qui di seguito parte dell'articolo a cui ci si riferisce Aldo: "Una speranza può venire dalla vitamina D la somministrazione di un analogo della vitamina D3 è in grado di bloccare la progressione della malattia nei topi suscettibili al diabete, grazie a meccanismi come l’inibizione della produzione di interleuchina 12 e la stimolazione di cellule in grado di sopprimere quelle patogeniche. La vitamina D3 è un farmaco già in uso per la psoriasi e potrebbe diventarlo per altre patologie autoimmuni. Secondo lo studio epidemiologico Eurodiab 1999, la sua assunzione contribuisce a ridurre il rischio d’insorgenza del diabete mellito. Il fatto che si tratti di un composto presente negli alimenti e nei complessi vitaminici lo rende adatto alla somministrazione in chi è a rischio."
Risponde il dott. Marco Songini, diabetologo:
L'eventuale ruolo della vit. D e/o dei suoi analoghi nella prevenzione del diabete tipo 1 nell'uomo è ancora tutta da dimostrare e a questo proposito è in corso uno studio italiano (PREVEFIN) che valuterà il suo ruolo in una coorte di bambini italiani a rischio per il diabete tipo 1 e i cui risultati sono però ancora lontani. L'effetto della vit. D nell'animale da esperimento o l'osservazione epidemiologica in una ampia popolazione (Eurodiab a cui anche io ho partecipato) non giustificano ancora il suo utilizzo nell'uomo al di fuori di trials clinici randomizzati (qual'è il PREVEFIN p.e.) anche per i potenziali effetti collaterali della vit. D (vitamina liposolubile quindi a potenziale accumulo nell'organismo) se non correttamente dosata. Inoltre non è poi così standardizzata ancora la stessa definizione del rischio (in sintesi non si è ancora risolto il problema che in ogni screening saltano fuori i casi falsamente positivi che in realtà non progrediscono verso la malattia ma che sono sottoposti 'inutilmente' a terapia preventiva) e ciò va bilanciato nella implementazione di ogni terapia preventiva. Per adesso quindi è molto più saggio come dicono gli inglesi 'just wait and see'. Auguri
Data ultimo aggiornamento: Lunedì, 19 Novembre 2001 6:30.00
URL: http://www.progettodiabete.org/expert/2001/e2_1161.html
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