E chi cerca trova quel che non cercava
La serendipidità e le scoperte del diabete mellito
La "serendipità": il talento di ottenere per caso risultati scientifici clamorosi. Come, secondo una leggenda, accadeva a tre principi di Serendip, oggi Sri Lanka
Narra un'antica storia di tre principi dell'esotico regno di Serendip, nell'isola che molti anni dopo fu chiamata Ceylon, e oggi Sri Lanka.
Questi aggiungevano al privilegio della nobile origine un raro talento per le scoperte casuali. "Durante i loro viaggi, i tre principi di Serendip si imbattevano continuamente, per caso e per loro sagacia, in scoperte di cose che essi non stavano cercando", scriveva Horace Walpole, arguto gentiluomo inglese rimasto famoso soprattutto per il suo epistolario, all'amico Horace Mann, diplomatico britannico presso la corte di Firenze, in una lettera datata 28 gennaio 1754 in cui, colpito dalla storia, coniava il termine serendipità per definire la capacità di fare fortunate scoperte per caso.
La serendipità, non molto presente nei dizionari, è ormai nel gergo dei laboratori di ricerca, e la storia della scienza è ricca dei frutti di questo straordinario atteggiamento dell'animo, che coniuga la tranquillità con la curiosità e la perspicacia.
Per esempio, la scoperta del ruolo del pancreas nel diabete mellito. Alla fine dell'Ottocento, due studiosi di Strasburgo, Joseph von Mering e Oscar Minkowsky, pensarono di togliere il pancreas a un cane per studiarne gli effetti sulla digestione. Il giorno successivo, un nugolo di mosche volteggiava sulle urine dell'animale. Incuriositi, i due ricercatori analizzarono le urine e scoprirono che erano ricche di zucchero, come le urine dei malati di diabete, nozione già conosciuta a quell'epoca. L'amore delle mosche per lo zucchero portò i due studiosi, che cercavano tutt'altro, a stabilire che il pancreas doveva produrre una secrezione necessaria per controllare l'utilizzo dello zucchero nell'organismo. Qualche decennio più tardi sarebbe stata purificata dal pancreas l'insulina.
I malati di diabete sono stati particolarmente beneficati da scoperte in cui il caso ha trovato interpreti accorti. L'effetto ipoglicemizzante delle sulfaniluree, sulfamidici modificati oggi impiegati come farmaci antidiabetici, è stato scoperto a seguito della osservazione casuale che alcuni pazienti, cui i sulfamidici venivano somministrati contro malattie infettive come il tifo o la polmonite, che era poi il loro impiego classico, accusavano più o meno gravi disturbi neurologici, fino al coma. L'acuta fantasia di due infettivologi, Marcel Janbon a Montpellier e poi Hans Fuchs a Berlino, portò a immaginare e poi a verificare che il farmaco produceva un inatteso abbassamento della concentrazione di zuccheri nel sangue, fino a ostacolare, ad alte dosi, le funzioni del cervello, che necessita di un continuo apporto energetico.
Tratto da: Il Messaggero: Fabrizio Michetti, 30 Gennaio 2001 - A cura di Guido Seu
Data ultimo aggiornamento: Giovedì 11 Aprile 2002 6:30:00
URL: http://www.progettodiabete.org/leggi/d12_04.html
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